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Back In Time

“Spiritual Healing”: distruggere, guarire, ricreare

Mettiamola così: se tutti gli album di transizione fossero al livello di “Spiritual Healing”, forse non staremmo a guardare con tanto sospetto le band che preannunciano evoluzioni e cambiamenti alla vigilia di nuove uscite. Il terzo album dei Death è un piccolo ma straordinario cantiere di idee, selezionate con cura da un giovanissimo talento sulla via di un’entusiasmante crescita artistica: il compianto Chuck Schuldiner, naturalmente. Ad appena ventidue anni, il titolare unico del progetto riuscì a catturare su nastro un sound in pieno sviluppo, ancora poco definito ma ricco di sfumature.

Dietro un muro di suono greve e apparentemente inscalfibile, infatti, coesistono non troppo armoniosamente due concezioni assai diverse di death metal. Da una parte la pura, brutale violenza sonora in salsa thrash alla base dei lavori precedenti, ovvero “Scream Bloody Gore” e “Leprosy”; dall’altra, le prime avvisaglie di quelle aperture melodiche e di quei tecnicismi progressive che, già a partire dal successivo “Human”, sarebbero diventati un marchio di fabbrica per la band statunitense.

Nelle otto tracce di “Spiritual Healing”, i Death si divertono a esplorare in lungo e in largo le potenzialità di un genere in fase di definizione; e lo fanno con la curiosità tipica di chi non ha alcun timore di prendersi qualche rischio, ma anzi lascia in bella mostra difetti e imperfezioni. Qualche esempio? La voce di Schuldiner è già graffiante e potente, ma assai poco versatile. I virtuosismi chitarristici, soprattutto per quanto riguarda le parti solistiche, impressionano in maniera favorevole; nonostante ciò, siamo ad anni luce di lontananza dai picchi raggiunti da “The Sound Of Perseverance”.

E che dire della sezione ritmica? Spiace dirlo, ma è proprio questo il vero punto debole dell’opera. Il bassista Terry Butler e il batterista Bill Andrews (lui in primis), non sono assolutamente all’altezza dei fuoriclasse che arrivarono dopo di loro: vi dicono qualcosa i nomi di Sean Reinert, Gene Hoglan e Steve Di Giorgio? Non fatevi strane idee, però: “Spiritual Healing” resta un grandissimo disco e rappresenta una tappa fondamentale nel percorso evolutivo dei Death.

In risalto, oltre alla qualità impressionante dei riff (magistrali quelli di Living Monstrosity e dell’epica title track), il lavoro svolto sulle strutture dei brani e i temi toccati dai testi. Chuck Schuldiner dosa con cura le sue ambizioni progressive, senza quindi introdurre alcun tipo di orpello; le canzoni non seguono schemi tradizionali, ma tendono ad adottare un approccio tortuoso al thrash metal. La band travolge con la forza di un treno ma, sfruttando i cambi di tempo e i frequenti “dialoghi” tra sei corde, ci offre una visione di violenza sonora cerebrale, complessa e in costante mutamento.

Poco cuore? Non direi. Di pathos ce n’è in abbondanza; e non potrebbe essere altrimenti, quando si toccano argomenti sensibili quali l’aborto (Altering The Future), i disturbi dissociativi (Defensive Personalities), il ruolo della genetica nel mondo moderno (Genetic Reconstruction) e gli orrori del terrorismo (Killing Spree). Detto ciò, non si tratta certo di un album da ascoltare quando si ha voglia di riflettere o emozionarsi! Altro che “guarigione spirituale”: a distanza di trent’anni tondi tondi dalla sua pubblicazione, “Spiritual Healing” è ancora una batosta niente male.

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