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Psicoanalisi di un disco: “Why Hast Thou Forsaken Me?”, Universal Daughters

Il progetto discografico “Why Hast Thou Forsaken Me?” (Santeria/Rough Trade), nato per supportare la fondazione Città della Speranza, è stato realizzato dalle Universal Daughters nella primavera del 2013. Marco Fasolo, cantante e chitarrista dei Jennifer Gentle, insieme ad alcuni amici e collaboratori tra cui il produttore Jean Charles Carbone, è riuscito a creare uno scrigno magico composto da tredici cover della tradizione anglo-americana che spaziano dal gospel degli anni ‘20 per arrivare sino a Big Star e Suicide.

Tanti gli ospiti internazionali che hanno aderito al progetto: Chris Robinson dei Black Crowes, Jarvis Cocker dei Pulp, Mick Collins dei Dirtbombs, Alan Vega dei Suicide, Baby Dee, Mark Arm dei Mudhoney, Lisa Germano, Stan Ridgway dei Wall of Voodoo, Swamp Dogg, Steve Wynn dei Dream Syndicate, Gavin Friday dei Virgin Prunes e, dulcis in fundo spunta anche un nome italiano, i Verdena.

Insieme a Marco Fasolo musicista, arrangiatore e produttore abbiamo ripreso in mano questo disco e ci siamo interrogati su quanto alcune canzoni riescano a raccontare i momenti della vita di ognuno di noi a volte desolanti altre meravigliosi.

Quali sono stati i primi passi che ti hanno portato alla realizzazione di un disco con così tanti ospiti di respiro internazionale?

In uno dei tour negli Stati Uniti con i Jennifer Gentle, adesso non ricordo se fosse il 2005 o il 2007, siamo stati contattati dal management dei Black Crowes. Entrambi suonavamo la stessa sera in un locale a New York ma, per una serie di motivi, non siamo riusciti a parlarci. Una volta tornati in Italia abbiamo mantenuto i contatti con il cantante della band Chris Robinson con la promessa di vederci un giorno anche perché lui è un fan dei Jennifer Gentle. Nel 2011 i Black Crowes si sono esibiti in un festival molto carino presso il Castello in Piazza Ducale a Vigevano in Lombardia e hanno contattato il mio manager Marco Damiani perché volevano incontrarmi. Quella sera sono andato nel backstage e ho parlato con Chris e con suo fratello come se fossimo vecchi amici. Abbiamo discusso di musica, di vita, di figli, di film… e ci siamo salutati con la promessa di realizzare un giorno un progetto insieme.

Dopo questo incontro fortunato come si sono sviluppati gli altri contatti?

Siamo andati a bussare alle porte di artisti che ci piacciono e con i quali avevamo un contatto e una stima reciproca per via dei Jennifer Gentle. Chris Robinson, Jarvis Cocker e Steve Wynn sono nostri fan. Quando il mio manager ha cominciato a far girare la canzone che avevo fatto con Chris I Am Born to Preach the Gospel di Washington Phillips ci fu subito un riscontro. Il giorno che ho ascoltato per la prima volta in studio la sua voce sul brano I Am Born to Preach the Gospel mi tremavano le gambe. In quel momento ho capito che stavo facendo la cosa giusta. Inoltre quella canzone, senza che io lo sapessi, era una delle preferite di Chris.

Why Hast Thou Forsaken Me? significa Perché mi hai abbandonato? – è un chiaro riferimento al Vangelo – quali sfere emotive dell’animo umano sono state toccate nel disco?

Le canzoni raccontano tante sfaccettature diverse: la fede, l’amore, il desiderio carnale, la morte, la felicità, la tristezza, l’ossessione, l’alienazione…Tutti ingredienti che fanno parte della nostra esistenza. Quando succede qualcosa di brutto la prima cosa che ti chiedi è: perché non stai pensando a me? in realtà c’è un disegno molto più grande che va aldilà della fede. Questo disco vuole parlare della vita senza nessun tipo di velleità.

C’è un messaggio celato dietro la copertina del disco?

Io ho supervisionato la copertina ma non l’ho seguita direttamente. Di questo aspetto se ne è occupato Francesco Lovison dei Mamuthones insieme a Enrico Bolzan, che all’epoca suonava con gli Slumberwood. Quella signora anziana come altri dettagli del booklet sono foto del padre di Francesco Lovison che è un insegnante della Scuola d’arte di Padova, lui è fotografo e, quando era giovane, aveva fatto delle foto ad alcuni vicini di casa, un po’ particolari, un po’ strani come ad esempio quella signora che è rappresentata nella copertina del disco. L’idea era di raccogliere in questo artwork un po’ surreale, teatrale e sognante queste testimonianze d’altri tempi.

