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Stephen Malkmus – Traditional Techniques

2020 - Matador
psych folk rock

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Tracklist

1. ACC Kirtan
2. Xian Man
3. The Greatest Own In Legal History
4. Cash Up
5. Shadowbanned
6. What Kind Of Person
7. Flowing Robes
8. Brainwashed
9. Signal Western
10. Amberjack
11. Juliefuckingette


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Ho una 12 corde che ho comprato a Portland per circa 700 dollari. Quando ho cercato di rivenderla indietro al negozio, mi hanno detto: ‘è deformata, ti possiamo dare al massimo 200 o 300 dollari’. Allora gli ho risposto: ‘che mancanza di rispetto! Vi farò vedere cosa può fare questa chitarra’.

Che sia questa la vera ragione dietro “Traditional Techniques”, l’ultimo album di Stephen J. Malkmus? Rivendicare la sua povera 12 corde? Potrebbe essere. Durante la registrazione di “Sparkle Hard” coi suoi The Jicks (2018), il cinquantatreenne cantautore californiano aveva comunque discusso con Chris Funk (The Decemberist) la possibilità di collaborare nuovamente in un album più intimo, più tranquillo, più – appunto – tradizionale. Di mezzo c’è stata la parentesi elettronica “Groove Denied” (2019), ma “Traditional Techniques” non ha certo tardato ad arrivare. Questo terzo lavoro solista vede l’icona “slaker” della Gen X vestire i panni del cantastorie vulnerabile e vagamente allucinato, in una sorta di cosplay musicale anni Sessanta.

Il lungo raga introduttivo ACC Kirtan e la fulminante Flowin’ Robes mettono subito le cose in chiaro: tra chitarre slide e sitar, ci troviamo di fronte ad un nuovo Malkmus, acustico ed ipnotico, deciso a sperimentare con la psichedelia e l’acid folk dopo aver rispolverato “Their Satanic Majesties Request” dei Rolling Stones. A rafforzare questa sensazione di British Invasion ci pensano poi i due singoli: Xian Man, un desert blues che lo stesso Malkmus definisce “Velvet Underground Africa sound” o “Creedence-y chooglin”, e Shadowbanned, un “tentativo di suonare come la band di PJ Harvey”, in cui brillano una moltitudine di strumenti orientaleggianti, padroneggiati da Matt Sweeney e da Qais Essar, il “Jim Morrison del rabab afgano”. D’obbligo menzionare l’originalissima videoclip di Shadowbanned, che vede molteplici generazioni di leggende indie-rock (Kim Gordon, Sharon Van Etten, Kurt Vile, Mac DeMarco e Orono Noguchi, per citarne alcuni) nascondersi dietro un filtro Instagram della faccia di Malkmus.

A mitigare tutta questa allucinazione ci pensano però The Greatest Own In Legal History e Cash Up, due ballate degne dei migliori Wilco; la prima, in particolare, potrebbe essere uno dei migliori pezzi mai scritti dall’ex Pavement, tanto cinematica da elevare a potenza persino una banalissima relazione avvocato-cliente. Nonostante la seconda parte del disco suoni decisamente più insipida della prima, ne fanno eccezione What Kind Of Person e Amberjack, due canzoni d’amore dolcissime e strappalacrime, in cui traspare una sensibilità lirica che non vedavamo dai tempi dal debutto omonimo (si pensi a White Church), e la conclusiva Juliefuckingette, possibile esca per una futura collaborazione con Graham Coxon dei Blur.

“Non essere un artista psichedelico a volte ferisce i miei sentimenti”, ammette Malkmus in una recente intervista. L’obiettivo di “Traditional Techniques”, a parte rivendicare l’acquisto della sua 12 corde, è proprio quello di risolvere questo cruccio. Il risultato è un album godibilissimo, che vede il musicista americano sperimentare con il DIY acustico e con strumentazioni non convenzionali a conferma del suo sempreverde status creativo. Più che ok, boomer.

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