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Back In Time

“Low”, ovvero The rise and fall of the Thin White Duke

Tempo fa mi trovai a leggere un articolo economico redatto da alcuni ricercatori di Bankitalia nel quale, con toni discretamente allarmistici, si parlava di “rischio ‘77”. In pratica, gli indicatori occupazionali, di ricchezza pro capite e potere d’acquisto della moneta erano paragonabili a quelli della seconda metà degli anni settanta. Al di là dei discorsi politici e dei cosiddetti conti della serva – l’economia politica di noialtri – provai per un attimo a fare mente locale sul fermento artistico e culturale di quel tempo: “ma magari tornasse il ’77!”, pensai tra me. E in effetti non ci vuole un grande sforzo di memoria per ricordare, solo se parliamo di musica, dei fenomeni in voga all’epoca: punk britannico e americano, disco un po’ ovunque, glam rock, scena kraut nella zona centroeuropea e chi più ne ha più ne metta.

Contestualmente, c’era chi non scoppiava certo di salute. Da qualche parte dell’est Europa, uno stremato David Bowie si trascina per le strade insieme al suo amico Iggy Pop dopo l’ennesimo pieno di cocaina. Sono entrambi distrutti, fisicamente e psicologicamente. David in teoria sarebbe in tour promozionale per l’album “Station To Station”, ma ha paura perché non ha idee su cui lavorare per l’immediato futuro. Iggy invece di idee ne ha, ma non sa da dove cominciare dopo lo scioglimento dei suoi Stooges. Ad entrambi serve guardarsi intorno, capire che davanti ai loro piedi ci sono cocci rotti. Non c’è altro da fare che chinarsi, raccogliere i pezzi e cercare di rimetterli insieme. Ed eccoli i pezzi: cinque elementi che messi insieme daranno vita a qualcosa di irripetibile.

#1 – The man who fell to earth

Da un romanzo di Walter Tevis, nel 1976 arriva nelle sale “The Man Who Fell To Earth, un film di fantascienza innovativo: per la prima volta il rapporto uomo – extraterrestre è narrato dagli occhi dell’alieno. Thomas Jerome Newton, questo lo pseudonimo utilizzato dall’umanoide, entra in contatto con la civiltà terrestre per portare a termine la costruzione di una capsula spaziale. Newton è interpretato da Bowie, al suo esordio assoluto in veste di attore.

Per l’occasione, David scrive anche la colonna sonora del film avvalendosi della collaborazione di Paul Buckmaster, un arrangiatore dall’infinita lista di collaborazioni, che ha già lavorato, insieme al Elton John, alla colonna sonora di un film – Due ragazzi che si amano del 1971 – e che per Bowie aveva curato gli arrangiamenti di “Space Oddity”.

Il film sarà un buon successo di pubblico e critica, su scala mondiale si apprezzerà soprattutto la versatilità artistica di David Bowie. Non la sua colonna sonora però, perché il regista Nicolas Roeg non la ritiene adatta al film. Le musiche saranno così curate da John Phillips dei The Mamas & The Papas e dal compositore e percussionista giapponese Stomu Yamashta (ubi maior…).   

#2 – Il tour di Station to station

“Station To Station” – anch’esso del 1976 – è un disco che non ha bisogno di presentazioni. Una punta di diamante nella discografia di David Bowie e – non a caso – tra i 500 migliori album di sempre secondo la rivista Rolling Stone. Sul piano musicale è innegabilmente il preludio di ciò che sta per accadere.

Il successivo tour promozionale, che si svolge tra Europa e Stati Uniti, è caratterizzato da un consumo di cocaina che Bowie non ha mai esitato a definire “astronomico”. Lo staff si avvale del supporto di Iggy Pop, ufficialmente ai cori ma giù dal palco insignito del grado di responsabile delle scorribande. Iggy è un vecchio amico, come detto in quei mesi sviluppa anche tante idee per un disco nuovo, ma la sua condizione psicofisica gli impedisce di venire a capo dei suoi stessi pensieri. Così David se lo porta appresso, per conforto e per dargli l’opportunità di rimettersi in carreggiata.

Nel corso della tournée Bowie accantona definitivamente Ziggy Stardust per dar vita ad un nuovo personaggio: the Thin White Duke. Le innumerevoli foto scattate nelle varie tappe da Michael Putland ritraggono il solito volto scavato e stralunato appoggiarsi su un costume di scena di infinita classe ed eleganza: camicia bianca, panciotto e pantaloni neri, tutto perfettamente aderente intorno agli esili lineamenti del nostro. Non più capelli lunghi e a spazzola, il vecchio rosso fiammeggiante è sostituito da una tonalità più sobria, con un nuovo taglio corto sulla nuca e fluente sulla fronte. La somiglianza con il look del suo alter ego cinematografico Thomas Jerome Newton è di immediata individuazione.  

#3 – Le persone

Alla fine del tour di “Station To Station”, David ricorda in modo ossessivo alcune sonorità ascoltate di recente. Le note, poi le canzoni e alla fine il disco intero si materializzano in modo netto: è “Discreet Music”, album di Brian Eno uscito l’anno prima e che David ascoltava decine di volte al giorno durante il tour.

Così decide di contattarlo, e del successivo incontro probabilmente il più soddisfatto è proprio Eno. Aveva ascoltato Bowie a Wembley, una delle tappe più significative di quel tour, ed era rimasto incantato dalle atmosfere del disco e di ciò che il Sottile Duca Bianco riusciva a trasmettere dal palco.

