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Goldenground

GOLDENGROUND: Luca Tacconi (Sotto il Mare Recording Studios)

Esiste un mondo sommerso, una selva di persone, passioni e cuori che stanno dietro alla musica e che ogni giorno la nutrono con amore paterno, nascosti dietro le quinte della scena. Goldenground va a scavare negli intricati tunnel dell’underground per portare alla luce le scintillanti pepite d’oro sparse in tutta Italia e per dare voce a chi è solito dare voce alla musica.

Non tutti sanno che dietro alla musica che sentiamo dai CD, vinili, Spotify e qualsiasi altro supporto ci sono delle mani e delle menti che aiutano i musicisti a inicidere la propria arte e a rendere fruibile quello che altrimenti rimarrebbe solo nella loro mente. I dischi si fanno in studio per lo più, un luogo magico che permette di fermare il tempo e creare un’atmosfera surreale dove la sola cosa che conta sono le emozioni.

Oggi parleremo con uno dei sound engineer più nerd e genialoidi d’Italia, vale a dire Luca Tacconi di Sotto il Mare Recording Studios. Lo studio di Luca è una goduria per le orecchie ma anche per gli occhi: tre sale di ripresa, di cui una di 70mq alta 6 metri, parquet, vetrate enormi, legno e stoffa rossa, un regia comodissima e una marea di macchine analogiche rare e costose che fanno suonare bene anche gli errori. Ma ora basta parole, facciamoci raccontare qualcosa dal diretto interessato!

Sotto il mare

Ciao Luca! è un piacere parlare con te! Dicci, com’è nato Sotto il Mare e come hai scelto un nome così evocativo?

Ciao Matteo, ti ringrazio per l’invito a partecipare all’intervista. La scelta è ricaduta su Sotto il Mare nel 2005 quando, dopo aver stilato la classica lista dei nomi plausibili, capii che non doveva essere né tecnico né in lingua inglese. Mi interessava racchiudere in una definizione l’idea di cosa significasse per me avviare questo genere di attività, cercando a lungo e scegliendo un luogo adatto a dare libero sfogo senza freni alla propria creatività. Essere ‘Sotto il Mare’ era precisamente la sensazione che avvertivo e volevo trasmettere agli altri nel momento in cui fossero stati miei ospiti, come quando si entra in un tempio sacro e isolato dal mondo: volevo che ci fosse la percezione di essere parte di un luogo nel quale ognuno avrebbe potuto esprimere la propria creatività senza filtri, giudizi o altre inibizioni. Noi musicisti sappiamo bene che i paletti e le costrizioni non fanno bene all’arte e alla libera espressione di sé. Nel corso degli anni ho comprato e messo a punto dei macchinari che mi permettono di caratterizzare il suono delle riprese e dei mix secondo il mio gusto. Si tratta di macchine che considero in qualche modo vive e piene di carattere, come avessero un’anima e ne lasciassero un pezzetto in ogni disco fatto qui.

So che sei chitarrsita, ci racconti qual’è stata la tua avventura con la musica dalla parte del musicista e cosa ti piaceva suonare? Cosa ascolti al di fuori del tuo lavoro?

