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“Issues”, non esiste una storia che non sia autocoscienza

Korn

Come diceva il famoso storico Gurevic, non esiste una storia che non sia autocoscienza. Tutto quello che viviamo è sempre dentro la nostra pelle ed innegabilmente i primi ad essere coinvolti nella storia, siamo noi stessi, questo almeno, è il sentire nella maggior parte dei casi. D’altra parte, un altro grande intellettuale come Altan (il disegnatore), in una vignetta che raffigurava uno dei suoi personaggi simil-Cipputi seduto in poltrona davanti alla tv, diceva: “credevo d’essere un coglione qualunque e invece vivevo un momento epocale!”

Più o meno, combattendo involontariamente tra questi due esempi, ci troviamo quando scopriamo un disco di cui ci innamoriamo, che ascoltiamo a ripetizione o che, semplicemente, ci schiude un universo davanti. Ecco, avevo 12 anni quando passava la pubblicità della Puma con quello strano ritornello: glorioso, sghembo, oscuro, altamente fisico – sto parlando di Make Me Bad; o quando su Mtv (anche quel canale, che epoca!) passava il video fantascientifico (con un Udu Kier altamente alieno, vestito da scienziato che faceva esperimenti sui membri della band chiusi in una stanza con tanto di camice bianco) con una luce verde/blu e in cui i Korn si muovevano convulsamente prima di estrarre dal corpo di uno di loro, una specie di insetto alieno. Questo è stato il primo impatto coi Korn.

Korn

Poco tempo dopo (un anno o due), una domenica soleggiata, in una vecchia libreria della città, la “Libreria Alice”, una libreria che avrebbe chiuso da lì a poco e che stava svuotando tutto – ma proprio tutto, anche prodotti che esulavano dalla letteratura, tra cui anche dischi del proprietario, un personaggio pacato che parlava poco, ma quando lo facevo era preciso come un dardo – c’era un cesto di vimini sul tavolo all’ingresso con dentro un “florilegio” di dischi e CD. Tra le varie cose che mi comprai (un cd dei Burning Heads, uno degli Stone Temple Pilots, tanto per dire) vidi un vinile, con la copertina abbastanza usurata di “Issues” dei Korn. Girai il disco per vedere la tracklist, e sì, Make Me Bad c’era. “A quanto lo mette?”, “Quello dei Korn? Mah, 4 euro…” “Affare fatto!” E così mi presi questo disco e, quando i miei non c’erano, m’impossessavo del giradischi per pomeriggi interi ad ascoltare “Issues“. Mi piacque così tanto che scambiai uno dei miei CD (non ricordo quale) con quello di “Issues” con grafica alternativa (c’erano 4 grafiche alternative in totale e questa del CD arrivò al terzo posto nella graduatoria ma mi piaceva di più di quella vincitrice).

Dopo aver ascoltato “Issues“, ascoltai tutti i dischi dei Korn fino ad arrivare ad “Untouchables” (e, ahimé, è lì che si ferma la mia sapienza sui Korn). Per quanto tutti gridassero al capolavoro con “Follow The Leader” – ero in Canada, in un Virgin Store, presi il disco da ascoltare e dopo aver visto passare più tracce di silenzio di 4 secondi, andai dal cassiere a lamentarmi che era rotto. Il ragazzo, molto disponibile, mi prese un’altra copia e venne con me. Di nuovo il “problema” si ripresentava. Lui guardò la copertina con la bambina che giocava a campana su un dirupo. Andò a colpo sicuro alla traccia 13 e da lì cominciò l’ascolto, ma non fu così intenso come mi capitò con “Issues” – come manifesto crossover; per quanto i duri e puri mi dicessero che i Korn avevano fatto solo un disco: il primo e tutto il resto era “commerciale”, “spazzatura”, e via dicendo, io non ho mai smesso di amare quel disco considerandolo completo, che avesse esaurito tutto quello che aveva da dire (non i Korn, ma proprio il disco), inimitabile, e con una cura per i suoni così maniacale, che l’ho sempre considerato il capolavoro dei Korn.

Intanto non mi era mai capitato di ascoltare fraseggi di chitarre – Ibanez a 7 corde come specificavano Munky e Head, ma quello era più feticismo, come lo erano anche i vari aneddoti biografici della band, di Jonathan Davis & co. – che fossero simili a dei “solo”, come nemmeno il basso slappato barbaramente da Fieldy, e come i modi di cantare di Davis, la sua cornamusa, gli scenari scuri e aperti che evocavano i loro brani mi sembravano commistioni “avanguardistiche”. Pensateci un attimo: tra un pezzo e l’altro, di rara brutalità, ci mettevi un intermezzo quasi strumentale, di un minuto, un minuto e mezzo che accende una luce tra il buio occlusivo delle tracce, qualcosa a metà strada tra il new age e il prog, ma che non era nessuno dei due, e che dava comunque continuità al disco, come uno speciale collante luminoso tra i frammenti di questo vaso rotto che, appunto, è “Issues“. Per non parlare del finale, in cui il disco continua a emettere rumore bianco, e per un lungo lasso di tempo, lasciandoti frastornato, ai limiti del dubbio.

Il mixaggio del leggendario Brendan O’Brien dava lustro ed esaltava ulteriormente l’immediatezza e la freschezza del sound che come un ariete batteva sul petto. Ripeto, avevo 12 anni, e gli anni ’90 stavano finendo, i confini tra hip-hop, metal, ecc. stavano semplicemente scomparendo e si vedevano in giro aberrazioni, le più svariate, di crossover (anche i Korn, definiti come Nu Metal….vabbè, mi comprai anche un manuale antologico sul tema, sempre sulla scia di “Issues“) e sì, non tanto i Korn, quanto “Issues“, mi catturò per la sua forza, le sue melodie interposte tra wall of sound controllati, l’espressività di un Davis in stato di grazia, un tutt’uno per quest’opera conchiusa, fine a sé, e che è bene che rimanga come tale.

Issues” era una specie di compilation, una carrellata di “hits”, per così dire, in cui ad ogni pezzi dicevi: Oh, senti questa che arriva! Senti quest’altra, e così via: come i momenti subacquei di Wake Up, la marziale folkloristica “ai limiti del satirico” di Beg For Me, il “gospel” iniziale di Dead, il carillon nella penombra dell’apertura di Falling Away From Me. Sarebbe per me anche riduttivo a questo punto parlare musicalmente di un simile album, per il semplice fatto che sarebbe come parlarvi delle curvature del mio intestino, o della larghezza e delle sfumature di colore del mio esofago. È un disco che ho vissuto troppo per poterne dire ancora nel dettaglio quello che è (è il classico caso in cui il tutto è più della somma delle sue parti). Ascesi la scala per gettarla alle mie spalle ed è per questo che ho un così bel ricordo di “Issues” (adesso quel vinile è nella sezione Colonne Sonore della mia libreria musicale; il disco con la copertina alternativa, è nello sgabuzzino della casa dei miei genitori tra Rage Against The Machine, Red Hot Chili Peppers, Skunk Anansie, Timo Maas (ma anche tra momenti di lucidità come Billy Cobham, Manu Katché, Max Roach, ecc.) – i Nirvana, Pearl Jam, Alice In Chains, insomma, il grunge, GLI anni ’90, per me, arrivarono parecchio dopo). E probabilmente sì: credevo di essere un coglione qualunque e invece vivevo un momento epocale!

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