Come ti sei approcciato alla realizzazione di un disco di cover?

Io non ho mai fatto cover. Quando ho iniziato a suonare con le mie prime band, avevo dodici anni, ho iniziato subito a scrivere cose mie. Quindi paradossalmente mi sono cimentato, rispetto ad altri musicisti, più tardi sulle cover. I Beatles sono partiti dalle cover io, semplicemente, ho voluto fare un percorso diverso anzi sono sempre stato abbastanza contrario a farle perché mi sembrava inutile e per certi aspetti un po’ lo è. Mi spiego meglio. Una cosa che già esiste, bella o brutta non importa, in quanto embrione, in quanto testimonianza di prima generazione di una determinata cosa, è sacra e perfetta così però attraverso l’uso in maniera quasi dadaista, di reciclaggio, di ricontestualizzazione di una cosa già fatta è possibile dare ad essa altri significati. In questo disco abbiamo cercato di togliere quei brani dal loro contesto originale dando ad ognuno di essi un nuovo senso ritrovato. Cerco sempre di essere molto rispettoso della versione originale infatti le canzoni non sono mai così diverse, tendo a tenere sempre la tonalità e la struttura non mi piace quando vengono cambiate troppo le linee vocali, ho lasciato carta bianca ai cantanti. Mi appello al cuore e cerco di rivivere quel pezzo nella maniera più rispettosa possibile.

A mio parere alcuni pezzi sono intoccabili…

First of May dei Bee Gees e Mother di John Lennon sono pezzi intoccabili che guarda caso sono anche quelli meno stravolti. La cover di First of May è una delle più fedeli, l’arrangiamento di violoncelli è stato trascritto paro paro, è diventata completamente diversa pur tenendo la stessa partitura. Sono legato a quel pezzo sin da quando sono bambino, è struggente. Jarvis Cocker è perfetto ha un accento un po’ cockney, un po’ da crooner, conferisce al brano una teatralità e un pathos incredibili. Questo è, a mio avviso, un modo corretto di approcciarsi ad una cover. Mentre non avrei mai fatto una versione techno di Mother, si può riuscire a fare, ma non ne vedo il motivo.

Chi ha scelto la scaletta dei brani?

Come il progetto del disco anche la scelta dei pezzi è stata concepita da me e dal mio manager Marco Damiani. La scaletta dei brani l’abbiamo decisa insieme ed era già deliniata prima di metterci a registrare. In tutti i lavori che produco, anche per l’ultimo album dei Jennifer Gentle, mi pongo molto questo problema. Ho sempre prediletto la dimensione del disco rispetto al singolo. Mi piace che ci sia uno scopo, una dimensione e una ragion d’essere come se fosse un libro o un racconto che ha appunto un inizio, uno sviluppo e una fine.

Come si è svolto il lavoro in studio?

Tutta la produzione, la registrazione e gli arrangiamenti quindi tutto il confezionamento di tutto ciò che è la base strumentale, tranne la voce principale perché anche i cori, le armonizzazioni sono state fatte da me e da altri musicisti, sono stati realizzati con la collaborazione del produttore Jean CharlesCarbone, un mio amico, in uno studio di Vicenza che si chiamava Abnegat Records. Producevo tutte le basi, tutta la musica spesso appoggiandoci un provino al volo e poi senza mandare nessun riferimento vocale ai cantanti mandavo la base chiusa e loro ci cantavano sopra e, quando arrivava la voce, la si montava in studio.

C’è stato un artista che si è dimostrato perplesso nell’approcciarsi al brano?

L’unico un po’ titubante è stato Mark Arm dei Mudhoney perché mi disse di non aver mai cantato in maniera soffusa, di solito lui urla nei suoi pezzi ma poi si è fidato di me ed è stato contentissimo di fare la cover di Cheree dei Suicide.

A proposito dei Suicide anche Alan Vega – scomparso il 16 luglio del 2016 – è presente nel disco ed interpreta I Hear Voices di Screaming Jay Hawkins…

Sì. Da quello che so penso che questa sia stata una delle ultimissime cose in assoluto che Alan Vega abbia registrato…

Come mai hai scelto proprio Baby Dee per interpretare il pezzo Hong Kong Blues di Hoagy Carmichael?

