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Back In Time

“Yield”, sulla strada di un’umanità in eterno conflitto

Arrivò, nel 1998, il momento in cui decisi di smettere di ascoltare i Pearl Jam. Era di febbraio, pioveva, invece che nevicare. Aveva comunque nevicato tanto, quell’inverno, da noi. Mia madre aveva fatto fatica, alcune mattine, ad andare a lavorare. Avevano persino rimandato tre o quattro allenamenti e una partita, contro la Sunese, per impraticabilità di campo. Venne recuperata in marzo e perdemmo secco due a zero fuori casa, senza fare un tiro in porta. Era stato un inverno vero e proprio, quello del 1998. Di quelli che arrivano ogni anno a Seattle o nel North Dakota, con la neve che dagli inizi di dicembre alla fine di gennaio, praticamente, non si era mai sciolta definitivamente, causando non poche difficoltà a qualsiasi cittadino. Di ogni età, di ogni razza, di ogni estrazione sociale.

Era pomeriggio, e avrei smesso di ascoltare qualsiasi cosa nuova i Pearl Jam avessero fatto da quel momento in poi. Quel momento arrivò quando mi ritrovai in mano il poster di “Yield”. Ero fuori dal negozio, l’unico della mia città che vendeva ancora dischi, dove lo comprai, in CD. Digipack nero, lucido, leggero. Pioveva a dirotto ed ero in bicicletta, per fortuna avevo con me uno zainetto. Prestai una grande attenzione, mi ricordo, a non bagnare il poster che raffigurava la copertina del disco, una strada ed un campo coltivato incastonati tra le colline del Midwest e un cartello stradale triangolare indicante un obbligo di precedenza, con la parola “Yield” scritta nella parte in bianco del triangolo. Non l’avevo mai sentita, non ne conoscevo il significato. Non me ne importava più di tanto. Sino a quel momento, dei Pearl Jam, custodivo solamente “No Code” e una tape bootleg di un live registrato chissà dove, contenente una decina di canzoni sparse in un lasso temporale non precisato della loro carriera post 1995. Lo pagai tantissimo, scegliendolo da un catalogo che puzzava di inchiostro e pacco postale.

Ascoltare Brain of J. appena arrivato a casa, noncurante della pessima pagella appena racimolata a scuola, fu un po’ come aprire attentamente il poster che pensavo fosse in regalo col disco. Ripetei mentalmente ogni azione descritta da quella canzone che parlava, in quella maniera così cattedratica, del cervello di Kennedy. Esplorai così, passo dopo passo, l’inizio di “Yield”: violento, pesante. La potenza delle parole era paragonabile a quella rintracciabile nei testi dei gruppi punk e hardcore che avevo iniziato a seguire già da un paio d’anni: i rimandi erano alla carne, alla specie umana, al conflitto, ad una politica che non mi sarei mai aspettato di trovare in un nuovo disco dei Pearl Jam

I cinque di Seattle arrivarono al 1998 facendo emergere una sostanziale differenza tra idea e realizzazione, ed è come se “Yield” avesse riproposto i concetti culturali di Daughter, Corduroy o Elderly Woman Behind The Counter In A Small Town concentrandosi però in una ossessiva ricerca della perfezione gnoseologica, più che in un’eziologia dell’impatto emotivo. Anche nei brani più crudi e reali come No Way o Whishlist, infatti, è come se i Pearl Jam ci avessero voluto comunicare un imminente cambio di direzione culturale. Come Ponzio Pilato, avevamo tutti la possibilità di possedere e coccolare un cane, e come il protagonista di Given To Fly saremmo riusciti a ritrovarci nelle nostre paranoie da adolescenti alternativi. Ma alla fine dell’ascolto totale di un disco come questo, non riuscivo a sentirmi totalmente realizzato in ciò che avrei voluto estrapolarne. Non era paragonabile alle prime quattro canzoni di “Ten”, agli stage diving, alle camicie a quadrettoni che cercavo disperatamente in ogni negozio della mia città. 

C’era solo una persona con cui riuscivo a parlare apertamente dei Pearl Jam. Sosteneva che “Yield” fosse il loro album più riuscito e che non capissi un cazzo di musica, qualora osassi pensare il contrario. Rimproverava il fatto che fossi troppo fossilizzato sul punk e sulla nostalgia per i Nirvana, che mi meritassi i Foo Fighters e gli Smashing Pumpkins, con la loro banale dialettica rockettara post-grunge creata a pennello per andare su MTV.

Una volta mi vide con addosso una maglia dei Pearl Jam che comprai in un negozio a Milano e mi minacciò. Era la loro classica t-shirt, con l’omino messo a X e la scritta “No Code” sotto ai suoi piedi. Puzzava anche da appena lavata e la indossavo praticamente solo in casa, quando avevo la febbre o non mi cambiavo per giorni. “Cazzo ti sei comprato?!” mi chiese strafottente.  

Bevevamo tanto, quando uscivamo assieme, e parlavamo tanto di musica. Passavamo ore a parlarne, ma alla fine veniva fuori che io avessi sempre torto. Persino sul descrivere le fotografie e di conseguenza il look dei musicisti su cui speculavamo. Andavamo assieme ai concerti grind, suonavamo in gruppi hardcore, ma quando ci ritrovavamo faccia a faccia ci piaceva parlare di quel tipo di musica, bevendo come degli ossessi e ripercorrendo passo dopo passo le canzoni che uscivano da Seattle in quegli anni.

Aveva ragione sul fatto che non potessi paragonare canzoni dilatate e corroboranti come Given To Fly a ballate come Sometimes, oppure riportare l’audacia di inni come Black alle atmosfere un brano arrendevole e contrito come Whishlist. Aveva ragione, erano due mondi diversi e avrei dovuto capirlo, dato che avevo incluso “Yield” nella mia collezione di dischi. Forse avrei dovuto prevedere che sarei finito a pranzare negli Atlantic Bar delle Esselunga, a fissare gli altri lavoratori come me che si nutrono veloci prima di ricominciare con il turno pomeridiano invece di programmare di smettere di seguire il nuovo corso della carriera dei Pearl Jam dopo aver comprato “Yield”.

Se ho avuto il coraggio di parlare di questo disco, in occasione del suo ventiduesimo compleanno, lo devo a lui. Come devo a lui il fatto di aver riconosciuto che quel poster, così come lo vedevo, era un semplice booklet.

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