Ho iniziato ad ascoltare musica quotidianamente dall’età di 4 anni, cioè dal giorno in cui i miei due fratelli maggiori mi hanno lasciato libero accesso al loro impianto HiFi costituito da una piastra per cassette, un amplificatore e due casse… successivamente mi sono guadagnato anche l’utilizzo del piatto giradischi. In pratica passavo i pomeriggi dopo la scuola ad ascoltare musica e le prime cose in assoluto che ho ascoltato sono Allman Brothers, Pink Floyd, Ry Cooder, Clapton, Dire Straits, Elton John, Marvin Gaye, Jorma Kaukonen, Beatles, Dylan, ELP e tutto quello che trovavo nel mobiletto dello stereo. Questo genere di attività pomeridiana è proseguita anche alle scuole medie e superiori con le band degli anni ’90 e generi come il grunge, il crossover e i “guitar hero” e mi ha offerto una grande opportunità: allenare l’orecchio per riuscire a imparare brani da suonare con la chitarra elettrica. Quegli anni sono stati fondamentali per affinare la mia capacità di ascolto.
Ho imbracciato la prima chitarra, una Eko Ranger acustica, a 7 anni e all’età di 14 ho barattato l’acquisto di un motorino con una Stratocaster, un Turbo Overdrive e un Twin Reverb. Non so dire se ai miei genitori spaventasse più l’idea di vedermi suonare qualche tipo di rock su un palco invece che studiare o lo sfrecciare con il motorino che ho comunque comprato l’anno dopo con gli spiccioli delle mance (era un tubone scassato che ho restaurato e elaborato all’inverosimile, ma questa è un’altra storia). Formata la prima band alle scuole medie, ho proseguito poi per dodici anni negli SKP (Escape), band con formazione più o meno stabile ma sempre affiancato da un amico e grande musicista: Paolo Campagnola. Dopo le classiche cover abbiamo iniziato a suonare musica originale ispirandoci a vari filoni musicali: dal classic playing e la necessità di andare contro tutto propria del rock, passando dalle sperimentazioni d’avanguardia in stile Radiohead e oltre, fino all’intimismo dei Sigur Ros. Abbiamo registrato due dischi e girato un po’ fino ai primissimi anni 2000, poi ho attraversato un periodo di crisi famigliare e personale che è sfociato nella mia dipartita dalla band e nel mettere da parte lo strumento (ancora oggi vivo emozioni e desideri contrastanti a riguardo). La costruzione di Sotto il Mare v1.0 , un piccolo studio nella cantina dei miei genitori, esploso poi nell’attuale studio dal 2009, è stato il modo per rimanere ben ancorato alla musica, arte e disciplina che mi ha fatto il dono di salvarmi la vita.
Al di fuori del mio lavoro, che non mi lascia molto tempo libero e mi richiede grandi sforzi di attenzione, ho trascorso anni ad ascoltare poco altro se non la musica alla quale stavo lavorando. Da qualche anno però sento sempre più la necessità scoprire nuova musica e sto rimediando gustandomi veramente di tutto, esplorando anche band e album suggeriti dai miei clienti e dagli amici e colleghi. Mi piace spaziare tra i generi ma in ogni caso preferisco la musica suonata alla musica “programmata”.

Immagino ad un certo punto il tuo focus si sia spostato solamente sull’aspetto recording, com’è successo questo passaggio, c’è stato un evento scatenante?

All’inizio del 2000 sono entrato in uno studio di registrazione a Verona come musicista per realizzare un disco con gli Escape. In quei giorni ho capito che quello era l’ambiente perfetto per me e nel quale avrei davvero potuto dire qualcosa, lasciare un segno.
Durante le registrazioni ricordo di aver chiamato la mia ragazza descrivendole un posto bellissimo, ero carico a mille.. Quella esperienza ha tracciato in me una linea di confine, si è delineato un prima e un dopo. Mi sono rimboccato le maniche e ho fatto tutto quello che era nelle mie possibilità pratiche ed economiche per avviare la mia carriera in questo settore difficilissimo. Un’altra esperienza che mi ha nutrito particolarmente e ha cambiato il mio modo di vedere le cose è stato assistere a tre giorni di registrazione di una band veronese (Nexus) presso il leggendario Red House Recordings di Senigallia. Respirare un modo organico e artigianale di registrare dischi in uno studio full analog con David Lenci e Massimiliano Moccia ha cambiato profondamente la mia visione delle cose. In quel momento ho capito che produrre musica, avendo a che fare quindi con materia impalpabile, ma avvalendosi di macchinari hardware e non software può davvero avere molti aspetti in comune con una qualsiasi attività di artigianato. Questo per me è un modo più umano e organico di fare dischi. Parlando con i miei clienti e colleghi mi piace sempre ribadire che quando si registra su nastro c’è un momento sacro: è quello in cui, finita la take, i musicisti posano gli strumenti e vengono in regia per ascoltare e dare un giudizio sul lavoro svolto.
Il tempo necessario al rewind del nastro diventa un momento fisiologico e indispensabile di attesa nel quale si respira e ci si concentra per il successivo momento di ascolto. Con il digitale questo attimo non esiste più, è tutto fin troppo veloce e poco umano. Le infinite possibilità di manipolazione offerte dai computer vengono anche spesso usate a sproposito e sento che la musica non ha bisogno di infiniti trucchi ed è facile intuire come queste tecnologie nelle mani sbagliate diventino addirittura deleterie. Questo scenario sta portando fonici e musicisti, in quanto esseri umani e perciò pigri, a non-assunzioni di responsabilità quali quella di studiare, imparare ed eseguire correttamente e con pathos le proprie parti. Sento in giro dischi sempre più perfetti ma poveri di comunicatività. Sinceramente non mi pare un gran traguardo.

