Impatto Sonoro
Menu

Back In Time

“Animals”, la risposta dei Pink Floyd al punk

Il genere umano si divide in tre categorie: ci sono i politici, dispotici e sempre affamati di potere; gli arrivisti, disposti anche ad uccidere per favorire i propri interessi; poi c’è il resto dell’umanità, una massa informe la cui unica ragione di vita è obbedire ai canoni delle altre due. Per usare una metafora animale, i politici sono rappresentabili con le sembianze di maiali, gli arrivisti come cani e il popolo come una mandria di pecore.

In cima alla scala sociale ci sono i maiali, ce ne sono di tre tipi, ognuno con un preciso richiamo a personalità politiche di stretta attualità. I cani, da par loro, ambiscono al potere dei primi ma non ne hanno tutte le qualità. Le pecore, infine, sono troppo deboli per ribellarsi a questo stato di cose, al contrario hanno bisogno di un leader che li rassicuri.

Detta così sembra la trama di uno spin off di “Hunger Games”, o di uno di quei film ambientati in un futuro distopico. Invece parliamo di “Animals”, l’ultimo disco dei Pink Floyd. Non è un refuso, cronologicamente “Animals” è a tutti gli effetti l’ultimo disco dei Pink Floyd in formazione “classica”, un po’ come “The lamb lies down on Broadway” per i Genesis.

Da quel momento in poi, infatti, i lavori a marchio Pink Floyd saranno la messa in pratica di tutto ciò che frulla nella testa di Roger Waters (“The Wall”), una sorta di reunion dopo il licenziamento – da parte dello stesso bassista – di Richard Wright (“The final cut”), una rivalsa di Gilmour e Mason dopo aver vinto la causa per l’utilizzo del nome del gruppo (“A momentary laps of reason”) e i due trascurabili lavori successivi (“The division bell” e “The endless river”).

Sotto tanti aspetti, peraltro, “Animals” somiglia molto di più ad un disco solista del bassista di Great Bookham che ad un vero lavoro di gruppo. Fatto sta però che il disco nel suo complesso, uscito il 23 gennaio del 1977, è probabilmente il più intenso e allo stesso tempo sottovalutato dell’intera discografia floydiana.

Per capirne la genesi bisogna tornare indietro di due anni e immaginare di essere a Londra, quartiere Chelsea, al 430 di King’s road. Un tiro di schioppo dallo stadio dei Blues. A inizio anni ‘70 la stilista Vivienne Westwood ci ha aperto una boutique chiamata Let it rock, poi diventata SEX, nome che fa vagamente intuire la categoria merceologica trattata.

Vivienne è sposata con Malcolm McLaren, un uomo d’affari la cui carriera consiste nello sfruttare al massimo sul piano commerciale le mode e le culture del momento. Malcolm è appena tornato dagli Stati uniti e non vede l’ora di raccontare a Vivienne del fermento che c’è a New York. Si è letteralmente innamorato della musica di cinque ragazzi capitanati da David Johansen: si fanno chiamare New York Dolls nonostante siano tutti maschi.

In quei momenti, Malcolm capisce che il filotto è alla sua portata. Lui, amante del situazionismo, attratto in modo quasi morboso dall’idea di compiere gesti estremi allo scopo di cambiare la società, realizza di trovarsi al posto giusto nel momento giusto.

Nel suo negozio Vivienne vende abiti strani: t-shirt tagliuzzate, pantaloni di pelle attillatissimi, oggetti dalla forma equivoca che a molti giovani piace sfoggiare come orpelli. Tutto ciò inserito nell’elegante contesto di Chelsea. Cosa c’è di più situazionista che prendere un manipolo di avventori e commessi della boutique allo scopo di farne una rock band?

Con un piccolo salto in avanti nel tempo, ciò che nemmeno la più fervida immaginazione di McLaren avrebbe mai potuto partorire è che da quei pochi metri di negozio sarebbero partite schegge impazzite chiamate Clash, Public Image ltd. e Sigue Sigue Sputnik. Tuttavia, l’elemento scatenante di questa enorme reazione chimica ha un nome e un cognome: John Lydon o, se preferite, Johnny Rotten.

