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Back In Time

“Vulgar Display Of Power”: i segni sulla pelle restano

C’è davvero bisogno di fare presentazioni? Questo disco gode di una fama spropositata tra i cultori del metal. Sono trascorsi quasi trent’anni dalla sua pubblicazione, ma la popolarità della sesta fatica a firma Pantera sembra essere destinata a non scemare mai. Anche i non pochi detrattori se ne saranno ormai fatti una ragione: nel bene o nel male, “Vulgar Display Of Power” rappresentò un punto di non ritorno per tutta la musica pesante di fine millennio. E pazienza se proprio da qui prese forma quella furbesca accozzaglia di riffoni ignoranti, ritmiche aggressive e liriche incazzose a cui i maligni hanno affibbiato l’orrida etichetta di “mallcore”.

L’evoluzione stilistica di Phil Anselmo e soci non fu motivata esclusivamente dal sacrosanto opportunismo di chi voleva infilarsi negli spiragli aperti dai Metallica del “Black Album”. Fu soprattutto una dose abbondante di genuina rabbia, mischiata a un bel po’ di sfrontatezza, a dare la spinta giusta ai Pantera e a convincerli a pigiare il piede sull’acceleratore, allontanandosi così in maniera definitiva dalle ombre glam di avvio carriera (di cui, a onor del vero, era già rimasto poco o nulla).

Era appena iniziato il 1992 quando il quartetto statunitense, già in ascesa grazie ai buoni riscontri ottenuti con Cowboys From Hell, sfondò le porte del mainstream con la potenza di un pugno in pieno volto. L’impatto fu di una violenza inaudita: il successo di veri e propri anthem quali Walk e This Love iniziò ad allargarsi a macchia d’olio, neanche si trattasse di un brutto livido su una guancia. Ciò che questo lavoro consegnò alle orecchie degli ascoltatori fu esattamente quanto promesso dal titolo: una volgare dimostrazione di forza. Un vigoroso mix di energia, brutalità e intensità, di tanto in tanto reso più leggero da effimere concessioni alla melodia.

L’apripista Mouth For War chiarisce subito le intenzioni guerrafondaie dei Pantera: il procedere marziale e coordinato della sezione ritmica e della chitarra di Dimebag Darrell è da togliere il fiato. Anselmo sfodera una voce più aspra che mai per sputare veleno e reclamare vendetta contro chi lo aveva confinato negli angusti confini della bassa autostima (Revenge, I’m screaming revenge again/Wrong, I’ve been wrong for far too long/Been constantly so frustrated/I’ve moved mountains with less).

Con il riff minaccioso e ascendente di A New Level, si raggiunge quasi immediatamente il picco della tensione; è una bolla che si gonfia e, infine, esplode nei cori a presa rapida di Walk, inno muscolare che unisce l’immediatezza dell’hardcore alla lentezza di quello sludge tanto amato dal cantante originario di New Orleans. Sarò banale, ma Fucking Hostile è…fottutamente ostile. Una mitragliata thrash che scorre via in maniera svelta ma deliziosamente dolorosa.

Nei sei minuti e mezzo della semi-ballad This Love si nasconde la doppia anima dei Pantera; le atmosfere sinistre ma quiete delle strofe si alternano a ritornelli e bridge in cui lo spettro della pura devastazione sonora viene esplorato in tutto il suo potenziale, tra repentini scatti e improvvisi rallentamenti. Impossibile non considerare Rise il momento clou di “Vulgar Display Of Power”: non solo occupa la posizione centrale del disco, ma ne incarna al meglio le caratteristiche principali. È la traduzione in musica della foto di copertina: un cazzotto in faccia, veloce come il thrash e sinuoso come il groove. L’assolo al fulmicotone, meravigliosamente rumoroso e deragliante, fa da antipasto all’orgia di riff e agli stacchi dell’ultimo minuto del brano: è forse uno dei momenti più catartici nella storia dell’heavy metal anni ’90.

Da qui in poi, l’album va incontro a una lieve ma comprensibilissima flessione. Le parti “rappate” di Phil Anselmo in No Good (Attack The Radical) anticipano l’era del nu metal; la canzone si redime grazie al bel refrain, uno dei più immediati e melodici dell’intero lavoro. Nella pachidermica Live In A Hole, l’effetto talk box impiegato da Dimebag Darrell dà spessore a uno degli episodi più indecifrabili e sperimentali della lista. L’astio che contraddistingue la serratissima Regular People (Conceit) si riverbera nella successiva By Demons Be Driven, in bilico tra poderose scariche di palm muting e passaggi intrisi di groove.

La fiera dell’aggressività si chiude all’insegna della dolcezza, con la celeberrima ballad Hollow. Nelle prime battute, i Pantera si divertono a citare i Metallica di Fade To Black; d’altronde, il tocco sulle pelli di Vinnie Paul non è che fosse molto più “morbido” rispetto a quello di Lars Ulrich. La voce di Anselmo ci ammalia, gli intrecci tra la chitarra di Dimebag Darrell e il basso di Rex Brown ci incantano, poi, quasi inaspettatamente, si torna alla solita, disumana carneficina. Il finale sfuma, ma i segni sulla pelle restano. È durata poco ma è stata una fantastica dimostrazione di forza.

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