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Caleb Landry Jones – The Mother Stone

2020 - Sacred Bones Records
art pop

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Tracklist

1. Flag Day / The Mother Stone
2. You’re So Wonderfull
3. I Dig Your Dog
4. Katya
5. All I Am In You/The Big Worm
6. No Where’s Where Nothing’s Died
7. Licking The Days
8. For The Longest Time
9. The Hodge-Podge Porridge Poke
10. I Want to Love You
11. The Great I Am
12. Lullabbey
13. No Where’s Where Nothing’s Died (A Marvelous Pain)
14. Thanks For Staying
15. Little Planet Pig


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Il nome Caleb Landry Jones mi è subito suonato familiare ma non ricordavo dove l’avevo sentito. Sono andato a cercare e viene fuori che è un attore, che tra l’altro ha recitato in produzioni importanti e molte per nulla scontate (Twin Peaks, Breaking Bad e altre), alché la mia curiosità è aumentata non poco. Scopro che ha recitato in “The Dead Don’t Die” di Jarmush e che ora esce con il suo esordio discografico. La curiosità cresce e alimenta aspettative veramente alte. Cosa si inventerà mai questo ragazzo già inserito nell’immaginario alternativo insieme ad esponenti art-rock che si mescolano tra cinema indipendente, ruoli secondari in film mainstream e cantautorato sciolto da qualsivoglia convenzione stilistica?

Ho sempre pensato che per raggiungere certi livelli di comunicazione tramite un songwriting contaminato d’arte devi essere un maestro, un mostro, devi aver assorbito i classici della letteratura, devi essere insomma, in grado di far sentire qualcosa di mai sentito prima, di sperimentale, alternativo nel vero senso della parola, nel senso più ampio, devi essere una realtà. Da citare, così a caldo, mi vengono solo in mente i due album solisti di David Lynch, soprattutto “The Big Dream”.

Caleb Landry Jones e il suo approccio così distaccato, lontano dai social, dai media eccetera, danno una sensazione di mistero e senso di fascinazione, insomma, riesce a catturare l’attenzione, ecco, si può dire tutto ma non che sia scarso nell’incuriosire, a partire dalla ricercatezza della grafica e della foto di copertina.  

Perciò quando ho ascoltato “The Mother Stone” i miei sentimenti sono andati subito in due direzioni diverse: che meraviglia, tutta quella creatività e visioni cinemose e circensi, mischiate ad un sapiente alternative rock/pop e cantautorato inacidito da avanguardismi Zappiani e intriso nei resti di Syd Barrett al latte d’avena, che impressionante volontà smisurata di unire quarantamila stili e influenze, e poi, bene, tutto molto coinvolgente, intrigante e (quasi) imprevedibile, ben vengano tentativi di produrre art rock ad alti livelli ma, alla fine di tutto questo scherzo in cui ci siamo divertiti ad ascoltare l’album dall’inizio alla fine, cosa rimane? Rimane un sorriso superficiale e un benevolo scuotimento di capo, quasi tenero, che però viene subito dimenticato, cancellato dall’emozione successiva.

Dal momento in cui mi metto ad ascoltare musica dichiaratamente di ambito art pop o art rock mi aspetto di venire profondamente scosso, l’arte ha come principio base quello di scuotere, appunto coscienze, animi, menti, corpi, vite. Ed ogni opera d’arte è in sé un Evento, ovvero qualcosa che cambia il corso delle cose, anche in microscopica parte. E non riesco a capire quanta realtà ci sia in quello che ho appena sentito o se è solo un grande gioco, diciamo che se Caleb Landry Jones si ritiene un artista, lo sarebbe se uscisse da quella cupola di vetro in cui è rinchiuso. 

Quindi occhio Caleb a dover fare salti mortali di abbagliante bellezza per dire cose che il primo Beck o i Mr. Bungle dicevano spostando un ciuffo di capelli. Perché è questo che manca: lo stile, e lo stile non lo formi con la tecnica e la densità di arrangiamenti perché il tuo più grande ascendente è il “White Album” e non basta una bella faccia e uno sguardo fotogenico, anzi, il più delle volte non c’entra niente.

Secondo me, alla fine, “The Mother Stone” è un fuoco di paglia e, come sempre in questi casi, guardando al futuro, vorrei tanto sbagliarmi di grosso. Ascoltatelo, è una figata pazzesca, ma poi, una volta finito, il mondo sarà esattamente quello che conoscevate prima, e questa, quindi, non è arte, è una caramella. Perciò, bene, bravo Jones, continua, incidine altri di dischi così, male non fanno, ma fila subito giù da quel piedistallo che è occupato!

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