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Franz – Dietro A Ogni Cosa

2020 - Primal Box
songwriting / art-pop

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Tracklist

1. Settembre
2. L'America 
3. Il lungo addio
4. Interludio
5. La canzone popolare
6. Ricordi
7. Dietro a ogni cosa
8. Secondo interludio
9. Fred Astaire
10. Gli specchi


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Possono coesistere nella stessa band un compositore diplomato al conservatorio e un batterista punk? E se invece di una band decidessero di formare un’orchestra? E se il compositore e il batterista punk fossero la stessa persona? Quella persona si chiama Franz, al secolo Francesco Riva, ed è anche pianista e cantautore con un bel timbro da crooner. Recentemente ha partecipato al Premio Buscaglione, ma soprattutto è arrivato in finale al Premio Fabrizio De Andrè, punto di riferimento per le più interessanti realtà cantautorali nostrane.

A margine di quell’esperienza è uscito per Primal Box “Dietro a ogni cosa”, un disco che conta otto tracce e due brevi interludi strumentali. A questo punto due parole andrebbero spese sulla band, ma visto che parliamo di un’orchestra intera è necessario un po’ di spazio in più. Abbiamo Costanza Scanavini e Bratrice Marizzoni al primo e secondo violino, Federico Donadoni al contrabbasso, Beppe Gagliardi alle percussioni, Carlo Fontana alla chitarra, Viviana Piazza al clarinetto, Valeria Gariboldi al corno e Giuseppe Bonifacio alla tromba.        

In mezzo a loro Franz canta e suona il piano, con la missione – e auto-ammissione – di raccontare quel poco o nulla che sa del suo vissuto. Sarà anche poco, ma il suo vissuto Franz nel disco ce lo mette tutto, a partire da Settembre, che vive di un’azzeccata contrapposizione tra l’orchestra in pompa magna e il flebile suono del pianoforte, che a momenti sembra un carillon. Il pezzo è dichiaratamente ispirato al romanzo Il deserto dei tartari di Dino Buzzati. Aperta e chiusa parentesi: in queste settimane di quarantena non sarebbe una cattiva idea riscoprire il capolavoro dello scrittore bellunese, così come non sarebbe una cattiva idea dedicare qualche ora alla visione della trasposizione cinematografica, non foss’altro per le interpretazioni di Jacques Perrin, Vittorio Gassman e Philippe Noiret, innaffiate dall’avvolgente colonna sonora firmata da Ennio Morricone.

Il singolo L’America è un tango piazzolliano, nel quale un uomo ormai adulto riflette sulla sua condizione, trovando conforto – tra nostalgia e disillusione – solo nei ricordi e negli occhi della sua amata. Prima del primo Interludio è la volta de Il lungo addio, un immaginario racconto dall’aldilà narrato dalla viva voce di uno special guest, il poeta e scrittore Paolo Agrati: dopo qualche settimana dalla sua morte, un’anima realizza il paradosso che all’altro mondo tutti si lamentano perché eternamente felici. Alla fine prevarrà una certa nostalgia dell’essere umani.

Ne La canzone popolare si respira tutto il disincanto del cosiddetto cantautore impegnato: “il contrappunto puoi anche lasciarlo a casa, alla gente basta poco” – dalla “viva voce” di Orlando di Lasso – è l’apice di una riflessione su come sia inutile sforzarsi alla ricerca della profondità, quando il mondo circostante tende a banalizzare tutto in un “pa-pa-pa-pa-pa…”. Poi è tempo di Ricordi, forse un pezzo personale, in cui Franz torna con la memoria al tempo in cui era disposto a farsi riempire di bugie, pur di sentirsi importante.

Prima del secondo interludio c’è spazio per l’intensa title track, autobiografica oltre ogni ragionevole dubbio, ma che dietro l’angolo nasconde la storia di ognuno di noi. Infanzia cattolica, a chi non è mai parso che quello non fosse l’unico mondo possibile? Poi i sedici anni – l’unico dio che si incarna nei “vaffa…” rivolti a chiunque – l’amore per la musica vissuto tra la composizione classica e il punk di NOFX e Bad Religion, la letteratura di Buzzati e Calvino, la filosofia di Schopenhauer e la psicoanalisi di Freud. Il cielo che un tempo sovrastava l’altare, oggi diventa fumo in un centro sociale.

Il discorso umanistico – citazionista più che altro – prosegue con Fred Astaire, leggibile come l’altro lato della traccia precedente. Siamo davanti alla summa musicale di Franz. Ci sono il Ringo Starr del viaggio in India dei Beatles; le sonate di Mozart; Roger Water, Peter Gabriel e John Lennon che lasciano i loro gruppi perché sanno di poter avere maggiore visibilità. E poi c’è il Boléro di Maurice Ravel, che a quanto pare iniziò a sviluppare quell’idea dopo aver ascoltato il rumore di una tazza che cade. C’è appena il tempo per citare un testo di Battisti e la canzone napoletana, sperando di averle prese tutte. Il disco, nostalgico nella forma espressiva e nella sostanza musicale, si chiude con la speranza di Specchi: perché ognuno ha i suoi tumulti, ma dopo la tempesta torna sempre il sereno.

Dov’è collocabile “Dietro a ogni cosa”? Non è un disco di classica contemporanea – per intendersi – alla Fausto Romitelli o Pietro Borradori, ma l’ottima orchestra e la vena compositiva di Franz, decisamente ispirato, lo rendono un prodotto cantautorale a tinte classiche. Al di là del pregevole lavoro da compositore, nel disco convivono in modo equilibrato il sarcasmo di Paolo Conte, la dolcezza di De Gregori, la sfacciataggine di Ivan Graziani, il nonsense di Elio e le storie tese e il surrealismo a metà tra Gaber e Jannacci. 

Il tutto è miscelato in modo gradevole e originale. I vari Franchi, Pavarotti e Bocelli, volendo scomodare i maggiori esponenti del cosiddetto genere crossover classico – o pop opera, compresso nell’orrenda crasi “popera” – nel corso della loro carriera si sono cimentati con brani più leggeri rispetto alla lirica, unendo quindi classica e pop, ma parliamo pur sempre di tenori. Diversamente, numerose stelle del pop – da Freddie Mercury in giù – hanno duettato con un’orchestra, ma sono rarissimi i casi di una pop-orchestra capitanata da un cantautore d’impostazione non lirica.

Il risultato finale è un disco che suona in modo innovativo ma orecchiabile, ad ogni traccia sale il desiderio di ascoltare subito quella successiva, segno che la strada intrapresa è quella giusta. Non c’è che dire: con “Dietro a ogni cosa” Franz ha fatto centro.

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