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Back In Time

“The Devil And God Are Raging Inside Of Me”, la mia resa dei conti con i Brand New

Brand New

Do you miss the blend of colour she left in your black and white field?
Do you feel condemned just being there?
I am not your friend.
I am just a man who knows how to feel.
I am not your friend, not your lover, not your family….yeah.”

Io sul passato ci torno mille volte. Analizzo, scruto maniacalmente, immagino scenari alternativi ad esiti che avrei voluto evitare. Spesso corro il rischio di farmi male, immobile dinanzi all’incapacità di cambiare le cose. Del resto le ferite hanno solo due possibili esiti: la cicatrice o l’infezione.  Nel momento in cui mi chiedo se non sia un pretesto per eludere il presente mi do la risposta da solo. E puntualmente ricomincio. 

Un momento definitorio della mia vita è stato 7 anni fa, nel 2012; praticamente l’altro ieri. Lì, ad esempio, ci torno spesso. Vivevo oppresso dalla superficialità di persone che non capivo e dal potere coercitivo di fenomeni sociali che non mi appartenevano. La solitudine, mutuata da un’indole ingenua e insicura, pesava come un macigno. L’ostilità di un ambiente vissuto col vittimismo di chi condanna la mascolinità tossica senza capacità d’imporsi, senza nulla che desse voce o supporto a pensieri reificati, sostantivati in reazioni incontrollate e imprevedibili.

Necessitavo di un disco manifesto, capace di estirpare le radici dell’inadeguatezza che a distanza di anni ritengo abbiano avuto ragioni profonde d’esistere. Quel disco fu “Deja Entendu“, album che non esitai ingenuamente a etichettare come l’ultimo “vero” disco emocore. Uscito fuori tempo massimo (2003) rispetto all’ondata che caratterizzò la fine del ventesimo secolo insieme alla fine dell’emocore medesimo, “Deja Entendu” fu l’unico disco in grado di reinterpretare gli stilemi di un genere intero modernizzandone i suoni e dilatandone le atmosfere, sempre con un solido ancoraggio alla matrice di riferimento. Con quel disco i Brand New presero il mio cuore e lo spaccarono in due, venti, cento, mille pezzi: ricordo le lacrime, le urla, ricordo un disco che, senza troppa retorica nostalgica, mi salvò la vita. 

Brand New

Durante l’estate del 2012 le cose avrebbero iniziato a girare dal verso giusto. Avevo compiuto 17 anni e fu il periodo in cui iniziai a fumare, a suonare in un gruppo serio, a uscire la sera, a ubriacarmi. Non ero più solo. Ero sempre insicuro e dal precario equilibrio ma finalmente, per la prima volta nella vita, non ero solo. I Brand New continuavano ad essere la mia stella polare e così mi misi di approfondire il resto della discografia partendo dall’album successivo. Certo non mi aspettavo di trovare un lavoro all’altezza di quel capolavoro che avevo tanto amato. E sicuramente nel 2006 furono in molti a pensarlo prima di me.

Fu quello il momento in cui capii che le certezze possono crollare come castelli di carta. Ai primi ascolti, ancora imberbi e adombrati dall’idolatria per “Deja Entendu”, non lo sapevo. Qualcosa si muoveva nella pancia ma senza reale discernimento: avevo tra le mani il disco della mia vita. 

“The Devil And God Are Raging Inside Of Me” è stato, anche solo per un secondo, la cosa più pura e bella che mi sia capitata quando tutto sembrava perduto, imponendomi un’analisi coscienziosa del circostante, di ciò che ero e di cosa sarei dovuto diventare. Un disco di cento spanne superiore al suo predecessore e scevro da qualsiasi riferimento preesistente: se “Deja Entendù” lo attribuivo a livori ancora prettamente adolescenziali, con quell’astronauta in copertina che mi portava sulla luna con se, “The Devil And God Are Raging Inside Of Me” anticipò l’età adulta trascinandomi brutalmente coi piedi per terra e rappresentando lo spartiacque tra il prima e il dopo della mia vita. Le certezze appresso ai Brand New crolleranno ancora più avanti, ma ci arriveremo…

