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Una vita da belva: l’uragano chiamato Iggy Pop

In principio fu il Michigan, negli anni in cui tutto girava attorno a Detroit. La città del male per antonomasia, la Motor City, quella in cui Frank Miller ambienta Robocop ma in un futuro distopico, di quello che si è venuto a creare anche nella realtà molti anni dopo che Iggy Pop venne alla luce, anche se quelli in cui crebbe resero lo Stato già difficile, tra migrazioni, ghettizzazioni d’ogni sorta e crisi, profonde come le ferite che l’Iguana si provocherà sul palco, anzi, di più. Ma Detroit era la città degli MC5. Quella di James Osterberg fu Ann Arbor. Lì, la genesi della leggenda vivente.

In principio furono gli Stooges, l’inizio della fine. Si fa presto a dire proto-punk, a quale fu la prima band a fregiarsi di quei suoni e stare sotto, col primo critico-scribacchino come noi battezzò qualcuno MA chiunque fu (e si litiga da secoli ma ci sono delle prove tale per cui che…), beh, non fu come gli Stooges. Nessuno sarà come Iggy Pop, vabeh, sì, gli Asheton, grandissimi, ma Lui era, ed è lui. Nessuno: né Fred “Sonic” Smith con quel “motherfuckers” stampato col fuoco, né Johnny Thunders o Richard Hell, figuriamoci Rotten/Lydon, che lui proprio non era “proto”, semmai post, fine, andata. No, nessuno come l’Iguana, sul palco, scomposto e violento, sboccato e dinoccolato, sghembo e irritabile, che non sapevi cosa avrebbe fatto, magari stampandoti una scarpata sul volto molto prima di Henry Rollins (che però…), tra sangue, sperma e sudore. Sessualità che ti prende per il collo e ti porta a pisciar per strada, schiavo di qualcuno più feroce di te, come bestie a percorrere un pericolo richiesto e la ricerca per la distruzione. Nessuno fu così bestiale e pornografico, né lo sarà da qui ai prossimi 100 anni. Non con la classe di Iggy Pop, quello no. 

Il mio principio con Iggy Pop? Di quelli veramente da stronzo troppo giovane, da figlio degli anni ’80. A legger articoli su Marilyn Manson e sui paragoni delle sue performance dal vivo con quelle di questo Iggy Pop, per me al tempo fantomatico. Chi cazzo è? A spulciare e cercare, che quella frase sui tagli sul petto, simili alle cicatrici che le bottiglie provocarono una mappa sul petto dell’Iguana, ne fui rapito. Cosa macabra per un quattordicenne? Che mi frega. Guardate cosa fanno oggi, cazzo. Magari non si spaventerebbero neppure a vedere Pop o Manson scorticarsi la pelle sul palco. Al massimo lo riterrebbero offensivo e con un click andrebbero a segnalarlo al garante del buonsenso.

Poi fu il momento anche per me di suonare, una band, tante cover, e perché no? Search And Destroy e TV Eye, in versione ancora più cattiva (seh, ma mica come Verdena e Afterhours eh), io e la cantante a dividerci le grida di James, furiose come quando sudava sul palco, ma noi eravamo solo dei mocciosi che spaventavano il professore di musica delle superiori che ci permise di esibirci davanti alla scuola, lo sguardo in tralice, le compagne schifate, noi incessanti su quelle quattro note e tutti quei versi e quelle parole fuori luogo. La delizia dello sporco nel cuore. Bastava poco, ed eccolo lì, Iggy, agganciato ad anime che non ci sono e corpi che tendono all’imitazione adolescenziale. A tal proposito, Lust For Life, quell’incipit di dannazione, solo lui poteva aprire “Trainspotting”, che a riguardarlo oggi salvo lui e gli Underworld (cosa che li legò al punto che poco tempo fa, lo sapete, si ritrovarono in una stanza d’albergo a sputar fuori un EP), beh, non mi smuove un bel cazzo, ma al tempo quella batteria e quella voce da cagnastro sbavante, addio.

