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“Defenders Of The Faith”: l’attacco è la miglior difesa

Il muso feroce di una tigre pronta ad azzannare una preda. Le lunghe corna affilate di un montone che si dà la carica per prendere a craniate un rivale. Il corpo corazzato per assorbire i colpi dei nemici. La schiena e le spalle ricoperte di cannoni e mitragliatrici. Dalle zampe anteriori sbucano fuori artigli che affettano la carne come la lama di un rasoio. Le zampe posteriori non ci sono: al loro posto, delle ruote di carro armato talmente pesanti da poter maciullare un elefante.

Il Metallian, ovvero l’immonda creatura protagonista della copertina di “Defenders Of The Faith”, fu ideato dai Judas Priest – che lo fecero disegnare all’artista Doug Johnson, già al lavoro sul precedente “Screaming For Vengeance” – per trasmettere un messaggio ben preciso al mondo intero: nessuno poteva permettersi di fare la morale a Rob Halford, Glenn Tipton, K. K. Downing, Ian Hill e Dave Holland. Né i bacchettoni che li accusavano di farcire le loro canzoni di oscuri messaggi subliminali, né tantomeno gli ottusi censori del Parents Music Resource Center, l’associazione statunitense fondata da Tipper Gore con il proposito di mettere la museruola alle band considerate più maleducate e dannose per le menti dei giovani imberbi.

Per farla in breve: il mostro furioso che vi trovate davanti agli occhi rappresenta la potenza annichilente e definitiva dell’heavy metal inteso nella sua forma più pura, intransigente e priva di contraddizioni. Non più un semplice genere musicale, quindi; bensì una ragione di vita – una fede da difendere con il coltello tra i denti. Grazie alle dieci tracce di “Defenders Of The Faith”, i Judas Priest si trasformarono definitivamente negli apostoli del sacro verbo metallaro. Compatto, duro e impenetrabile, certo…ma anche incredibilmente melodico – usufruibile a quel grande pubblico che, ancora oggi, riempie i palazzetti e le arene per cantare in coro questi veri e propri inni heavy.

La partenza veloce di Freewheel Burning lascia tramortiti al primo colpo. Il brano avanza a ritmi serrati, con Halford che tira fuori acuti disumani e le chitarre di Downing e Tipton che rubano immediatamente la scena a suon di riff micidiali, armonizzazioni di stampo quasi classicheggiante e assoli di gusto modernissimo. Jawbreaker, fedele al titolo, assalta l’ascoltatore e gli spezza la mascella con la forza di una sezione ritmica davvero schiacciasassi.

Con Rock Hard Ride Free e il suo ritornello ultra-radiofonico ci si concede una parentesi di fiato necessaria per immergersi in quello che, stando al parere di moltissimi appassionati, è il capolavoro di “Defenders Of The Faith”. Sto parlando naturalmente di The Sentinel, epico racconto di un massacro demoniaco che, in appena cinque minuti di durata, evolve fino a sfiorare la complessità del progressive. Lo scettro del pezzo più particolare e bizzarro del disco non può però che andare alla cupa Love Bites, inedito esempio di minimalismo in salsa heavy metal, caratterizzato da suoni quanto mai possenti e opprimenti.

I Judas Priest proseguono su un sentiero irto di pericoli e insidie, tra scomodi riferimenti al sesso orale (la censuratissima Eat Me Alive) e “qualche testa rotolante” (Some Heads Are Gonna Roll). Poi, improvvisamente, si apre uno spiraglio di luce: le calde note blueseggianti di Night Comes Down ci allontanano momentaneamente dalla bollente doccia di lava metallica. La pelle torna a bruciare con l’indivisibile accoppiata finale, Heavy Duty/Defenders Of The Faith.

Due canzoni tanto brevi quanto efficaci nel riportare l’heavy metal alla sua natura più autentica, genuina ed essenziale: in poche parole, perfetta per la dimensione live. La batteria si limita a scandire vigorosamente il tempo, mentre i ruggenti accordi sospesi delle sei corde fanno da ideale sottofondo alla voce ringhiosa di Rob Halford. I cori da stadio che chiudono l’opera riaccompagnano il Metallian, Master of all metal, nelle oscurità infernali dalle quali era emerso. A lui le urla dei dannati, destinati a gridare vendetta per l’eternità; a noi il compito di mantenere accesa la fiamma della fede nel metal. Non sono parole mie, tranquilli: le trovate stampate – più o meno in tale forma – sul retrocopertina di questo grandissimo album.

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