Cercando di mantenere, nei limiti del possibile, una condizione di neutralità emotiva possiamo partire dal fatto che per il periodo d’uscita questo disco fu assolutamente antitetico rispetto ai canoni estetici e musicali della propria epoca. Fare un doppione minore di “Deja Entendu”, più edulcorato e modaiolo, avrebbe sicuramente giovato in termini di visibilità e sotto il profilo commerciale, almeno nel breve periodo. E invece i Brand New, vedendoci più lungo dei propri fan, andarono oltre le mode e le aspettative in quanto passo necessario per risultare attinenti alla contemporaneità. Mentre il metalcore infestava le radio e il nu-emocore viveva la propria parabola discendente, con “The Devil And God Are Raging Inside Of Me” venivano scandagliati territori dell’emocore che erano rimasti inesplorati, lontani anni luce dai sentieri putridi di myspace. Influenze diverse e distanti permeano un lavoro funereo ma mai remissivo, nemmeno nei momenti più intimi e rallentati. C’è un po’ di Afghan Whigs e un po’ di Modest Mouse, ma entrambi spurgati da una precoce irruenza hardcore in un contesto dove assume rilievo il valore duale dell’intero lavoro; non solo quello del titolo, facilmente approssimabile alla dicotomia bene (dio) e male (diavolo) mentre si ricerca se stesso nella difficoltà. Ciò che sopratutto rileva è il dualismo musicale di un lavoro strutturalmente esile, i cui singoli elementi di ogni brano sono intuitivi e essenziali, ma che configurati nella loro interezza suonano in maniera ipertrofica: una piccola radura in cui il vento soffia fortissimo. 

Brand New

Appena mettiamo piede nella radura impervia dei Brand New si abbassa la temperatura. ““Was losing alla my friends, losing them with drinking and the driving”. Due cose sono certe nella mia vita: la morte e l’attacco iniziale di Sowing Season. Un giro di chitarra scarnissimo ci tiene per mano prima di gettarci nell’uragano del ritornello, deflagrando ogni cosa intorno a noi. L’impatto emotivo è devastante nel suo crescendo, affrontando il dolore di perdite attribuibili solo alle proprie responsabilità. Ciclicamente seminiamo qualcosa sperando che porti i suoi frutti; l’importante è prendersi cura del raccolto. La nostra coscienza,ingenuamente fraintesa come alterità, altro non è che il più severo giudice della nostra condotta (“i’m not your friend, i’m just a man who knows how to feel”).

A un livello di minore astrazione leggiamo invece la storia del prozio di Jesse Lacey, il quale fu costretto a combattere durante la seconda guerra mondiale. Mentre il muro sonoro del’opener sfuma, arriva il giro di basso di Millstone a portarci sulla nave degli stolti destinata ad affondare. Da sempre si tratta di una della mie canzoni preferite in assoluto: un brano dalla climax più rilassata rispetto all’open track ma d’impatto emotivo parimenti devastante , in cui si configura il confronto con il se del passato alla luce di errori che non si possono più cancellare. Il confronto poi assume contorni più intimi e identitari, e nel raccolto viene aggiunto il seme del rimorso per ciò che non si è più (I used to…). Andiamo fuori strada come auto contro il guard rail, confidando sommessamente in qualcosa, un simbolo, un significato, che possa restituire le giuste coordinata. Jesus Christ si presenta invece come il brano più facilmente assimilabile dell’intero album. Una ballata dall’incedere riflessivo dettato da chitarre pulitissime e batteria standard. Si entra nel merito di una sfera religiosa già accennata nel brano precedente, all’interno di un’opera che, volente o nolente, ha anche quest’anima. Ed ecco che un’ipotetica conversazione col figlio di Dio diventa una confessione in cui vengono palesati dubbi e insicurezze. Abbiamo tutti legno e chiodi con cui costruirci la bara. 

“And in the choir i saw our sad Messiah
He was bored and tired of my laments. Said, “I died for you one time but never again”.

