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Dominia – The Withering Of The Rose

2020 - Morning Star Heathen
doom / gothic metal

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Tracklist

1. I Want to Forget
2. My Flesh and the Sacred River
3. Suprema
4. The Light of the Black Sun
5. Entombed in Grief
6. The Elephant Man
7. Nomoreus
8. The Withering of the Roses
9. The Night and the Dark Room
10. The Song that You Don't Like


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“As the Flower Withers” è il diamante grezzissimo uscito nel 1992 firmato da un gruppo di promettenti depressi inglesi, i My Dying Bride. A distanza di quasi 30 anni i russi Dominia provano a battere il ferro freddo del deperimento botanico.

Ne esce album cannibale, disseminato di riferimenti multipli, vagamente compiaciuto e stillante malinconia. Ai già citati My Dying Bride, nel pantheon dei Dominia trovano posto tutte le grandi band doom e tutte quelle che hanno fatto dei riferimenti gotici un tratto distintivo. Fanno capolino gli Opeth dei primissimi lavori, financo nella presa del suono. Difficile pensare che la registrazione di “The Light and The Black Sun” non sia opera di un fonico con le mani sulle frequenze media e “Orchid” nelle orecchie.

Difficile allo stesso identico modo scacciare l’immagine sonora dei Within Temptation appollaiata su ogni singola nota di pianoforte. Da evidenziare la versatilità vocale di Anton Rosa capace di trovare agio in ogni stile interpretativo, dal Growl al pulito, passando per la lamentatio, perfetta nella modulazione verso il basso. The Elephant Man in questo senso rappresenta una sorta di manifesto virtuosistico guarnito dall’uso di una batteria di filtri applicati ad una voce annullata dalla sua stessa versione scream affiancata da una sua versione pulita in bilico tra un timbro tipicamente rock eighties e la valle di lacrime.

Il gusto dei Dominia per la contaminazione sembra non conoscere confini riconoscibili, tanto è il dispiegamento di dispositivi stilistici caratteristici fusi in un’unica traccia. Se non uso la facile ironia dell’insalata russa, non è solo per un pudore, peraltro difficilmente ascivibile allo scrivente, ma proprio perché si è abbondantemente oltre e altrove. L’orgia di Nomoreus è al di là di ogni sincretismo citazionista rendendo superflua l’azione critica di ricostruzione del taglia e cuci o di descrizione dei passaggi melodici sciolti senza soluzioni di continuità nelle variazioni ritmiche che segnano le soglie tra una tradizione e l’altra, ben armonizzate dalle bacchette di Papa.  

Forse dopo vent’anni di carriera la carta della sintesi stilistica al rialzo arriva fuori tempo massimo, pur non mancando di momenti di autenticità notevoli. Esattamente come gli scultori del ‘500 i Dominia tentano un disco di puri chiaroscuri introiettando come un buco nero la luce di cui si nutrono. Insomma un disco manierista, ma non à la maniera, tanto alto è il cumulo di note a piè pagina da rendere asfittica ogni vena genealogica; una prova di affastellamento che rende incompiuta ogni tensione alla chiusura sia in fase di commento critico che di composizione artistica. La cifra stilistica rimane quella del non finito, dell’opera non-conclusa e forse, questo il suo più grande difetto, inconcludente.

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