Sotto il mare

Luca penso tu sia consapevole che la tua fama da nerd ti precede, raccontaci delle macchine che custodisci a Sotto il Mare, soprattutto quelle per le registrazioni su nastro!

Riguardo la fama che mi precede non so, però ti posso dire che ho scelto le macchine con cui lavoro provandole e ascoltandole. La cosa pazzesca è che mi sono innamorato, senza saperlo preventivamente, di strumenti/mixer/tape machine che sono stati utilizzati negli anni d’oro dell’industria musicale per realizzare album che ho letteralmente consumato e che sono entrati a far parte del mio DNA uditivo. In pratica è come se avessi sviluppato una memoria uditiva relativa a un certo sound che ha plasmato il mio gusto. Sono rimasto affascinato dal processo di registrazione fin dall’età di 4 anni, quando passavo i pomeriggi ad ascoltare e registrare musica su musicassetta.
Ancora oggi oggi vedere il nastro scorrere mentre le onde sonore trasdotte in segnali elettrici vengono magnetizzate su tale supporto rappresenta una cosa in qualche modo sacra, quasi magica. Rimanendo nel dominio analogico non ci sono ulteriori conversioni in bit e non credo nemmeno che l’estetica del super-flat low-noise propria del digitale sia funzionale all’estetica musicale, anzi, andando avanti con gli anni sento dischi suonare sempre peggio, tranne qualche piacevole e inaspettata eccezione. La limitatezza del supporto in quanto a numero di tracce e rumore di fondo, ad esempio, ti costringe ad avere una visione chiarissima del disco fin dall’inizio del processo di registrazione e ti obbliga a lavorare subito il segnale e prendere delle decisioni imboccando strade e scartando variabili spesso inutili, mentre nel mondo digitale, nel quale si possono rimandare le decisioni all’infinito, si finisce spesso per portarsi dietro tracce e materiale inutile, che non verrà mai utilizzato in fase di mix. Dal mio punto di vista è importantissimo essere sempre focalizzati e NEL MOMENTO, sia dalla parte del fonico/produttore sia da quella del musicista. In ogni preciso momento di registrazione stai creando il disco, stai fissando una cosa unica che rappresenta quell’attimo… non uno prima, non uno dopo, un po’ come scattare una fotografia.
Dopo un paio d’anni di ricerca sono riuscito a scovare un 24 piste Ampex MM1200. Fino a quel momento utilizzavo uno Studer A80. Mi arrivò una notifica da Ebay per una ricerca salvata, ero in pausa nel mezzo di una registrazione. La macchina si trovava in Inghilterra ed era appartenuta a Elvis Costello che ci aveva registrato i suoi album degli anni ’70 e ’80. Ho agito istintivamente mandando un messaggio al venditore e ho comprato subito dopo la macchina, vendendo poi immediatamente la mia che ora è in Francia. L’Ampex MM1200 ha elettronica discreta a transistor che le conferisce velocità nella risposta ai transienti e headroom da vendere, niente circuiti integrati e ha un suono incredibile ma con un trasporto del