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The Love Supreme – A Shade Of Yellow Very Close To The Gold Album

2020 - To Lose La Track / Shove Records
punk-rock / hardcore

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Tracklist

1. Scalford Rain
2. Cospea chainsaw massacre
3. The age of Talparius
4. About the chances
5. Beware, it’s a prick
6. An Albatross
7. El Cajon


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Partiamo dalla fine: scordatevi di trovarvi di fronte ai i Blood Brothers italiani. Una doppia voce non può fare una band. Fate il favore.

Il disco di debutto dei Love Supreme è, sicuramente, uno degli eventi musicali più attesi di questo 2020 appena iniziato, ma sin da subito, evitiamo paragoni pesanti. Come ormai capita sempre più spesso, nel panorama indipendente italiano, i debutti degni di nota dei nuovi ragazzi sono sempre più rari e bisogna, per forza di cose, aggrapparsi alle poche certezze radicate in gruppi già affermati da anni sul nostro suolo.

The Love Supreme, infatti, è un progetto che nasce da elementi che hanno suonato o tutt’ora suonano in Die Abete, Tutti i Colori del Buio, Bennett, Chambers e Ouzo, per citarne solo alcuni. Sparpagliati per l’Italia, provano insieme da poco più di un anno e registrano nello scorso autunno, a Roma, da Valerio Fisk degli Inferno, questo “A Shade Of Yellow Very Close To The Gold Album”, un disco effettivamente molto punkrock. Come graffi tirati, come idee, come naturali incertezze. Il che non è un aspetto da sottovalutare: data la diversa provenienza stilistica e musicale di ognuno dei cinque componenti dei TLS, infatti, il rischio era quello di dare vita ad un’accozzaglia non ben definita di dissapori e contenziosi irrisolti, che avrebbe così compromesso e non di poco le ovvie aspettative. In queste sette canzoni, a ben vedere, riescono a darci un’infarinatura sostanziale di tutto ciò che abbiano raccolto nelle loro, diverse, esperienze musicali. Senza mai rendere l’idea, ormai sdoganata e mestamente accettata, di risultare un gruppo buono solo per le grafiche delle magliette, i concerti nei soliti posti di amici e la vita sui social.

“A Shade Of Yellow Very Close To The Gold Album” è un perfetto disco d’esordio, scritto da gente della cosiddetta “Vecchia scuola”, che si prende cura di ciò che si appresterà a chiamare pubblico. Abbiamo la cosiddetta vague dei Some Girls e le marcette dei Charles Bronson, ma anche la svogliatezza dei Germs e l’arroganza dei Career Suicide. Abbiamo brani stanchi e spezzoni che sembrano arrivare direttamente dai Burn Hollywood Burn, contemporaneamente a cori new school e finali psicotici e, effettivamente, leggermente ripetitivi.

Vidi i Blood Brothers dal vivo a Brescia, era un’estate in cui già lavoravo. Di spalla c’erano Pretty Girls Make Graves e un altro gruppo di cui non ricordo nome o provenienza. Dopo anni ad ascoltarli, esaltandomi, su disco, rimasi deluso: quasi non si sentivano cantare, quasi non suonavano, quasi volevo andarmene. Forse mi rompeva i coglioni il fatto di dover lavorare il giorno dopo: una doppia voce non può fare una band.

Fuori per To Lose la Track e Shove, in un vinile one side illustrato da Gigi Fagni, uno dei loro per intenderci. Quasi.

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