E’ celeberrimo l’aneddoto risalente al 1975, secondo cui Johnny un giorno si presentò nel negozio di Vivienne con una magliettina raffigurante David Gilmour, Roger Waters, Nick Mason e Richard Wright, con la scritta “I hate Pink Floyd” (“I hate” aggiunto a penna) che campeggiava sopra la foto. In un’intervista di qualche anno fa, Rotten ha anche ammesso di non aver mai provato astio nei confronti dei Floyd, anzi uno dei suoi dischi preferiti era “The dark side of the moon”.

Al di là dello stile tipico da cliente del SEX, McLaren viene definitivamente conquistato da Rotten quando gli viene chiesto se avesse mai provato a cantare in vita sua. “No, perché?” gli chiede Johnny. Non c’era leader più adatto di lui per la band che stava per nascere: quel breve scambio di battute è il primo vagito dei Sex Pistols. Al contempo, Malcolm riesce a far rivivere in Inghilterra ciò che i “suoi” New York Dolls avevano creato negli States: un movimento culturale fatto di ragazzi che amano definirsi straccioni, poveracci, miserabili. In una sola parola: punk.

La loro musica è semplice, ogni pezzo dura in media un paio di minuti. Dentro c’è di tutto, condito spesso e volentieri da un linguaggio scurrile e offensivo, ma ciò che più importa è che il messaggio deve essere scagliato a gran velocità contro il sistema. Un sistema politico, economico e sociale post-sessantottino che ha portato alla crisi economica, alla tensione nei rapporti internazionali e che ha mantenuto diviso un intero continente in due blocchi.

Quel sistema, a detta di Rotten e compagni, non può più sussistere, tanto meno se la tutela dei cittadini è affidata ad una forma di governo desueta come la monarchia britannica. Uno dei simboli commerciali contro cui scagliarsi sono i Pink Floyd, intesi non tanto come tipo di musica, quanto come concetto astratto di marchio portato al successo da un ordine costituito che però col tempo è invecchiato male. Da qui la t-shirt indossata da Rotten.

Nel frattempo, Roger Waters e gli altri avevano appena messo a punto la loro piccola industria musicale. A meno di tre chilometri dal negozio di Vivienne Westwood, dopo l’uscita di “Wish you were here” i Pink Floyd realizzano in una vecchia palazzina parrocchiale i Britannia Row Studios.

Tra la fine dei lavori allo studio e la messa a punto del nuovo disco passano diversi mesi, nei quali le tensioni tra i quattro aumentano costantemente, così come aumenta l’apatia di Waters e il suo rifiuto per tutto ciò che rappresenta il mondo esterno.

Poi la scintilla, quell’elemento deflagrante che però un attimo dopo mette un ordine ben preciso alle idee. Roger sfoglia qualche giornale, guarda svogliatamente la tv, vede Johnny Rotten – ormai idolo delle folle – che indossa quella maledetta t-shirt. E’ il segnale inequivocabile che bisogna reagire.

Se “Wish you were here” è un’invettiva nei confronti dello show business in senso generico – le cui fauci hanno ben presto inghiottito l’amico Syd Barrett, rendendolo vivo ma assente – il nuovo disco deve essere qualcosa di ancor più spinto, violento, cupo, tetro, una sorta di punto di non ritorno rispetto al recente passato. Waters capì che – in termini musicali – le cose andavano messe in chiaro in modo definitivo.

Così gli torna in mente un libro scritto da George Orwell, “La fattoria degli animali”, una satira allegorica in cui il bestiame si ribella ai padroni e istituisce una società paritaria, che nei fatti non lo sarà mai, perché i maiali si impossesseranno del potere opprimendo in modo dispotico il resto della fattoria.

Waters parte da questo punto: sulla copertina dell’album vuole un grosso gonfiabile a forma di maiale, la dolcissima Algie, che in un cupo tramonto sorvola la vecchia centrale elettrica di Battersea.

