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Back In Time

“Neon Golden”, i Notwist e lo splendore degli opposti

Scoprii i Notwist nel 2002: nel palinsesto dell’unica radio locale che si fregiava di una progammazione davvero alternativa, in mezzo ai soliti brani punk-rock, ska e hardcore di cui mi nutrivo assiduamente, spuntò questa Pick Up The Phone, una canzone che catalogai semplicemente come musica elettronica, per me che all’epoca musica elettronica voleva dire più niente che tutto. Scoprii dallo speaker di una delle varie trasmissioni che si trattava di una band tedesca non propriamente di primo pelo e quella musica in realtà non era semplicemente elettronica ma indietronica

In effetti c’era qualcosa di diverso dalla (poca) musica elettronica con cui avevo avuto a che fare fino ad all’ora: quel brano mi accompagnò piacevolmente per settimane, quel termine mi incuriosì, e in qualche modo riuscii a recuperare il nuovo album di questa band allora sconosciuta. Si intitolava “Neon Golden” e fu una vera folgorazione. Al di là del concetto di indietronica, che più in là negli anni trovai una semplificazione di un universo ben più complesso, quello che facevano i Notwist era stupefacente. Unire gli opposti, forgiare in una entità unica modi di fare e pensare musica che all’apparenza sono incompatibili, un progetto a cui molti si sono dedicati con fortune alterne e che quando si è in qualche maniera compiuto ha segnato le rispettive epoche. 

In “Neon Golden” il gelo dell’elettronica teutonica si fonde con il calore del cantautorato in una veste che incorpora altre mille sfumature, che vanno dal post-rock al blues, fino al jazz, al pop e perchè no al punk con cui la band si è dilettata nei primissimi anni di carriera.

È una musica discreta quella dei Notwist, sembra procedere in punta di piedi ma poi colpisce inesorabile come una palla di cannone lanciata a velocità supersonica. La voce di Markus Acher è algida, distaccata, ma tagliente come una lama di ghiaccio, arriva come un sospiro ma ha l’effetto di un urlo rabbioso, disegna scie luminose su affreschi dai colori soffusi e dall’atmosfera malinconica che parlano di solitudine, squallide stanze di hotel, grigie autostrade, non-luoghi affollati di silenzi e incomprensioni. Più sotto un fiume sottile di beat elettronici che non possono che portare alla mente i Radiohead di “Kid A” e “Amnesiac“, ma anche campionamenti di archi e strumenti acustici in genere, qualche sfogo post-rock e l’apertura al mondo del pop che rende il tutto fruibile all’ennesima potenza.

Curato nel più minimo dettaglio, il disco appare in realtà in una forma quasi minimale, urgente. È proprio questa paradossale naturalezza con cui ogni più piccolo particolare diventa irrinunciabile a renderlo un’esperienza unica e senza punti deboli: One Step Inside Doesn’t Mean You Understand, la già citata Pick Up The Phone, Pilot e Consequence, This Room sono sicuramente le vette più luminose e attraenti, ma nei fatti ognuno dei 10 brani ha una storia intensa da raccontare e che ognuno può far propria.

Approfondii e seguii poi tutta la carriera discografica dei Notwist, ma nessuno dei lavori precedenti e successivi mi entrò davvero dentro, e forse è giusto così, perchè “Neon Golden” è un gioiello unico, una pietra miliare di una bellezza glaciale, una luce abbagliante puntata dritta sul grigiore di giorni sempre uguali, e che per una buona mezz’ora potranno sembrare anche splendenti.

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