Proseguendo nella tracklist si giunge al nucleo più viscerale e divampante del disco, composto dai tre brani successivi. Si esacerba tutto tornando a fare affidamento sui distorsori e sulle urla. Degausser spegne per un secondo la luce: chitarre appena sussurrate nella prima parte, sezione ritmica solida e cadenzata, cori di grande impatto che vanno oltre l’aspetto meramente contingente. É un brano d’amore, di quelli sofferti tanto in itinere quanto ex post, che ravvisano nell’intimità del legame il magnetismo tra corpi e anime. Il ritornello tocca una climax emotiva che funge da pietra ancorante per i due brani successivi, dato che Jesse qui inizia a urlare graffiando l’ugola come in pochi altri momenti durante il disco. Limousine è un altro treno in piena faccia. O è per meglio dire una macchina, la stessa che distrusse la limo dove sedeva Katie Flynn mentre viaggiava insieme a sua madre, rubandole ciascun anno di vita. Tutti e sette. Sette come i minuti di un brano volutamente allungato per ribadire il concetto espresso nel bridge (miglior crescendo i tutti i tempi): “one/two/three/four/five/six/seven love you so much, but do me a favour baby don’t reply…”. Sette sono le volte in cui “Never Again” viene pronunciato da Jesse prima del bridge stesso; 777 viene pronunciato a un certo punto per ribadire il numero di Dio in antitesi a quello del diavolo (666).

Una roba che per quanto io ami i Pixies piscia su qualsiasi scimmia andata in paradiso. Volendo restare nell’immaginario biblico del disco non è da escludere che la centralità del numero 7 abbia a che fare con i sette vizi capitali, ma resta una speculazione dei fan meramente ipotetica. La chitarra acustica mantiene un incedere catatonico perchè si limita a prefigurare un requiem che assume anime diverse,in quanto l’esplosione di dolore (“The signal interruppted…) lascia poi spazio alla contemplazione ( “A beauty supreme…”) e alla disperazione di nuovo verso il finale. You Won’t Know chiude questo trittico con l’apogeo del disco sotto il profilo della mera disperazione. Io delle urla così sgolate ma al contempo spontanee, distanti dall’immaginario posticcio degli scream che vanno di moda da circa 20 anni a questa parte, credo di non averle ancora sentite. Per alcuni trattasi di un’appendice di Limousine in cui il dramma di Katie è riversato sulla famiglia: il rimpianto di aver messo al mondo una bambina nella misura in cui si affronta il dramma della perdita. La bambina stessa, dall’altro canto, è morta e non ha idea di come stia la madre. Non lo sa. 

“It’s hard to be the better man, when you’re still lying…”

La seconda parte si apre con un brano che, di base, sarebbe stato una perfetta intro più di quanto non sia di per sé un perfetto intermezzo. In Welcome To Bangkok la voce registrata nel tape dice chiaramente “space cadet, full out”: un possibile riferimento all’astronauta di “Deja Entendu” che cade al suolo o che cerca di fuggire. Il ride della batteria detta il tempo incessante in un ritmo marziale accellerato prima di aprire a pieno volume uno dei più solidi e impattanti muri di chitarra distorti che sia mai stato infilato, a forza, negli speaker di un mixer. Un secondo di silenzio, gelido come il freddo nella brughiera, divide la fine di Welcome To Bangkok da Not The Sun, brano più quadrato in cui i Brand New fanno proprio (e in parte scardinano) l’indie rock pettinato degli anni 00. Un confronto tra amanti con un conflitto di interessi, in cui chi si farà male è chi dei due non ha nell’altro il proprio punto di riferimento, il proprio sole. Luca invece fa testo a se; e non nel disco, ma nella mia intera storia musicale. Mi è più volte capitato di metabolizzare certi brani come capolavori, o particolarmente significativi.

Ma solo con Luca ho seriamente pensato “questo brano non è di questo mondo”. Scala minore: La/Si/Do/Si, con quell’arpeggio di chitarra che sembra a ogni nota una foglia morte caduta al solo, tramortita dal peso della propria decadenza. Poi la maturazione del brano verso il finale, in cui il twist (minutaggio: 3:54) rievoca gli stessi vortici emotivi di Sowing Season, accentuando forse ancora di più il chitarrismo. Sezione ritmica tra le più dinamiche mai fatte dai Brand New. Ho scoperto solo di recente che la storia del brano è quella di Luca Brasi, personaggio del meraviglioso “Il Padrino” di Francis Ford Coppola, convinto inizialmente invece che fosse ispirato a un qualche verso del vangelo apocrifo di Luca. Del resto le galoche di cemento ai piedi del corpo che beve un intero oceano di cemento lasciano pochi aditi a dubbi. La “reprise” del brano, interamente acustica e spesso accreditata come 13esima traccia bonus del disco, raggiunge vette emotive che nulla hanno da invidiare al brano di partenza.