Forse Brian Eno avrà pensato – legittimamente – di essere stato chiamato per fare il produttore, ma Bowie gli assegna il ruolo di supervisore musicale. Di tutta risposta, Eno si presenta con una valigetta e uno scatolino di cartone. La valigetta è in realtà un VCS 3, prodotto dalla Electronic Music Studios, il primo sintetizzatore portatile della storia. Nello scatolino invece ci sono 124 carte create da Eno stesso: sono le famigerate Strategie Oblique, un insieme di aforismi e istruzioni che aiutano artisti in crisi creativa.

La produzione, come detto, non viene assegnata a Brian Eno. Bowie consegna le chiavi della “fabbrica” a Tony Visconti, l’amico e collaboratore di lunga data che per prima cosa si presenta con un harmonizer modello H910 prodotto dalla Eventide. “A cosa serve?” chiedono ingenuamente i musicisti. Senza dire una parola, Visconti fa segno al batterista Dennis Davis di collegarlo al suo strumento. L’effetto sarà sconvolgente. Per far sì che l’intera macchina funzioni bene, tuttavia, Visconti ha bisogno della truppa dei fedelissimi al gran completo. Detto del synth di Eno e delle bacchette di Davis, ci sono la chitarra di Carlos Alomar, il basso di George Murray, il piano e l’organo di Roy Young e le voci corali di un redivivo Iggy Pop e di Mary Hopkin, moglie di Tony Visconti.

#4 – I luoghi

La leggenda narra che il reset nella mente di David Bowie e il rifiuto di continuare a condurre una vita così vicina al limite sia avvenuto nella fase europea del tour di Station to station. Lui e Iggy decidono quindi di non fare più ritorno negli Stati Uniti, men che meno in quel “bubbone maleodorante” di Los Angeles, come ebbe a dire il Duca.

Passano prima un po’ di tempo in Svizzera, poi si trasferiscono nel Castello di Herouville, paesino a 30 km da Parigi che conta poco più di 600 anime. La storia del castello è pressoché trascurabile, fu edificato nel 1740 allo scopo di farne un deposito postale. Nel 1962 lo stabile viene acquistato dal compositore francese Michel Magne, che oltre ad abitarci vi fa costruire anche uno studio di registrazione all’avanguardia: è il primo caso al mondo di studio residenziale.

Per registrare il disco di David – ma in partenza l’idea era fornire supporto a Iggy – viene scelto quel castello di cui in giro si dice un gran bene. Lì i Pink Floyd hanno messo a punto “Wish You Were Here”, Elton John ci ha registrato “Honky Chateau” (in seguito il castello assunse proprio quel soprannome), ci sono passati persino i T-Rex di Mark Bolan. E’ il posto giusto.

Ma ad ogni registrazione deve seguire un mixaggio. Ed ecco che a David vengono in mente i sobborghi di Berlino. Da una quindicina d’anni un muro divide in due la città, creando di fatto due mondi, fatti di esseri umani uguali eppure così diversi. Bowie vuole trasferirsi lì per un po’, vuole contornarsi di gente che non lo conosce, mischiarsi nella folla senza il rischio di essere assalito da orde di fan in delirio. Il quartiere di Schoneberg è perfetto. Lo studio Hansa si occuperà della parte tecnica agli ordini dell’ingegnere del suono Laurent Thibault, mentre un condominio al civico 155 di Haupstrasse li ospiterà per qualche tempo. David si farà dipingere una stanza tutta di blu.      

#5 – Lui

Quindi, ricapitolando: la band c’è, gli strumenti e gli aggeggi per suonare anche, la produzione può partire anche subito. Ma la musica? “A proposito David, cosa dobbiamo suonare di preciso?” chiedono quelli che lavorano con lui. Al Duca quindi ritorna in mente il suo film, la musica che aveva composto e Nicolas Roeg che gli sbatte la porta in faccia. Non sarebbe una cattiva idea riaprire il cassetto, riprendere quei temi e trasformarli in canzoni. Il titolo dell’album avrebbe dovuto essere “New Music: Night And Day”, ma visti i recenti trascorsi depressivi e il basso profilo dal quale un po’ tutti vogliono ripartire, il titolo scelto sarà semplicemente “Low”.

Il disco dunque prende vita e questa è storia arcinota. Dopo l’incipit di Speed Of Life, che scopre da subito le carte tra synth e harmonizer, sulla prima facciata ci sono pezzi iconici (Always Crashing In The Same Car), deliranti (Breaking Glass e Be My Wife) e singoli di successo (Sound And Vision).

Il lato B, in modo meravigliosamente antitetico, è pura sperimentazione nella quale Bowie racconta un viaggio nei suoi pensieri. Qui ci sono solo luoghi narrati con la tristezza e la rassegnazione delle atmosfere respirate dallo stesso Duca: prima la funerea Polonia (Warszawa), poi un viaggio nella “sua” Berlino attraverso l’arte sprecata dal lato ovest (Art Decade), il senso di oppressione che impone la vista del muro (Weeping Wall) e le persone dimenticate dall’altra parte di quell’imponente blocco di mattoni (Subterraneans).  

Quel meraviglioso ’77 vedrà i natali di altri due capolavori dell’allegra famiglia berlinese: “The Idiot” di Iggy Pop, uscito a marzo, e “Before And After Science” di Brian Eno, distribuito a partire da dicembre. Ma quella è un’altra storia.

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