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“Stone Roses”, il disco che fece grande la scena di Manchester

Stone Roses
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Raccontare “Stone Roses” degli Stone Roses, probabilmente, è uno degli esercizi più particolari che possa capitare a un redattore: se da un lato risiede una sorta di illusione di semplicità, dato il suo straordinario potere di mettere d’accordo pressoché l’intera critica specializzata – com’è accaduto a pochi altri lavori nel corso della storia della musica -, compito decisamente più arduo è descriverne la portata storica, l’impatto su una città, una cultura, un movimento, una nazione e un decennio musicale verso il quale continuiamo a voltarci oggi, trentuno anni dopo.

La storia degli Stone Roses iniziava già nel 1983, ma il percorso verso la gloria fu tutt’altro che lineare: i primissimi anni furono segnati da cambi di nome, da ingressi e abbandoni, da idee abbozzate (il punk firmato Patrols) e una manciata di singoli distribuiti a diverse etichette. La prima svolta arrivò quando, a Ian Brown e John Squire, si unì il batterista Alan “Reni” Wren nel 1984; quella definitiva tre anni più tardi, con l’entrata in pianta stabile del bassista Gary “Mani” Mounfield. Nei mesi successivi, sostenuto anche dai singoli Sally Cinnamon (1987) e Elephant Stone (1988), Stone Roses iniziava a diventare un nome caldo nel cuore della Greater Manchester. Un altro snodo cruciale nella storia della band fu l’esibizione, a fine febbraio 1989 – a poco più di due mesi dall’uscita ufficiale di “Stone Roses” -, all’Haçienda, locale notturno simbolo di una Manchester travolta dall’esplosione della rave culture nella Second Summer of Love.

La cosiddetta Second Summer of Love, con l’ascesa dell’house (e, parallelamente, anche dell’ecstasy), influenzò anche il rock mancuniano, i cui confini si sfumarono al punto da permettere la confluenza di elementi dance, contribuendo a definire un fenomeno che sarebbe passato alla storia come Madchester e che avrebbe inglobato anche psichedelia e pop sixties. Stone Roses“, pubblicato il 2 maggio del 1989, divenne in breve la più fulgida espressione – nonché il manifesto – del Madchester, ma, ironicamente, si presentava molto meno danzereccio dei lavori di band come gli Happy Mondays, 808 State e A Guy Called Gerald: la sua capacità di rappresentare la scena, a freddo, appare quasi più simbolica che meramente artistico/musicale, ma si tratta di un dettaglio infinitesimale al cospetto di un disco nel quale è difficile rinvenire sbavature, anche con tutto l’impegno possibile.

L’ingresso è già fulminante e mette in fila due instant classic, pur diametralmente opposti in termini di umore e di sound: prima I Wanna Be Adored, retta dallo scheletro ritmico costruito da Reni e Mani, con la sua psichedelia vagamente inquieta, quindi She Bangs The Drums, al contrario, limpida e scandita da un ritornello melodicamente mortifero, che ammicca anche a qualche soluzione dance-oriented. Elephant Stone, che compare solo nella versione americana dell’album, è una deliziosa parentesi pop: appena rarefatta, sostenuta da un percuotere incessante, sintetizza al meglio il gusto sixties e l’urgenza dance, fermandosi ancora in territori (neo)psichedelici, e precede l’accoppiata Waterfall – Don’t Stop. La prima si innesta ancora su un basso ipnotico e aggiunge, nella sua seconda metà, un assolo misurato che non scivola mai nel mero virtuosismo, ma appare un passaggio necessario nell’incedere naturale del brano, Don’t Stop è Waterfall allo specchio, con qualche parola sovraincisa.

Stone Roses” prosegue senza sbagliare un colpo. Bye Bye Badman sembra incupirsi, con una malinconia timida e celata soltanto da un ritornello che cambia passo senza snaturare il brano, Elizabeth My Dear riprende Simon & Garfunkel e riserva parole non esattamente al miele alla Regina. (Song For My) Sugar Spun Sister offre un sound appena più muscolare, mentre Made Of Stone è l’ennesima gemma pop: il pezzo esplode in un refrain memorabile e adesivo conservando un’atmosfera anni Sessanta e avvicina l’album alla sua conclusione, ma nel finale sono stipati altri tre capolavori.

Il primo è This Is The One che, in saldo equilibrio fra arpeggi e riverberi, arriva un attimo dopo una rilassata Shoot You Down e prima di uno dei pezzi più iconici dell’intero album: I Am The Resurrection, con i suoi otto minuti suddivisi in una prima parte preparatoria a quel clamoroso “I am the resurrection and I am the light…” e una coda strumentale fra ritmi spezzati, funk e palesi influenze danzerecce. Sarebbe la chiosa ideale, ma nella versione americana c’è spazio anche per Fools Gold, a novembre 1989 pubblicato singolo nel Regno Unito: una jam che sarebbe diventata il pezzo più popolare della band, ispirata da Funky Drummer di James Brown, imperniata su basso e batteria, ma arricchita dagli effetti chitarristici di Squire e dai sussurri di Ian Brown, sospesa tra il funky e i ritmi dell’Haçienda.

Si accennava prima alla questione della rappresentatività: appare sintomatico della sua grandezza il fatto che “Stone Roses” sia considerato il passaggio fondamentale nella storia di una cultura e di un movimento che nemmeno rappresenta in maniera completa. Un movimento che – anche e soprattutto grazie agli Stone Roses – avrebbe lasciato una scia imperitura per tutto il decennio musicale britannico, aprendo la strada, fra le altre, anche alla celeberrima battle of Britpop.

Il vero miracolo di “Stone Roses è quello di un disco che è divenuto seminale quasi trent’anni fa, ma che potrebbe essere di oggi, per la sua potenza e la sua freschezza, al netto di tutte le influenze sixties. Un disco che ha avvicinato un pubblico ossessionato dal rock più puro contemporaneamente alla dance e al pop nella sua forma più nobile. In generale, un debutto tra i più folgoranti in terra d’Albione, mai nemmeno insidiato da quel Second Coming pubblicato un lustro più tardi, ma inevitabilmente sufficiente per definire lo status eterno di band di culto per gli Stone Roses.

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