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Back In Time

“Earthling”, un avvertimento per un infausto futuro

A pochi giorni dall’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, la copertina del fresco ventitreenne “Earthling” sembra quasi assumere una dimensione profetica. Tra il verde di un tipico paesaggio inglese si staglia la figura longilinea di un David Bowie dai capelli rossissimi. Lo troviamo di spalle e con le mani giunte dietro la schiena, impegnato a fissare un punto indeterminato dell’orizzonte. Il cappotto usurato e pieno di strappi che indossa ha i motivi e i colori della Union Jack, bandiera simbolo di un passato glorioso e di un presente a dir poco “stropicciato”.

La posa apparentemente pensierosa e malinconica di Bowie ne anticipa il futuro: la solitudine. Un distacco dannoso, frutto di presunzione e ottusità, spacciato per ritrovata indipendenza; nient’altro che una reazionaria e anacronistica illusione, come lo stereotipato – per non dire amorfo – paradiso terrestre che fa da sfondo alla fotografia. E pensare che fu proprio un britannico, il poeta John Donne, a scrivere svariati secoli fa che nessun uomo è un’isola, completo in sé stesso.

Il Duca Bianco, però, non è mai stato né un pezzo del continente, né una parte del tutto: era un alieno – se volete, chiamatelo pure l’uomo che cadde sulla Terra – alla costante ricerca di nuove identità da adottare. Da questo punto di vista, è praticamente impossibile non considerare la sua ricca discografia come una sorta di arcipelago, ovvero un insieme di terre divise tra loro ma unite sotto un’unica denominazione. In mezzo secolo di onorata carriera, il cantautore di Brixton ha navigato in acque sempre diverse, partendo dal pop barocco e acustico degli esordi per approdare, di volta in volta, nei porti del folk, del glam, del soul, dell’art rock, della new wave, del dance-pop e persino dell’hard rock, nella controversa parentesi al fianco dei Tin Machine.

Nel 1997, l’irrefrenabile desiderio di avventura condusse David Bowie a sposare la causa industrial. Non fu un’improvvisa illuminazione, ma la conclusione di un percorso dalle tinte elettronico-sperimentali iniziato con il jazzato “Black Tie White Noise” nel 1993 e proseguito in compagnia del ritrovato Brian Eno nel 1995, con quel “1.Outside” troppo spesso ingiustamente dimenticato. Le nove tracce di “Earthling” non furono altro che un approfondimento del discorso aperto proprio da quest’ultimo lavoro, un oscuro e affascinante concept album influenzato da Young Gods e Nine Inch Nails.

In questo caso, nonostante la collaborazione con Trent Reznor per il videoclip e i remix di I’m Afraid Of Americans, i punti di riferimento principali divennero altri: jungle, drum and bass, big beat e, per quanto assurdo possa sembrare, anche l’heavy metal. Un avvincente scontro tra sonorità iper-tecnologiche, super-moderne e ultra-aggressive che Bowie intraprese con enorme professionalità, cercando di non abbandonare mai gli angusti confini del pop.

Considerando le premesse, era difficile poter scommettere qualcosa sull’appeal commerciale e radiofonico di “Earthling”; e invece, grazie a una spiccata sensibilità melodica e a un approccio tutto sommato tradizionale alla composizione dei brani, gli ascoltatori si ritrovarono tra le mani un’opera incredibilmente orecchiabile. Nei singoli Little Wonder, Telling Lies e Dead Man Walking, sotto gli intricatissimi intrecci ritmici dei loop di drum machine e della batteria di Zachary Alford, troviamo ritornelli pronti a stamparsi in testa in una manciata di minuti. Discorso più o meno simile per Seven Years In Tibet, fragoroso esempio di industrial rock di matrice ‘90s che lo stesso ex Ziggy Stardust, in una dichiarazione ripresa dal tuttologo bowiano Nicholas Pegg, definì “la giustapposizione di un’influenza Stax a uno stile Pixies di fine anni Ottanta”.

Ed è proprio il gusto per gli accostamenti improbabili a guidare la creatività del David Bowie di “Earthling”. Le atmosfere quasi rilassanti di Looking For Satellites vengono bruscamente interrotte dal deragliante assolo di chitarra di Reeves Gabrels; i toni malinconici delle strofe di Battle For Britain (The Letter) si alternano ai muri di chitarre elettriche dei refrain e agli interventi sincopati di Mike Garson, vecchio prodigio del pianoforte. Gli inquietanti accenti funk della reznoriana I’m Afraid Of Americans fanno da contraltare alle quiete cadenze dark di una The Last Thing You Should Do che, tanto per restare in ambito di contrapposizioni, scorre via tra basi ritmiche estremamente complesse e assordanti esplosioni elettriche.

Con tutti questi colpi di scena, non ci si annoia davvero mai. E fa un certo effetto pensare che tra le pieghe industriali e metalliche dell’ossessiva Law (Earthlings On Fire), canzone posta alla fine dell’album, si nasconda un verso che, magari in maniera un po’ forzata, si potrebbe pure considerare il motto di brexiter, sovranisti, populisti e chi più ne ha, più ne metta: I don’t want knowledge, I want certainty. Non voglio la conoscenza, voglio la certezza: un triste mantra che ormai, purtroppo, sentiamo un po’ ovunque. David Bowie aveva provato ad avvertirci dell’infausta sorte: più che l’uomo delle stelle, era un vero e proprio Nostradamus.

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