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Back In Time

“Filth Pig”, uno spartiacque sul sound dei Ministry

Dopo aver fatto il grande salto con “Psalm 69: The Way to Succede and the Way to Suck Eggs” (1992), Alain Jourgensen e compagni si rimboccavano le maniche, non solo per l’uso di eroina, ma per rimettersi a lavoro in studio. Ed ecco “Filth Pig (1996), lavoro con cui i Ministry riescono a spiazzare critica e fan. Il sesto album della band americana presentava un sound più pesante, quasi tutto in slow time. Al ridusse all’osso la componente elettronica, facendo proprie sonorità esclusivamente industrial, rasentando, addirittura il doom metal: le chitarre massicce, affidate alle mani del compianto Mike Scaccia e Louis Svitek, l’imponente basso di Paul Barker e la batteria del compianto William Tucker componevano una lineup da perfetta metal band, oramai. 

A partire da “The Land of Rape and Honey” (1988) e “The Mind Is a Terrible Thing to Taste” (1989), Jourgensen aveva messo tanta carne al fuoco e dopo “Psalm 69” (1992) le aspettative su un nuovo lavoro erano alte. “Filth Pig“, probabilmente, ha in parte deluso quelle aspettative o per lo meno non è riuscito a soddisfarle a pieno. Alcuni sostengono che questo disco sia stato lo spartiacque che avrebbe poi portato i Ministry a trasformarsi, sempre di più, in una band metal vera e propria. Da quel momento le idee avrebbero cominciato a scarseggiare, fino ad arrivare alla ruminazione di espedienti e di artificiosità musicali trite e ritrite.

Ministry

Personalmente ritengo che “Filth Pig” non rappresenti l’inizio di alcun declino, anzi, considerando i lavori successivi della band di Jourgensen, si può tranquillamente affermare che la qualità non è mai mancata. Basta pensare a dischi come “Animositisomina” (2003), “Rio Grande Blood” (2006) o “The Last Sucker” (2007), dove è vero che la componente industrial metal spicca rispetto all’elettronica, ma possiamo comunque parlare di buoni lavori, folli, aggressivi e in cui lo stile e il marchio Ministry si affermano violentemente. Negli ultimi “From Beer to Eternity” (2013) e “Amerikkkant” (2018) la parte elettronica è stata sviluppata maggiormente rispetto agli altri album prodotti dalla band durante il ventunesimo secolo e, nuovamente, il risultato finale non ha deluso.

Filth Pig, “lurido maiale”, si dice siano le parole con cui un esponente del parlamento inglese, tale Teddy Taylor, definì il frontman dei Ministry che, per tutta risposta, trovò in quelle parole il titolo della sua nuova antisistemica creatura. Fin dalla prima volta che lo ascoltai notai che complessivamente le dieci tracce dell’album avevano non poche somiglianze tra di loro, questo probabilmente sottolinea che non avevamo di fronte il meglio che la band aveva da offrire. Tuttavia, sebbene, oggi come allora, possa suonare impopolare, il disco, nel suo slow time, fila e regala anche buone tracce: partendo con un’apprezzabile acida e frenetica Reload, passiamo per la title track dell’album che, su melodie industrial/doom, trova la sua cornice perfetta nella voce graffiante di Jourgensen,  ancora non soggetta a uno scream troppo gutturale.

Lava, uno dei brani con maggior carattere del disco, mantiene i toni molto pesanti, avvicinandosi all’electronic doom: una lenta e devastante colata lavica pronta a sommergere l’intero sistema mondiale, che Al e compagni hanno sempre aspramente osteggiato attraverso la loro musica. Stessa storia per Crumbs che mantiene un buon livello di identità nel carattere, esecuzione, arrangiamento e testo. Tuttavia, questo mood diventa stucchevole dopo due tracce e Useless, infatti, suona come una traccia anonima, monotona, senza spunti originali, che si perde in un latrato elettronico distorto.

Fortunatamente Dead Guy riaccende nuovamente la fiamma e i Ministry riprendono forza, arrangiando una buona traccia caratterizzata dall’ottimo lavoro del basso di Barker che la fa da padrone. Game Show aggiunge ben poco, e peggio ancora The Fall, che inizia a trascinarci sui viali dell’inedia, senza tanta ambizione. Brick Windows, forse il pezzo con maggior originalità di questo album, cambia flebilmente mood aumentando un po’ i giri ritmici, distorcendo molto il lavoro delle chitarre che accennano anche un assolo verso fine traccia.

A ripensarci oggi, ancora ricordo lo stupore iniziale di quando sentii per la prima volta la cover presente in questo disco. Infatti, la vera chicca, in un lavoro che solo a tratti raggiunge la sufficienza piena, è sicuramente Lay, Lady, Lay, proprio quella di Bob Dylan. Qui Jourgensen fa un lavoro di fino: sconvolge la traccia in puro stile Ministry, caricandola di toni electric/acid e noir sui quali, la sua voce graffiante si adagia in modo molto esaustivo e piacevole. Certo, i cultori del criptico “menestrello” americano storcerebbero il naso, ma per me, come per altri fan della band americana fu una bella sorpresa.

Filth Pig“, per lo più, non ha soddisfatto le aspettative, dopo “Psalm69“(1992), alla lunga i tempi lenti e cadenzati, uniti ad una penuria di spunti creativi, tendono a far calare troppo i toni, tutte cose che con i Ministry non avevamo mai contemplato. Tuttavia, il lavoro nel complesso riesce ad avere un sufficiente impatto. Nonostante le lamentele dei molti fan, questo disco contiene alcune tracce davvero interessanti e, allo stesso tempo, importanti per quella che sarebbe stata la definizione futura dell’industrial metal.

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