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Pearl Jam – Gigaton

2020 - Monkeywrench / Republic
rock

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Tracklist

1. Who Ever Said
2. Superblood Wolfmoon
3. Dance Of The Clairvoyants
4. Quick Escape
5. Alright
6. Seven O’clock
7. Never Destination
8. Take The Long Way
9. Buckle Up
10. Comes Then Goes
11. Retrograde
12. River Cross


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Tutte le volte che bisogna parlare del nuovo disco di un mostro sacro della musica mondiale si pone il solito problema di confrontare quel disco con i capolavori passati di quell’artista. I primi due singoli di “Gigaton”, nuova release dei Pearl Jam, erano usciti da poco e già era tutto un proliferare di “non sono più quelli di una volta”, o giù di lì. Trattandosi di roba pubblicata esattamente trent’anni fa, un utile esercizio di critica del nuovo disco impone un sostanzioso reset di tutto ciò che è stato negli anni d’oro. Ciò per almeno tre motivi validi.

In primis, non si può pretendere di scrivere sempre le stesse cose, per tre decadi, e pretendere gli stessi risultati in termini di qualità, credibilità e – di conseguenza – riscontro dal mercato. Cambiano i tempi, gli stati d’animo, le cose da raccontare e il modo di farlo. In secondo luogo, parlando nello specifico dei Pearl Jam, il ruolo di Eddie Vedder è diventato con il passare degli anni via via più centrale, assumendo infine i galloni di leader carismatico della band. Inoltre, il nucleo storico è sì rimasto immutato, ma col tempo si sono alternati diversi elementi nella line up della band. Il terzo motivo – fatevene una ragione – è che il grunge è morto il 5 aprile del 1994, insieme a Kurt Cobain: nel prosieguo della loro carriera, l’ormai sestetto di Seattle ha pubblicato numerosi – e spesso riusciti – altri album, esplorando generi molto diversi. Scusate la franchezza, ma questo è l’unico modo per parlare di “Gigaton” in modo serio e incondizionato. Nondimeno, trattasi del primo long di inediti in studio inciso dalla band dopo sette anni: risale infatti al 2013 “Lightning Bolt”. Da allora c’è stato solo “Let’s Play Two”, nel 2017, un succoso live abbinato al film di un loro concerto.  

Partiamo dal packaging, aspetto mai sottovalutato da Vedder e soci. La copertina di “Gigaton”, molto accattivante, è stata curata dal canadese Paul Nicklen, un fotografo molto attivo nella causa ambientalista, soprattutto marina. In un’epoca in cui si avverte maggiore sensibilità nei confronti dei cambiamenti climatici, fa un certo effetto vedere la foto di un paesaggio polare, con un muro di ghiaccio a picco sull’acqua. L’ambiente, i cambiamenti climatici, il rispetto per un pianeta i cui equilibri naturali appaiono ormai impazziti, hanno influenzato molto il recente vissuto della band. Lo si capisce in prima istanza dalla comparsa – all’interno della confezione – dei link di due associazioni ambientaliste americane, Seal Legacy e Only One, con cui lo stesso Eddie ha avviato una collaborazione. Nei testi, come vedremo, l’attenzione è rivolta soprattutto ai responsabili politici dello scempio contemporaneo.

La gestazione del disco è stata lunga, l’idea di fondo e alcuni pezzi esistevano addirittura dal 2017, ma i lunghi e proficui tour – dimensione ottimale per i Pearl Jam – hanno oggettivamente tolto molto tempo alla produzione. La scomparsa dell’amico fraterno Chris Cornell, avvenuta lo stesso anno, ha invece gettato tutti nello sconforto e indotto profonde riflessioni. “Gigaton” è stato presentato ufficialmente a fine gennaio, nel corso di un evento privato a Los Angeles, durante il quale la band ha anche confermato il contemporaneo tour promozionale nel nord America, ovviamente poi sospeso a causa dell’emergenza sanitaria. 

La prima grande notizia riguarda l’aspetto manageriale, tutt’altro che secondario: dopo una collaborazione praticamente trentennale, le chiavi della produzione passano dalle mani di Brandan O’Brien (al comando dai tempi di “Vs”) a quelle di Josh Evans, nuovo al timone ma non certo digiuno di musica della band di Seattle. Evans ha avuto anche l’ingrato ruolo di unico anchorman  – causa lock down – della serata californiana, una surreale video-conferenza in cui, oltre alla pandemia, gli organizzatori hanno dovuto fare i conti anche con il preoccupato silenzio stampa di Eddie Vedder. Una delle scelte stilistiche volute fin da subito è stata far leva sull’innata capacità del gruppo di esibirsi dal vivo. Da qui, a detta di Evans, è nata l’idea di registrare in presa diretta larga parte dei pezzi eseguiti in studio. Tuttavia, le sessions non sono state plenarie, ma hanno riguardato singoli componenti, al massimo coppie. Il tutto è stato poi amalgamato in fase di missaggio.

Il fil rouge è il cambiamento. Oltre al management, la band esprime nuove idee ed esplora diverse sonorità in grado di sorprendere fans e ascoltatori. Non si dica che questo o quel pezzo suonano come una classica canzone dei Pearl Jam,ma come un testo e una musica in cui i Pearl Jam credono. A dimostrazione di questo concetto, la registrazione del disco è pressoché casalinga: la ricerca musicale non è finalizzata alla perfezione, bensì all’onestà del lavoro nel suo complesso. Ma soprattutto, cambiamento se non si vuole andare in contro all’irreparabile. E’ incredibile come Vedder e soci abbiano concepito un disco in grado di parlare efficacemente della questione climatica e ambientale e quel disco venga pubblicato nel bel mezzo del più grande coprifuoco nella storia dell’umanità, qualcosa che – manco a farlo apposta – ha cambiato e forse cambierà per sempre le abitudini di tutti gli esseri umani. La dialettica utilizzata nei testi, da questo punto di vista, è spaventosamente aderente.

