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“Ask Questions Later”, violenza che abbatte i muri

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Scrivo queste righe negli ultimi giorni del drammatico marzo 2020, mese che probabilmente sarà ricordato come uno dei più tristi e deprimenti della storia moderna. Il terrore di venir contagiati da un virus sconosciuto e potenzialmente letale ha trasformato le nostre esistenze in una brutta puntata di Black Mirror: restrizioni alle libertà personali, case convertite in rifugi antiatomici, assuefazioni tecnologiche dilaganti, metropoli deserte, moduli di autocertificazione per portare a spasso il cane, minacce di morte per una passeggiata e un assortito campionario di psicosi e paure in costante evoluzione, alcune delle quali pure giustificate.

Quello scenario apocalittico che tanti profetizzavano da anni si sta purtroppo realizzando – e in maniera piuttosto rapida, per giunta. L’umanità sta affondando il suo piedone in una gigantesca e appiccicosa cacata fumante. Per ripulire la suola, checché ne dicano gli inguaribili ottimisti, ci vorrà un bel po’ di tempo. Andrà tutto bene? Sicuramente sì. Ora come ora, però, va tutto male. E quando il mondo sembra andare a rotoli, la cosa migliore da fare è affidarsi a chi non si nasconde dietro qualche hashtag del cazzo per tirarci su di morale.

Lasciate ogni speranza, o voi che state dentro casa: abbracciate appieno lo spirito del distanziamento sociale. Invece di andare su Spotify, YouTube o quello che vi pare per mettervi alla ricerca di qualche canzone allegra in grado di rendere un po’ meno meste le vostre noiose vite sedentarie, perché non vi recuperate “Ask Questions Later” dei Cop Shoot Cop? Sprofondate nello sconforto più totale insieme a questi quattro iettatori che, nell’ormai lontanissimo 1993, ci regalarono la soundtrack ideale per le giornate buie e incerte che, ahinoi, stiamo attraversando.

E pensate che è pure uno dei lavori più accessibili mai prodotti da Tod A., Jim Coleman, Jack Natz e Phil Puleo!  L’esordio su major del gruppo newyorchese si schiantò sul pianeta Terra con un fragore infernale e alieno, candidandosi quasi immediatamente a ricoprire il ruolo di incubo sonoro per i puristi del rock. Perché non c’era davvero nulla di convenzionale in una band che utilizzava i campionamenti quando non lo faceva pressoché nessuno, aveva due bassisti in formazione e, soprattutto, riusciva a essere incredibilmente heavy senza cedere quasi mai al fascino della chitarra.

“Ask Questions Later”, nonostante le numerose concessioni melodiche, è un album molto, ma molto pesante. Le inclinazioni metalliche lasciano il segno più nelle atmosfere che nella forma. Il clangore martellante alla base di Surprise, Surprise o il deragliante rockabilly che infonde nervosismo alle note di Nowhere, tanto per fare un paio di esempi, non perforano i timpani: li abradono in modo lento e doloroso, fino a causare copiose perdite di sangue dalle orecchie.

Esaspero i toni perché voglio sottolineare quanta importanza abbia la violenza che striscia lungo tutti i cinquanta minuti del disco: è una carica eversiva che abbatte i muri divisori tra i generi musicali, mirando ad abolire le differenze apparentemente incolmabili tra industrial, blues, noise, jazz, post-punk, avanguardia e suoni orientaleggianti dal sapore mistico.

Dalle macerie fumanti emergono in ordine sparso: l’inquietudine strumentale di Migration; i maestosi archi di Cut To The Chase; il rock and roll tribale e selvatico di $10 Bill (omaggio abbastanza palese al genio di J.G. Thirlwell); i campionamenti stranianti di Seattle; la tormentata e ossessiva monotonia di Got No Soul; l’hard rock brutale e aspro di Furnace.

Ma adesso basta così: non voglio qui sbrodolare altre descrizioni ampollose per presentarvi i brani di “Ask Questions Later”. Premete il tasto play e concedetevi un po’ di sana cattiveria sonora anni ’90: la quarantena vi sembrerà leggermente meno insostenibile. Forse.

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