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Stone Temple Pilots – Perdida

2020 - Rhino
folk / rock

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Tracklist

1. Fare Thee Well
2. Three Wishes
3. Perdida
4. I Didn’t Know The Time
5. Years
6. She’s My Queen
7. Miles Away
8. You Found Yourself
9. I Once Sat At Your Table
10. Sunburst


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Dopo l’inutile ritorno di due anni fa con un secondo album omonimo assolutamente insipido (come già il suo predecessore, forte solo dell’ultima performance del mai troppo compianto Weiland) e del quale se ne sarebbe fatto volentieri a meno gli Stone Temple Pilots sembrano non aver imparato la lezione ed eccoli di nuovo in mezzo ai piedi con un altro lavoro di rara futilità. 

La bravura dei fratelli De Leo nel peggiorare una situazione già abbastanza piatta è inoppugnabile, ci sanno fare, e il nuovo cantante Jeff Gutt è perfetto per un’operazione di questo tipo. Partendo dal presupposto che oggi dietro al microfono degli STP potrebbe esserci davvero chiunque, non farebbe differenza dopo Scott e Chester Bennington (quest’ultimo comunque reo di aver preso parte ad un EP dimenticabile), e la voce dell’ex-Dry Cell è così incolore che si sposa perfettamente con l’inconsistenza del quartetto, la cui possanza si è fermata al secolo scorso con “No. 4”. 

Con “Perdida” il tutto assume connotati quasi demenziali. Se già in chiave elettrica il loro hard rock buono giusto per un pugno di nostalgici impermeabili all’inesorabile scorrere del tempo non aveva più senso di stare in piedi, la dimensione unplugged riesce a rendere il tutto ancor più irritante. Lenti flamenco come quelli della title track ammoscerebbero la pornostar più inveterata, il pop scontato a là Savage Garden di I Didn’t Know The Time fa rizzare i capelli sulla nuca così come i tentativi di virare su un country che incontrerebbe i gusti dei fan di Billy Ray Cyrus di Fare Thee Well o She’s My Queen, quest’ultima tentativo (fallimentare) di riportare il cadavere del grunge acustico che fu in vita, ma non basterebbe il dottor Frankenstein. Partner in crime un suono gelido che toglie all’ambience acustica pure quel tocco vintage che forse avrebbe potuto salvare qualcosa. O forse no, perché qui di salvabile non si trova davvero un cazzo, altro che “viaggio emotivo”, una vera e propria perdida de tiempo.

Cari Stone Temple Pilots, non ce n’era bisogno, davvero, e spero che questo sia il vostro ultimo album. Lasciate a quei furbastri (e a giudicare dal nuovo singolo direi pure piuttosto bolliti) dei Pearl Jam il facile compito di piantare l’ultimissimo chiodo nella bara dell’epoca d’oro del grunge, a dimostrazione che coloro che provengono da quel periodo/genere dovrebbero sedersi in veranda a sorseggiare una buona tazza di camomilla e godersi la pensione anziché ostinarsi a chiudersi in uno studio di registrazione. Per quale motivo, poi? 

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