A margine della presentazione, il giornalista Johnatan Cohen di Variety ha definito il disco il più bello e vario dai tempi di “Yield”. Queste parole, giocoforza, hanno alzato ulteriormente l’asticella dell’attenzione in quanto i dischi successivi a quello concepito nel 1998 – che fu una sorta di ritorno alle origini per il gruppo, dopo una breve e non fortunata parentesi sulla via della sperimentazione – non rappresentano esattamente dei punti di riferimento nella discografia dei Pearl Jam.

Si parte subito a spron battuto (Who Ever Said e Superblood Wolfmoon), segno evidente che lo spirito guida del classic rock made in Seventies – leggi Deep Purple – non ha abbandonato i Pearl Jam. I temi di partenza, come in diverse altre occasioni in “Gigaton”, sono la speranza e il non lasciarsi andare al peggio. Poi c’è la tanto vituperata Dance Of The Clairvojant, un pezzo intorno al quale si è scatenato un mezzo putiferio perché non rispetta lo standard minimo atteso – ammesso che ce ne sia uno – ma che in realtà è un’ottima fuga nel nevrotico habitat della new wave postmoderna dei Talking Heads. Il testo è involontariamente calzante, nella sua drammaticità, alla situazione attuale: “Siamo bloccati nelle nostre scatole / e quando non saranno più aperte / loro potrebbero alzarsi e dimenticarci”. Quick Escape è, senza mezzi termini, il momento più alto per ispirazione e sostanza musicale. Tra riff e adrenalinici solo di chitarra si parla, in termini kerouachiani, di scappare verso un posto non intaccato dal sovranismo di Trump (Vedder in realtà utilizza un’espressione un po’ più colorita), ma non manca una citazione, come ce ne saranno diverse nel corso del disco: più di un inciso è dedicato alla grandezza di Freddie Mercury e dei Queen. 

A questo punto il ritmo si concede una pausa (Alright e Seven O’Clock), una parentesi intimista dove regnano un folk molto minimale miscelato al cantato da songwriter di Bruce Springsteen. Altro richiamo all’attualità e al presidente americano: nel richiamare il nativo americano Toro Seduto (Sitting Bull), a the Donald viene affibbiato il poco lusinghiero nomignolo Sitting Bullshit.

I decibel tornano a salire con la punkeggiante Never Destination, un omaggio della band a Bob Honey, personaggio satirico nato dalla penna di Sean Penn e ispirato a… beh si è capito. E il ritmo non accenna a diminuire in Take The Long Way, pezzo dedicato all’amico Chris Cornell. Nessun lento strappalacrime, ma un gran fracasso, come avrebbe voluto Chris. Poi due ballad, dal gusto e dalla sostanza diversa. Buckle Up ha un testo allarmato ma inconcludente, forse è l’unico punto debole del disco, mentre Comes Then Goes è un piccolo angolo che Vedder si ricava con voce e chitarra: poco spazio e qualche minuto di tempo per parlare all’amico che non c’è più. Si parte da Chris, forse, ma il tema – oggi a maggior ragione – è pressoché universale. Prima della chiusura (Retrograde) è appena il caso di piazzare un ulteriore passaggio dal sapore cantautorale, con richiami ancora a Springsteen ma stavolta anche a Michael Stipe. Molto ben calibrato, quanto inaspettato, il finale a trazione psych.

L’epilogo è affidato a River Cross, un malinconico slow tempo preso a pretesto per raccontare – ancora una volta – l’inadeguatezza della classe politica americana. E’ un punto d’arrivo, ma anche di ripartenza, visto che in più punti si respira un’atmosfera tipicamente anni ’80, il decennio che ha visto nascere quelli che oggi conosciamo come Pearl Jam. La voce di Eddie è sontuosa, si erge e si inabissa più volte nell’arco di pochi minuti: i vocalizzi prendono per mano i suoni e le emozioni del resto della band. 

Più di ogni altra cosa, dal disco vengono fuori quell’unità d’intenti e quell’organicità del lavoro dichiarate da chi, di volta in volta, ha preso la parola durante il silenzio stampa di Vedder. Il chitarrista Mike McCready, ad esempio, ha definito “Gigaton” un viaggio verso la redenzione musicale, mentre il bassista Stone Gossard ha parlato di vero spirito di gruppo. Lo stesso Brendan O’Brien, sollevato dall’incarico di produttore, ha comunque partecipato in qualità di tastierista.

In definitiva, ascoltando “Gigaton” viene da urlare che sono tornati i Pearl Jam, e non è un’esclamazione pleonastica. È riduttivo constatare che è solo uscito un nuovo disco: la band di Seattle è tornata a calcare le scene con la sua proverbiale rabbia, benché formata ed espressa in modi diversi rispetto al passato. Se ai tempi del grunge sgorgavano grida di dolore di un’inascoltata generazione di post-adolescenti, oggi quel che viene fuori è l’allarme dell’intera umanità, catapultata in una realtà inaspettatamente drammatica, che si parli di clima o di pandemia da coronavirus.    

A proposito di pandemia e di speranza, il 5 luglio la band di Seattle dovrebbe esibirsi a Imola. Speriamo (anche) di rivederli presto su un palco dalle nostre parti.

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