nastro molto primordiale, “punk” come lo definisco io… la cosa meravigliosa è che proprio nel momento in cui l’ho comprata sono venuto a conoscenza che un genialoide nerd negli USA stava sviluppando ex-novo un sistema che comprendeva tutta l’elettronica di controllo dei motori e delle funzioni a microprocessore e con encoder magnetici proprio per l’ MM1200, in modo da rendere il trasporto del nastro fluido come quello delle ultime tape machine costruite. In pratica un impianto di tecnologia moderna su un dinosauro del 1975. 
Ho deciso di dargli fiducia e mi sono offerto di fare da beta-tester per il sistema. Il risultato è che ora posso lavorare con una macchina dal suono incredibile con un sistema attuale che la rende molto più affidabile e comoda da usare. Ho anche un prototipo di remote-autolocator che mi sono fatto spedire l’anno scorso dall’ideatore (Robert Starr, RTZ Audio LLC) in occasione del workshop di Steve albini presso il mio studio. Ci tenevo che Albini potesse lavorare in maniera comoda ed efficiente durante i pochi giorni di workshop/registrazione del disco degli Uzeda. Mi ha fatto piacere che Steve, mentre stava controllando la taratura dell’Ampex come di consueto prima di iniziare le registrazioni, si sia sbilanciato dicendomi che il mio era l’esemplare di MM1200 meglio manutenzionato su cui avesse lavorato. Un altro pezzo fondamentale per il mio workflow e il suono dei miei dischi è il banco analogico a 56 canali MCI JH556. Lo scovai ad Amburgo e andai con un amico a testarlo e comprarlo. Al ritorno da Amburgo, l’indomani, arrivò il furgone che trasportava il mixer e radunai alcuni amici oltre a una ditta di facchini per potare in studio questa bestia da 700 Kg. Eravamo in dieci e l’impresa è stata ugualmente ardua.
E’ un banco pazzesco, ha un suono che adoro, un low-end bello grosso e grasso ma allo stesso tempo un punch come un pugno nello stomaco e ti restituisce la dinamica che entra senza comprimere. Per renderlo più facile da usare e per velocizzare il workflow nei mix, oltre a ricondizionarlo completamente ho installato un sistema di Fader motorizzati per poter fare automazioni manuali. Tra le cose particolari nell’arsenale di macchine che ho in studio ci sono anche preamplificatori microfonici a valvole Telefunken V72 (vedi console EMI utilizzata negli album dei Beatles), Ampex 351, un compressore ADR Compex che ha una grana sonora molto riconoscibile come nella batteria di When The Levee Breaks degli Zeppelin e un limiter valvolare anni ’50 che veniva usato dall’esercito statunitense durante le trasmissioni radio nei campi di battaglia. Quest’ultima macchina è eccezionale per comprimere le “room” delle batterie ad esempio. La cosa divertente è che nel manuale di istruzioni c’è anche una sezione in cui viene spiegato passo- passo come distruggere l’apparecchio in caso di attacco nemico, in modo da mantenere segreta la tecnologia militare statunitense dell’epoca.

