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Kuroi Jukai – Kuroi Jukai

2020 - Sentient Ruin Laboratories
hardcore / grind / noise

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Tracklist

1. I
2. II
3. III
4. IV
5. V
6. VI
7. VII
8. VIII
9. IX
10. X
11. XI
12. XII
13. XIII


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Quando si dice il sesto senso, cari reclusi, ebbene, ci siamo scelti reciprocamente al primo sguardo io e il nuovo album dei canadesi Kuroi Jukai. Ancora amore a prima vista, sicuro!

Esso contiene, in questo vasetto di Pandora, tutto quanto io vorrei umanamente esprimere a fronte di questa metabloccante era del coronavirus, che incatena ogni attività da riversare all’esterno di casa. La dimensione claustrofonica e quella claustrofobica combaciano perfettamente nel mix malsano generato, e allora questo mostro orribile nato dalle viscere di tale pazzoide band rifulge incandescente attraverso il tornado di macerie e detriti, ceneri e lapilli fumogeni spuntati fuori da depositi infuocati di polimeri addizionati di propilene, in sostanza la massa di rifiuti macromolecolari inquinanti e responsabili di orribili malattie che, dal ribollio del polverizzante magma centripeto dell’insensatezza militante, vortica dinnanzi allo sguardo graffiato delle nostre arrendevoli coscienze, prese d’assalto da cotanto fragore deformante e fulminante.

Furore, devasto, marasma da maremoto strumentale e mutante carattere guastato, deflagra agganciando l’incolume pacioso inconscio, liberando il suo potere salvifico. 10 minuti bastano ai 黒い樹海, alias Kuroi Jukai (Il Mare Nero degli Alberi), per assorbire e vomitare alla massima distanza, oltre la cortina del buon senso, tutta la frustrazione gen-etica e morale che cuce l’uomo-io-resto-a-casa alla propria poltrona paffuta e pasciuta della rinuncia verbale e animale e, in surplus, intellettuale, oggidì decisamente addomesticata fin dentro il fradicio midollo impregnato di marcia linearità apollinea. E siamo a un passo dallo sfascio della contrazione cerebrale.

Stipati nelle stie come polli, a far palle di pelle di pongo da dare in pasto ai pesci che verranno a galla, i qual squali divoreranno le nostre pallide e mollicce carni di cavie lunari finalmente messe a disposizione completa dell’industria chimico-farmaceutica e della ingegneria genetica alterante, ecco improvvisamente la situazione sfuggire al controllo ed adottare in tutto e per tutto la schizzata ribellione destrutturante di ogni (mal)edificazione, propinata selvaggiamente da tale intransigente band che dal Canada – nientedimeno, ma poi perché stupirsi, i canadesi sono apollinei per antonomasia (e qui soggiace la rivoltosa rigurgitante contraddizione salvifica) – mira a fagocitare (voilà le pharmakos) la sordida accettazione umana instillata dal coronavirus, ossia si fa cura (curativa) somministrando sovversione e disordine quale reagente all’ubbidienza inane e belante che conduce alla manipolata triste resa delle armi, di per sé lo-bo-to-miz-zan-te et imperante.

Il 7″ uscito in formato digitale e in cassetta (quella rediviva e magica) assolda 13 frammenti al di sotto del minuto e in forma dirompente, iconoclastica, più immane di un esplosivo al plastico, osannando l’eterodossia ed affrancandosi da qualsiasi cliché in circolazione, tranne il (1’55” di pure noise) e il  XIII° frammento, una bonus track estratta dall’unico live effettuato dalla estrema band (chissà perché poi i titoli sono simboleggiati da numeri romani) e che dura la bellezza di 3’26”.

Deturpazione e vilipendio o nichilismo totalizzante? Impossibile scendere a patti col materiale noisegrind esternato dalle convulsive fattezze di un caotico power-hardecore-metal che l’A-lex di Arancia Meccanica non avrebbe potuto neppure immaginare, infarcito com’era di classica e del pantagruelico, raffinatissimo, colto del pentagramma, Ludovico Van.

Due galassie lontanissime, due concezioni antitetiche che sono messe in concomitanza possibilista dalla sofisticazione del plot sonoro ideato ad arte nell’opera di Wendy Carlos: la clockwork soundtrack. Cioè, quel ponte mistificato è scintilla primeva di abnormi manipolazioni che qui pongono in primo piano tutt’altra materia ultra-violenta (ma non c’è più bisogno che spieghi oltre) e solo l’ascolto potrà esumare dal giaciglio mattutino di ciascun recluso un rinnovato tono ed una luce diversa al mobilio e all’ambiente circostante, come alla nascente giornata: dopodiché, in secondo ordine, provare ad affacciarsi alla finestra, al termine di ripetuti ascolti del Kuroi Jukai album, immersi nel silenzio assoluto prodotto dallo stacco improvviso dell’eccedente caos magnetico fruito, e dite pure se la cura KJ avrà avuto effetto.

La band ha inciso su cassetta nel 2015 per la Aught/Void e nel 2020 per la Sentient Ruin Laboratories (una label fantastica) ha riesumato su vinile questo snuff record, unico e misterioso, quanto oscuro, che appone sperimentazioni incondizionate e invero poco ascoltate nel panorama ultra-noise, filando sonicamente in maniera ecumenica (ma intraprenendone il senso negativo della parola) a fronte di commistioni grind ed electronic-industrial suscitanti una violenta aggressione uditiva asfissiante unita ad una metodica di sviluppo allucinante e delirante, presentando certo il duro pattern di sottofondo, straziante e urlante di urgenza post-universale, ove chitarre e batteria slacciano le terminazioni nervose, terminando infine nell’estinzione della sua missione, che ben si accorda con il mistero che aleggia macabro (almeno dal punto di vista biografico) sui membri della band, letteralmente volatilizzati dopo aver dato alle stampe quest’opera eccellente, precipitando nel regno dell’oblio.

Il portante omaggio al loro nome si concilia, ed è di sicuro ispirato, alla Aokigahara, un’area fittamente boscosa ai piedi del monte Fuji, tristemente famosa come ‘la foresta dei suicidi’.

Per i fans di: Knelt Rote, Column of Heaven, Endless Blockade, Hatred Surge, Friendship.

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