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Back In Time

Il mio ultimo sguardo, la luna nei tuoi occhi: “The Lioness” di Songs:Ohia

Ohio is for lovers? No, l’Ohio è un posto di merda e gli Hawthorne Heights hanno perso un’altra occasione per tacere. Jason Molina viene da lì, una parte di mondo dimenticata in cui il terreno resta arido nonostante le precipitazioni, buono solo a fare da sfondo a demoni e melodrammi personali. 

Non mi sento in dovere di spiegare chi sia stato Jason Molina a chi ignora di chi stiamo parlando e quindi vado al succo: “The Lioness” compie 20 anni e se ne parlo, molto rapidamente, è perchè a un disco del genere non si può non dovere qualcosa.

9 tracce, nessuna sovra-incisione, dimensione quintessenziale del suono di Jason Molina dietro il suo monicker Songs:Ohia e perfetta summa della sua poetica. Un disco dove il folk indipendente americano imbraccia una chitarra elettrica rigorosamente in clean sound, enorme e mai asciugata dai reverberi, senza disdegnare influenze slowcore alla Mark Kozelek. In tutto ciò ritornano le storiche reminiscenze del nostro: il padrino di tutti Neil Young, ma sotto metadone, gli Arab Strap e le mutue convergenze con il sodale Will Oldham.  

Premi Play e il mondo crolla. L’attacco di The Black Crow è tutto. Basterebbe quella progressione semitonale di quattro accordi a seppellire ogni ricerca di respiro melodico. Un colosso di sette minuti ancora oggi irraggiunto nell’esemplificazione del concetto di spleen per gli anni 2000. Volessi azzardare direi che The Black Crow è un epigono educato del grunge. 

Le canzoni sono tutte sospese, quasi prive di ossatura ritmica, statiche e catatoniche, giusto in certi momenti rinforzate da una tastiera e una batteria che vengono relegati al ruolo di comparse. Basso puramente ritmico e interamente sovrapposto agli accordi, per un disco la cui forza sta sopratutto nella sua essenzialità.

Tigress Nervous Bride sembrano momenti suonati più in dinamica e riconducibili ad una qualche sorta di forma-canzone, ma è con Lioness che si tocca l’apice: un bpm mortificato dalla sua lentezza, treaccorditre, un incedere lento ma che trova nei ritornelli i momenti di maggiore turbolenza emotiva del disco; semplicemente il Nirvana. Cowcomb Red e Being In Love sono altri pezzi magistrali e più stratificati, nei quali romanticismo e decadenza diventano complementari e entrambi presupposto di ricerca sonora. Il disco prosegue in questo mood senza troppe sorprese, lasciando a Just a Spark, reprise nominale di The Black Crow, l’onere di chiudere l’ultima pagina. 

La storia seguirà il suo corso: gli ospedali, la depressione, l’alcolismo, i fallimenti economici. Solo l’amore della moglie, che ancora oggi mantiene viva la memoria del marito, e della famiglia riusciranno a lenire un uomo i cui demoni decretarono troppo presto la sentenza. Jason Molina morirà il 16 marzo del 2013 a seguito di complicazioni legate al suo alcolismo. Oggi Jason è giustamente nel pantheon degli eroi “minori” della musica, di quelli periti troppo presto, in disgrazia e in sordina. In un silenzio assordante, offuscato solo dal suono celestiale della sua musica. 

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