Dal tuo studio sono passate tante personalità, tra cui agli albori anche Elisa. Ti va di condividere l’esperienza con i lettori di Impatto?

Lavorare con Elisa è stata un’esperienza formativa molto intensa e anche impegnativa a livello emotivo. Essendo anche la prima artista di rilievo a entrare nel mio studio, ho affrontato le sessioni con grandissimo entusiasmo e le emozioni mi hanno permesso di sopportare anche turni di lavoro estenuanti. Basti pensare che la media di lavoro giornaliera era di 14-15 ore e non mi sono fermato per 18 giorni consecutivi.
Elisa infatti è una lavoratrice instancabile e un’artista straordinaria che in occasione dei due album registrati qui si è avvalsa di un entourage di musicisti italiani e internazionali formidabili (musicisti che hanno lavorato con artisti come John Mayer, QUOTSA, Depeche Mode, Alanis Morrissette, Beck e molti altri). Nel primo album, L’Anima Vola, io ero il Tape Operator, ovvero la persona che si occupa di registrare su nastro gestendo la tape machine. Nel successivo ON Elisa mi ha chiesto di occuparmi di tutti gli aspetti di registrazione e la band ha suonato in presa diretta. Abbiamo fatto due sessioni di tre giorni, nei quali hanno visto la luce No Hero e Catch The Light.
A distanza di due mesi, nonostante il management avesse prenotato lo studio per finire le riprese di tutti gli altri pezzi, sfortunatamente non fu possibile continuare a causa di questioni famigliari di Elisa, che ha proseguito in uno studio a pochi minuti da casa.
Per le riprese di ON ricordo di essermi interrogato sul da farsi: sapendo che non avrei mixato io l’album, il bivio era se trattare in maniera più leggera le riprese per lasciare aperti orizzonti più ampi nel mix oppure prendere decisioni più radicali, come faccio di solito, imboccando una strada ben definita fin da subito. Ho scelto la seconda possibilità e ne sono felice… in quei due brani sento che è presente la mia firma sonora e il fonico di mix ha rispettato (per forza) le riprese senza snaturarne l’intenzione. Dopo tutto, a pensarci bene, i dischi ai quali ci si affeziona sono carichi di un qualcosa di speciale che io chiamo Intenzione e sono perfettamente riconoscibili, come devono e meritano di essere riconoscibili i musicisti che hanno suonato, anche nel caso in cui vengano sovrapposti campionamenti da librerie strumentali.
Altri artisti di rilievo con cui ho avuto il piacere di lavorare sono Lewis Capaldi, Dominic Miller, Francesco De Gregori, Martin Miller, Uzeda, Pacifico, Guido e Maurizio De Angelis, Raf, Umberto Tozzi, Biagio Antonacci. Quest’anno ho avuto una bellissima esperienza lavorando a fianco del fonico/produttore americano Tommy Vicari per Filippo Perbellini, musicista veronese.

Sotto il mare

Ultimamente ho visto che c’è stato un workshop con la partecipazione di Steve Albini durante le registrazioni degli Uzeda, com’è andata? Com’è stato conoscere uno dei tuoi riferimenti principali?

L’esperienza con Steve Albini è stata pazzesca sotto molti punti di vista. Ho desiderato per anni di potergli stringere la mano e mi sarebbe piaciuto moltissimo anche poter visitare il suo Electrical Audio nel 2009 durante un viaggio a Chicago con mia moglie, periodo nel quale stavo ultimando i lavori al mio attuale studio, ma per un banale disguido non fu possibile. Di Albini mi piace davvero tanto l’ideologia umana e musicale, ovvero quella di un rispetto totale per le band e per le loro idee e decisioni, cosa che si traduce nel voler rappresentare nel modo più fedele possibile la band su un disco. “Musicians come first”. Questo è il modo più giusto e nobile di dare libera espressione all’arte, senza filtri.  Posso affermare con certezza che Steve è uno degli uomini più devoti alla propria professione e allo stesso tempo carichi di princìpi morali che io abbia mai incontrato. Ricordo il momento preciso, nel 2007, in cui un amico mi parlò di Steve e mi prestò l’album American Don dei Don Caballero. C’era dentro un sound che non avevo mai sentito prima in un disco: non pensavo fosse possibile restituire un’immagine così veritiera di una band, con la stessa energia di un live, impacchettarla in un disco e consegnarla all’ascoltatore. In quel disco, come in molti suoi altri, sono presenti realismo, botta e pasta sonora pazzeschi… è come avere la band rivelata nella sua totale essenza davanti a te, come stare in un live che però ha anche le caratteristiche di un album. Non stento a credere che i Nirvana si riconoscessero completamente e adorassero riascoltare anche dopo anni il loro album “In Utero”.
Tornando al workshop, è stato bello ospitare gli Uzeda, band catanese con un impatto e compattezza pazzesca. Hanno suonato i pezzi del disco quasi tutto “buona la prima”. Lavorare con band del genere, con un’identità / coesione / impatto così, ti fa capire come sia quasi impossibile sbagliare la mira e ripristina gli equilibri e i cardini sui quali si basa l’essere un fonico e produttore e fare un album in studio, ovvero riprendere, preservare e far risplendere ciò che già esiste e contribuire a creare ciò che manca. Districare, nobilitare e perfezionare, una sorta di azzeccagarbugli in pratica.

Lasciando perdere i grandi nomi, come ti trovi con i musicisti che vengono a Sotto il Mare? C’è un genere o una formazione che preferisci registrare?