In dirittura di arrivo ci sono degli armonici di chitarra che cercano un posto nel mondo, ospitando mugugni non chiaramente udibili. Dicono “I can never lose it” e Untitled non poteva essere altro che questo: due brevi minuti di autocommiserazione. La lotta è finita…chi ha vinto? Il diavolo, Dio o io? Non ci è dato saperlo. Nel frattempo il paradiddle di Brian apre le danze con The Archers Bows Have Broken (spesso abbreviato solo in Archers) in cui si torna per un attimo con i piedi per terra. Brano dalla struttura vagamente più riconducibile alla forma-canzone canonica e colmo di invettive contro l’ipocrisia del cattobigottismo d’oltreoceano usato per seminare odio e disparità, tema che viene ripreso più volte nella discografia dei Brand New. “Portare la torcia” ma non come attaccamento romantico a un supporto necessario, bensì come dedizione costante e duratura ad una causa ai limiti del fanatismo. Il brano si candida, seppure in chiusura dell’opus, a essere uno dei potenziali singoli o quanto meno un ottima introduzione.

E poi c’è lei, ciò in cui i Brand New, a mio giudizio, non hanno mai avuto rivali in nessuna delle loro opere: la closer track. Io con Handcuffs scandaglio gli ultimi anni della mia vita, li metto al setaccio e li rigiro strofa dopo strofa, le quali pesano come stalattiti di quarzo. Qui la palla passa da Jesse Lacey, sempre e comunque dietro al mic, a Vincent Accardi, questa volta autore del brano, che dimostra di essere un discreto semiotico della musica ricorrendo a una lettura duplice: 1) la decostruzione individuale del singolo alla ricerca di una redenzione o di una riconfigurazione del proprio; 2)  l’analisi morale della società civile e l’oscurità i cui le persone si nascondono pur di essere viste come “buone”. Che si prediliga la lettura psicologica o quella sociologica la sostanza non cambia: Handcuffs è un altro pezzo della madonna che fa da della sua semplicità compositiva il punto di forza assoluto. Una chitarra acustica in primissimo piano a cui si sovrappongono le congiunture elettriche di Vincent e la voce di Jesse, qui più pacata e meno sofferta. “É difficile essere un uomo migliore quando dimentichi di provarci”, una frase che mi si azzecca addosso ad ogni ascolto, cui attribuisco una pluralità di significati in cui rievoco episodi e manifestazioni di svariati momenti della mia vita. Solo i Brand New con questo disco sono riusciti, in maniera così frequente e genuina, a realizzare una tale potenza evocativa. 

Al termine di questo viaggio cosa resta? Nel mio caso la devozione e la gratitudine per emozioni che, all’epoca ancor più di ora, non sarei stato in grado di ravvisare altrove, troppo immerso nella quotidianità e troppo oppresso dalla routine. In una sola parola: l’idolatria. Ed è quella che durante l’adolescenza ti fotte. “Kill Your Idols” diceva un gruppo punk degli anni 90; e avevano ragione. Quando nel 2017 esce “Science Fiction” io grido al miracolo come a una venuta del messia: un disco talmente ben suonato e eseguito da ripagare ogni lungo anno di attesa. Ancora oggi penso a “Science Fiction” come a uno dei miei album preferiti in assoluto della decade in dirittura di arrivo. A ciò va aggiunto l’avere in parte portato avanti quelle intuizioni che nel precedente “Daisy” (2009) erano a mio giudizio riuscite soltanto in parte. Ciò avrebbe dovuto rinforzare l’idolatria per i Brand New? in merito al disco si, ma in quello stesso periodo venne fuori che Jesse Lacey non era esattamente chi ci ha detto di essere tramite le sue canzoni, O, per lo meno, si è dimenticato di mettere a nudo una parte. Invito chi è interessato a cercare info per conto proprio dato che io non ne ho la capacità e faccio fatica a spiegarlo da ormai due lunghi anni. Quella fu, prima di sciogliersi, l’ultima grande lezione che mi dettero i Brand New. La più dolorosa ma anche quella che sancì il passaggio definitivo dall’adolescenza all’età adulta. 

Non lo so chi ha vinto tra il diavolo e Dio. Io, dal canto mio, ho perso. 

Brand New

 

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