Crescendo t’imbatti in Lester Bangs, e mi vien male pensare che ora, così tanti anni dopo, io mi stia cimentando nella scrittura di un articolo dedicato proprio ad Iggy, ma lui lo vide, nel pieno di una rigogliosa nascita e rinascita e solo lui ha potuto definirlo al massimo della perfezione: 

Iggy, più di chiunque altro nella sequela apparentemente infinita di rocker anomici di professione, è davvero un isolato e questo isolamento si manifesta in una disperazione fulminante.

Vedete? Lo spettro di James è più ampio di un semplice prototipo punk, c’è altro, c’è un abisso che risucchia tutta la luce sul doppiofondo di quel ghigno sardonico. Ci sono la droga, gli eccessi, ci sono gli anni al freddo di Berlino e con David Bowie quello che accadde lo sappiamo a menadito, quindi, ringraziamo il Duca Bianco se Iggy è ancora qui.

E più vai avanti negli anni, più scopri le tante anime di questo performer senza eguali, l’uomo da diciotto dischi solisti, uno diverso dall’altro, uno più imponente dell’altro, ma che anche è inciampato, senza darlo a vedere, troppo storto, troppo di classe. Sì, i classici, ma mettete su “Zombie Birdhouse” (nella sua autobiografia tra le righe e in una nota anche Rocco Tanica ammette che su quel disco non c’è un pezzo sbagliato), la zozzeria hard di “Instinct” con quello Steve Jones che ha scelto il vero punk anziché il vecchio sbroccato, e qui siamo sui classiciclassici, io mi butto a capofitto su “American Caesar” perché divide il microfono con Rollins (vedi che è tornato?) sull’immensa Wild America, e solo lui poteva scriverla, il testo smargiasso che fa quasi ridere ma parla di cose orride, sfotte le stelle e le strisce ma ne coglie l’anima. Anni dopo l’ex-Black Flag si porterà gli Stooges 3.0 (quelli con Mike “Minutemen” Watt al basso, mica cazzi).

Che poi, diavolo, alla batteria c’è Larry Mullins e ti torna in mente il “litigio” tra i due personaggi Tom Waits e Iggy Pop in “Coffee & Cigarettes” sulle percussioni, pazzesco, Jarmusch che poi tornò a raccontare quella macchina infinita che furono gli Stooges con un gran bel docufilm, e ora che non ci sono più, si sente. Non finisce qui, perché chi di punk ferisce, di jazz perisce, con Medeski, Martin e Wood su “Avenue B”, che non te l’aspetti così pacato e classy. Come non ti aspetti che i tuoi, di eroi, di teenager, gli At The Drive-In lo ospitino sul loro disco migliore e in un’intervista lo dicano “ci ha insegnato tutto ciò che sappiamo sul punk”. Sembra del tutto impossibile che sia solo un uomo a fare tutto questo. Lo stesso che anni dopo chiamò in studio Green Day e Sum 41, come se niente fosse, e li fece suonare più fighi di quel che erano (e per me non lo erano), o con Peaches. E Kesha. Cristo santo, Kesha. 

Lui è stato anche capace di farsi griffare Paco Rabanne per un profumo, di farsi fotografare con Donatella Versace, di comparire in una campagna pubblicitaria di Gucci, posare vestito da donna per Dior, come il suo amico Rollins che si diede a Calvin Klein. Il tradimento della natura proto per una post, punk, tutto quel cazzo che vi pare. Che lascia basiti vederlo lì, eppure naturale, come se la pelle cambiasse di continuo, in una trasformazione senza posa. Più dice di voler smettere, più continua, più si fa immortalare con e per gli stilisti più in voga (ugh) e più tornerà da certi Josh Homme e Alva Noto

Più penserete che sia dimenticato, più vivrà sotto pelle. Meno lo nominerete e più ricomparirà nella coda dell’occhio. 73 anni vissuti da belva, che si mostrasse al mondo a torso nudo o in completo, poco conta.

(c): Harmony Korine

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