Partendo dal presupposto che è fondamentale mantenere e valorizzare l’identità di ogni musicista all’interno di una band durante le fasi di lavorazione di un disco, sono convinto che come me anche altri ascoltatori siano stanchi di ascoltare album che suonano tutti uguali perché troppo lavorati. E’ tempo di tornare a una visione discografica più ruvida e diretta.
Detto ciò, mi piace registrare e trovo molto stimolante qualunque tipo di situazione laddove ci sia una forte valenza artistica e comunicativa e i musicisti siano rispettosi verso le persone coinvolte nei vari processi di lavorazione e verso il loro lavoro svolto. Se i musicisti sono bravi con il loro strumento, lo dominano senza esserne sopraffatti e sono in grado di adattare il loro linguaggio esecutivo per servire il brano, il gioco è fatto. Il mix di tutte queste cose si rivela sempre vincente.
Mi infastidiscono invece le persone pretenziose e prepotenti e di solito questi atteggiamenti accompagnano scarse capacità e intuizioni. E’ estremamente importante fidarsi del proprio fonico e produttore (spesso è la stessa persona), valutare le sue proposte e dialogarci, perché è la persona che ha in mano le redini e la qualità di realizzazione di un prodotto che impiega a volte mesi per essere concepito e realizzato (dalla sala prove al disco finito). Questo fa capire quanto sia importante scegliere bene i professionisti con cui lavorare.
Non dimentichiamoci che sono le persone a fare i dischi e dal momento che è necessario passare del tempo insieme per raggiungere un obiettivo comune, è importante che il tempo scorra in maniera piacevole. In studio spesso si creano legami di amicizia con i miei clienti e questo dura poi anche al di fuori dello studio. Per me è stimolante intervallare il lavoro a capo chino a dei momenti di relax e divertimento. Come genere mi sento a casa sia nelle situazioni più acustiche e scarne, dove la ripresa e la cura di ogni sfumatura dei pochi strumenti coinvolti è fondamentale, fa un’enorme differenza e tiene incollato l’ascoltatore, sia quando ho a che fare con band molto energetiche e di impatto (mi piace molto curare l’interazione degli strumenti e creargli lo spazio che meritano nelle riprese e nel mix, mantenendo quel fuoco che c’è nel live o alle prove), registrando il più possibile in presa diretta.
Capita invece molto raramente che mi occupi di Rap o Trap dato che per quei generi un microfono qualunque e un portatile sono più che sufficienti se c’è dietro una produzione artistica adeguata. Molto spesso sono i progetti ‘minori’ a darmi più soddisfazione e mi spronano a sperimentare nuove strade sonore… è proprio dalla sperimentazione (la benzina della creatività e delle idee) che nascono le cose più interessanti e diventano contenitore di intenzione e spessore.
A volte inserisco in un album un particolare che lo caratterizzi, come può essere l’uso di microfoni inusuali, di capsule a carbone smontate da cornette telefoniche, di un microfono piazzato a 6mt di altezza o sul pavimento durante riprese di batterie e distrutto in un limiter a valvole o facendo reamp di strumenti in piccoli amplificatori e/o pedali, uno slapback sulle voci realizzato con un due piste Studer A810 oppure facendo suonare nell’impianto audio della Live Room o nel bagno alcuni strumenti già registrati e ri-registrando il suono della stanza tramite microfoni per poi rimixarlo al resto e creare un’amalgama particolare. A volte invece la strada più lineare e senza fronzoli si rivela vincente… dipende dal disco insomma. Quando non è coinvolta un’etichetta che impone determinati cliché si è completamente liberi di far bruciare il fuoco delle proprie idee. Spesso le cose più belle vengono realizzate su album indipendenti lasciandosi trasportare dalla sperimentazione o da particolari intuizioni e mi stuzzica molto trovare una soluzione il più possibile artistica alla risoluzione dei problemi.

Sotto il mare

Una consueta domanda, che cosa consiglieresti ad un ragazzo che vuole intraprendere il tuo stesso percorso?

