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“There Is Nothing Left To Lose”, i Foo Fighters prima di prendersi tutto

Foo Fighters

Usciva, nel novembre 1999, “There Is Nothing Left To Lose”, terzo lavoro dei Foo Fighters. Registrato nello scantinato della casa di Dave Grohl in Virginia, insonorizzato artigianalmente tramite la “posa in opera”, da parte degli stessi membri della band, di sacchi a pelo appesi alle pareti, il lavoro, nonostante le turbolenze legate ai cambi di formazione dell’epoca, è stato definito da Grohl “la registrazione piu’ rilassante della vita”. Ai tempi, Pat Smear, affaticato dai tour e dalle registrazioni, aveva abbandonato il gruppo, l’ipotesi di una sua sostituzione con Franz Stahl praticamente abortì prima di nascere salvo fugaci apparizioni, e il batterista William Goldsmith era appena stato sostituito da Taylor Hawkins, ex turnista di Alanis Morrissette, il quale, nonostante fosse stato più volte sollecitato da Grohl a riflettere sul minore seguito di pubblico, ai tempi, della band, insistette, dimostrando una notevole lungimiranza, per farne parte : “voglio suonare in una fottuta rock band”.

La formazione che si trovò, comunque, a registrare l’album nel contesto domestico del neo acquisto immobiliare in Virginia di Grohl, stanco di un periodo di scapolaggio feroce a Los Angeles, era veramente ridotta all’osso, (Grohl, Hawkins, il bassista Nate Mendel) in quanto l’abbandono di Pat Smear (col senno di poi temporaneo) e l’infelice tentativo di sostituzione con Stahl avevano costretto il gruppo a registrare con una formazione a scartamento ridotto. E forse il risultato ne ha un po’ risentito.

Foo Fighters

“There Is Nothing Left to Lose” paradossalmente e’ il disco che rappresenta la bandiera, la dichiarazione di intenti di quello che saranno poi in seguito i Foo Fighters, e quello che, per certi versi, lo è meno.

Difatti, se il lavoro contiene pezzi come Learn to Fly, hit più riuscita e conosciuta a livello planetario di Grohl e soci, o Breakout, canzoni celeberrime caratterizzate da grande intensità e vena rock, e, da non dimenticare, da due video decisamente originali per l’epoca ed ancora attualissimi, la costante melodica dei pezzi successivi sfilaccia al lavoro, progressivamente, energia. Energia per contro benissimo raccontata, in chiave decisamente ironica, nel video di Learn to Fly, tutt’ora in heavy rotation sui canali musicali, il quale vede i componenti della band interpretare, assieme all’amico storico Jack Black con i suoi Tenacious D,  diversi personaggi nel corso di un volo aereo turbolento e sgangherato che va a concludersi, in coerenza con il mood perennemente ottimista e positivo di Grohl, con l’inevitabile happy ending, un fortunoso atterraggio di emergenza.  Breakout poi, brano inserito nella colonna sonora di Me, Myself & Irene con Jim Carrey, rivela nel video (nel quale all’inizio si sente l’intro di Generator, un’altra traccia dell’album) surreali doti di attore di Grohl, in grado addirittura di competere con quelle del protagonista del film.

A posteriori, tuttavia, dopo venti anni, si può rilevare che se l’apertura del disco con la caustica Stacked Actors, invettiva contro l’effimero e superficiale ambiente musicale e discografico rappresentato, incarnato e sintetizzato dalla vedova di Kurt Cobain Courtney Love (con cui Grohl ebbe diverse controversie di carattere legale), e se, altresì, il pezzo, nella sua musicalità riesce a rendere ed enfatizzare la rabbia, il risentimento e la vena corrosiva del testo, dopo la seconda e terza traccia, Breakout e Learn to Fly, il disco imbocca una strada melodica che rappresenta certo, una cifra stilistica propria del gruppo, presente anche nelle produzioni successive, ma non certo la più rappresentativa.

Un disco ben lontano dai picchi delle produzioni successive quali “Wasting Light” (un capolavoro) o del precedente “The Colour and the Shape”, ma comunque, per quanto interlocutorio, necessario a consentire alla band di raggiungere l’attuale evoluzione, se non altro per poi comprendere che il ruolo di Smear è fondamentale e quello di Hawkins ha portato una energia e raccolto un testimone (stiamo sempre parlando di un frontman che è tuttora considerato uno dei migliori batteristi al mondo) che forse solo lui era in grado di raccogliere.

Gli aspetti positivi del lavoro sono indubbiamente rappresentati dai pezzi destinati a diventare cavalli di battaglia come i già citati Learn To Fly e Breakout, così come dall’originalità, per i tempi, dell’uso del talk box in Generator (e oggi, inondati dalla Trap, viene veramente da sorridere) così come è davvero apprezzabile un editing realmente minimale che mantiene piacevolmente quell’effetto “garage”, certo, tipico dei tempi, ma anche volutamente genuino. E sicuramente la pacca di Hawkins, senz’altro poco valorizzata per gran parte dei pezzi dell’album, iniziava comunque a fare capire quale sarebbe stato il tiro di batteria dei Foo.

Tuttavia, però, “There Is Nothing Left To Lose sembra non decollare mai, forse a causa di quella vena melodica che finisce per sopraffare quella più squisitamente rock. Pezzi come Next Year o Aurora saranno, certo, destinati ad una certa notorietà anche successiva, ma non superano mai lo stato di strano ibrido tra una ballad e un tipico pezzo tirato pezzo alla Foo.

Insomma, un disco interlocutorio e necessario ad unire quello che era accaduto tra i due album precedenti e il progressivo successo planetario dei lavori successivi; ma se condividiamo (e la condividiamo) l’affermazione di Alice Cooper, secondo il quale nello scenario attuale, non particolarmente dinamico del rock mainstream, solo Foo Fighters e Green Day sono i gruppi dotati di vero ed effettivo tiro live e di qualcosa di concreto da dire (anche perché danno ancora la sensazione di divertirsi un mondo a suonare), sicuramente “There is Nothing Left to Lose”  è stato un passaggio necessario, ma sicuramente non il più incisivo, per consentire a Grohl e soci di meritarsi quella –autorevole- definizione.

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