Ma gli animali del romanzo sono troppi: tra cavalli, asini, galline, topi e conigli bisogna fare una piccola selezione. Oltre ai suini sceglie quindi i cani e le pecore, laddove i primi saranno la trasposizione degli assetati di potere, mentre le seconde ben rappresenteranno il popolo che ha bisogno di leader e slogan urlati per sopravvivere, un po’ come la scritta sulla maglietta di Rotten.

Sul piano musicale i quattro si avvalgono di due brani non inseriti nel precedente lavoro: Gotta be crazy e Raving and drooling diventano rispettivamente Dogs e Sheep, che insieme a Pigs completano il terzetto. Stilisticamente, è appena il caso di rimarcare che Pigs on the wing apre e chiude l’album con due mini brani di un minuto e mezzo ciascuno, mentre i mastodontici undici minuti e mezzo di Pigs (three different ones) saranno collocati in apertura di lato B. Piccolo inciso: l’assolo di chitarra pensato per questo brano è una delle cose più assurde della storia del rock.

Oltre alla cifra stilistica, sono i testi a colpire per quanto siano crudi, espliciti e minacciosi. Fatta eccezione per Pigs on the wing – una canzone d’amore scritta da Waters per sua moglie – il resto è un profluvio di cattiveria.

In Dogs l’autore descrive in modo dettagliato le azioni compiute da quella categoria sociale: “Devi ottenere la fiducia / della gente a cui menti / così quando si voltano di schiena / avrai l’occasione di affondare il coltello”, ma non risparmia ai cani un destino crudele: “Un altro uomo vecchio e triste / tutto solo, che muore di cancro”. I cani hanno sangue cattivo, che diventa pietra, e li costringe ad annegare senza possibilità di risalita.

Pigs, come detto, ha tra parentesi la dicitura three different ones. In effetti il pezzo si compone di tre articolate strofe, indirizzate ad altrettanti personaggi. In questo caso a farla da padrone è il gioco delle contrapposizioni: i totem contro cui si scaglia Waters sono accompagnati costantemente da una risata e dal verso “sei una parodia”.

La prima tipologia di maiale è il classico pezzo grosso (“well-heeled bigwheel”), che senza troppi giri di parole ordina ai suoi sottoposti di lavorare mentre ha la testa immersa nel trogolo. Il secondo maiale è raffigurato da una donna, in attesa alla fermata dell’autobus, con una borsa in pelle di topo, uno spillone nei capelli e una pistola in mano: qualcuno malignò che si trattasse di Margaret Thatcher, all’epoca a capo dell’opposizione. Il terzo maiale ha invece sembianze ben precise: Mary Whitehouse, chiamata a gran voce da Waters. Si tratta di un’attivista inglese operante soprattutto nel campo educativo e religioso, definita in questo contesto un topo di città.

Con Sheep, infine, Waters si scaglia contro la debolezza della povera gente, invitandola in qualche modo a reagire. Attirò qualsiasi tipo di polemica la macabra rivisitazione del Salmo 23, nel quale l’autore racconta di un dio macellaio che tratta gli uomini, appunto, come pecore: “Mi fa stendere e mi fotte”, “Attraverso verdi pascoli mi conduce / Presso le acque tranquille / Con coltelli lucenti innalza la mia anima / Mi fa penzolare da ganci in luoghi alti / Mi converte in costolette d’agnello”. Ma l’auspicio è di reazione finale e definitiva: “Quando il giorno giungerà, noi umili / Attraverso quieta riflessione e somma dedizione / diventeremo maestri di karate / Guardate, noi sorgeremo / E faremo sgorgar lacrime dagli occhi dei bastardi”.

All’uscita di “Animals” seguì un tour promozionale, rigorosamente con Algie al seguito, durante il quale Roger Waters, a seguito di una lite, sputò addosso a un fan. A proposito di scintille, in quel momento nella mente del bassista si materializzò “The wall”. Peccato che i Pink Floyd non esistevano più.

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Articoli correlati