Gli consiglierei di spendere tutte le proprie energie in qualcosa che gli piaccia e per cui valga la pena farlo, di sviscerare, capire e formalizzare quali siano i canoni che possono definire questo “qualcosa”, capendo e sviluppando un proprio gusto e metodo di lavoro, ingredienti fondamentali per rendere unico e riconoscibile il proprio lavoro. In questo mondo nel quale tutto è alla portata di tutti ed è facilissimo copiare, vince chi è totalmente riconoscibile e matura un’esperienza tale da permettergli di affrontare qualsiasi sfida senza paure. Nella vita, come nel lavoro, bisogna osare e aver voglia di rompere gli schemi. Solo così è possibile lasciare un segno del nostro passaggio nel mondo.

Bene Luca, siamo alla fine, cosa dobbiamo aspettarci da Sotto il Mare prossimamente? Ci sono novità all’orizzonte?

A parte la bellissima novità attiva già da settembre di quest’anno, ovvero l’opening di una Regia B nella quale ci si occupa di produzione audio-video, gestita da Andrea Viti (Karma, Afterhours, Mark Lanegan, Greg Dulli, Battiato, Alice) e Francesco Cappiotti (Facciascura, The Last Drop Of Blood) di Amanita Produzioni con la collaborazione di Bruno Mantra, per il 2020 ci saranno parecchie novità ad affiancare il consueto lavoro in studio: ho appena dato vita a un contenitore dal nome Sound Culture, nel quale condurrò alcuni workshop mirati a sviscerare questioni tecniche e non solo, legate al fare musica e al lavoro di sound engineer.
Il primo incontro è fissato al 5 Gennaio 2020, nel quale affronterò tematiche legate alla registrazione su nastro e alla taratura di tape machine, spiegando e toccando con mano come i parametri di taratura degli apparecchi influenzino il suono finale. La conoscenza di questi fattori permette di acquisire consapevolezza sulle possibilità legate all’uso delle macchine a nastro e consente di approcciarsi in maniera creativa a del tutto personale alla registrazione analogica e al tone-shaping di un disco. E’ possibile trovare informazioni a riguardo all’indirizzo: http://www.sottoilmare.it/tapecalibration.php

A partire da gennaio inoltre saranno disponibili due sale prove nuove di zecca con strumentazione al top al piano superiore dello studio, con entrata indipendente, oltre a una zona relax con cucina annessa.
E’ un progetto che ho tenuto in grembo e perfezionato per 10 anni e quest’estate ho capito che era il momento giusto per rimboccarsi le maniche e concretizzarlo.
Le sale prove saranno dapprima disponibili in orario serale dalle 20:00 in poi, con affitto a cadenza mensile e utilizzabili da ogni band per una o più sere a settimana, con possibilità di lasciare custoditi al sicuro i propri strumenti. E’ la sala prove che avrei sempre voluto avere e non è escluso che per l’occasione ritorni a suonare pure io di tanto in tanto sfruttando questa comodità. Nelle ore mattutine e pomeridiane le stanze si presteranno a ospitare attività come lezioni di musica, workshop e percorsi annessi all’arte, in forma di Co-working.
Se qualcuno ha voglia di proporre progetti da sviluppare mi contatti pure per parlarne. Un altro progetto bellissimo che partirà a febbraio 2020 al quale sto pensando da due anni e che mi entusiasma particolarmente è un format ideato in collaborazione con mia moglie Chiara e prende il nome di SWEAT.
Si tratta di una serie di esibizioni live in studio in cui viene celebrata la musica in sé, senza orpelli. Il nome prende ispirazione da un’immagine: musicisti che suonano con trasporto, che si ritrovano perdendosi nella loro musica. Ma anche sudore inteso come dedizione, come attesa. Durante questi concerti registrerò in analogico le performance delle band invitate ad esibirsi e produrrò tramite la mia nuova etichetta degli album che vedranno la luce sia sulle attuali piattaforme digitali sia su bobina analogica, settore di nicchia che però coinvolge sempre più audiofili e appassionati di ascolto “no compromise”.

Grazie mille del tempo che ci hai dedicato, ti auguriamo un buon lavoro!
Grazie a voi, alla prossima!

Sotto il mare

 

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