Spesso tu vieni a conoscenza di un brano e credi che sia la versione originale in realtà poi scopri che è una cover. Io avevo sempre sentito Georgia On My Mind di Ray Charles credendo fosse sua, non mi era mai piaciuta quella versione, poi un bel giorno una mia cara amica mi ha regalato un 33 giri di Hoagy Carmichael e ho scoperto che era lui l’autore di Georgia On My Mind. Ho letteralmente consumato quel vinile. Hoagy Carmichael è diventato subito un mio grande amore. Quindi ho voluto inserire Hong Kong Bluese farla interpretare a Baby Dee, una musicista transgender, è tanto esotica la canzone quanto la personalità di Baby Dee.

Ci sono un paio di riferimenti al mondo del cinema in questo disco. La cover Midnight, The Stars and You di Ray Noble e Al Bowlly in cui canta Lisa Germano rimanda ad una scena del film Shining di Stanley Kubrick del 1980 e anche il pezzo strumentale For the Last Time We’ll Pray, soundtrack del film Carrie – Lo sguardo di Satana del regista Brian De Palma del 1976, curata da Pino Donaggio. Parlamene.

La traccia Midnight The Stars and You l’ho voluta inserire perché è un pezzo incredibile ed è legato al film di Kubrick in cui c’è la scena nella sala da ballo. È un brano crepuscolare, malinconico e romantico dove si parla in maniera molto candida dell’amore nonostante sia appunto un film dell’orrore. Ho voluto raccontare questo binomio amore/terrore attraverso una veste più morbida, più dolce. Il batterista che ho coinvolto per questo disco è Maurizio Boldrin un mio caro amico nonché il proprietario del negozio 23 dischi a Padova, uno dei più belli in Italia. Lui era il batterista di Pino Donaggio e ha fatto insieme a lui una tournée negli Stati Uniti alla fine degli anni ‘60. Quando ho scelto il pezzo For the Last Time We’ll Pray Maurizio mi ha subito detto che dovevo farla ascoltare a Pino Donaggio. Quando ci siamo incontrati una sera a cena ha sentito la versione in anteprima e mi ha fatto i complimenti per come avevo arrangiato il pezzo.

Uno dei testi più belli del disco è senza dubbio quello di Is That All There Is? in cui canta Stan Ridgway, mentre la versione originale è della cantante jazz Peggy Lee.

Quella canzone è un capolavoro. Qui ho un po’ azzardato dal punto di vista degli arrangiamenti e della produzione artistica perché ho voluto sonorizzare gli episodi che venivano raccontati nel corso del brano con i suoni giusti. Ci tenevo a sottolineare la componente cinematografica che, secondo me, è presente a livello narrativo in questo pezzo.

Dopo aver ascoltato il brano The Clock in cui canta Swamp Dogg ti rendi subito conto di quanto una voce, in questo caso maschile, possa trasmettere un turbinio di emozioni.

Swamp Dogg è incredibile. Quando abbiamo registrato aveva passato i 70 anni e nonostante questo ha la voce di un’aquila e ha reso quel pezzo soul nel senso più alto del termine.

Penso che una delle canzoni più riuscite del disco sia Kangaroo scritta da Alex Chilton e interpretata nel disco da Gavin Friday.

Gavin Friday ha fatto un lavoro clamoroso, quella canzone è, come hai detto tu, uno dei picchi del disco. Lui ha una voce profonda ma allo stesso tempo puntuale. Nonostante il brano contenga parole semplici, infantili ti fa capire che il testo non è l’unica cosa che conta perchè bastano due parole ben assortite unite alla melodia giusta e il messaggio arriva.

La chiusura del disco è affidata al brano Mother di John Lennon. Un finale perfetto. Come si sono comportati i Verdena?

Eravamo tutti d’accordo che Mother a livello emotivo, dinamico, di pressione sonora fosse il picco di energia per concludere questo album. Nel testo si legge Mama, don’t go/ Mamma, non andare ci immaginavamo questa madre che se ne va sfumando via insieme al disco. Nella realizzazione di questo brano ho lavorato con tutti e tre i Verdena: Alberto al pianoforte, Luca alla batteria e Roberta al basso. Ho sovrainciso delle chitarre, degli organi soprattutto sul finale, i cori e le percussioni cercando di rimanere fedele alla struttura della canzone originale. Io non sapevo che i Verdena proponevano ogni tanto nei loro tour questo pezzo…un’altra bella coincidenza.

Perché non uscì la versione in vinile di Why Hast Thou Forsaken Me?

All’epoca non uscì la versione in vinile e me ne rammarico. È nei nostri piani un giorno ripubblicarlo anche all’estero, era già un’idea che avevamo sin dall’inizio, ma poi sono sopraggiunte tante cose…Appena sarà possibile lo proporrò a chi di dovere perché sono d’accordo con te sul fatto che debba esserci per questo disco anche la versione in vinile.

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