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Huge Molasses Tank Explodes – II

2019 - Retro Vox Records
psych / shoegaze

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Non lasciatevi ingannare dal nome complicato in atmosfera statunitense. I suoni psichedelici di questa band sono tutti italiani, e più precisamente milanesi. Nato quartetto e poi diventato quintetto, gli Huge Molasses Tank Explodes si presentano come una ventata innovativa e pionieristica nel panorama italiano di questo genere. È inevitabile spiegare il riferimento a un nome così particolare. Ebbene, il 15 gennaio 1919, in seguito all’esplosione di un serbatoio, un’inondazione di melassa colpì la zona militare del North End di Boston a una velocità di 56 kmh, uccidendo 21 persone e ferendone 150.

Il primo lavoro, omonimo, esce nel 2017 e racchiude dieci tracce di ispirazione shoegaze che sembra provenire dall’oltre Manica. Ora ci offrono qualcosa in più e affinano uno stile già marcatamente originale. Basta guardare la copertina del nuovo album “II per essere immersi in un’atmosferica a tratti onirica, a tratti visionaria.

Ed è così che si entra in punta di piedi nel singolo di apertura Unpainted Sky, con quella curiosità che solo suoni squisitamente sperimentali possono instillare. La melassa ci torna in mente quando le note cominciano ad appiccarsi con il proseguire dell’ascolto, e fermarlo diventa impossibile. Forse perché il tutto non avviene mai in modo aggressivo e i brani seguono un climax di emozioni indotte. Leggere il titolo Dream Within a Dream già ci proietta in un mondo non reale: qui la musica è protagonista e la voce di Fabrizio de Felice sembra provenire da lontano, proprio come quando ci parlano e noi stiamo sognando, a occhi aperti o non. La dimensione del sonno/sogno ritorna anche in Wait for Sleep, ma i toni questa volta anticipano l’entrata nella psiche più incontrollata.

La psichedelia ci piace e gli Huge Molasses Tank Explodes ci dimostrano di aver trovato una via diretta per raggiungerla. Per definizione, essa racchiude inquietudine, mistero e tentazione, tre sfere ben delineate in So Much to Lose, dove l’atmosfera si fa densa, la batteria accelera e la chitarra si avvicina sempre di più al krautrock.

I toni vengono smorzati subito dopo in Giving Up the Ghost, per arrivare alla chiusura di Plain, dove sembra davvero di correre in una piana come quella in copertina, con i capelli al vento, verso un ignoto carico di aspettative.

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