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“The Golden Age Of Grotesque”: decadenza e declino

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Cosa succede dopo che inanelli una serie di un debutto fulminante e ben tre album in grado di diventare leggendari contemporaneamente alla propria uscita? O ti lanci a velocità smodata verso il giusto futuro che ti spetta continuando a migliorarti o crolli riverso sul ring, sconfitto. Marilyn Manson restò impigliato a metà e dovette inginocchiarsi ai piedi del suo principale avversario: sé stesso. 

L’ultima incarnazione dei suoi cavalier serventi, ovvero Twiggy Ramirez, Madonna Wayne Gacy, John 5 e Ginger Fish sembrava finalmente lo step finale di una lunga e travagliata ricerca di una compagine armata in grado di sostenere il peso di un ego smisurato, corroborato da idee venefiche. Ma forse Jeordie White non se la sentiva più di sacrificarsi per l’amico Brian, la musica che sentiva nella sua testa era altra, e di continuare a girare con un circo itinerante come quello dei MM non faceva più per lui. Pagò, tant’è che il bassista finì nei NIN (che smacco) e negli A Perfect Circle, oltre a farsi un giro sui dischi di QOTSA, Melissa Auf Der Maur e a fondare gli effimeri quanto divertenti Goon Moon. Chi ne pagò lo scotto fu invece proprio il suo ex compagno. Sì, perché Twiggy non era solo un’icona ma anche un ottimo compositore.

Guardando in prospettiva “The Golden Age Of Grotesque” i dubbi sul fatto che sia un buon album o no hanno finito per ampliarsi. Diciassette anni di ascolti ed essi restano intatti. Cosa fece Manson qui? Volle mettersi in competizione con l’astro morente del nu metal, ma fu sfida ad armi totalmente impari, vinta dal Reverendo a mani basse. Ma nel volersi opporre finì per rientrare in una categoria estetica ben precisa, quella dell’America che stava assorbendo la controcultura nella cultura di massa, l’anti-pop nel mainstream. MM disse a Jay Leno “I kind urinate in the mainstream”, e invece anziché pisciarci finì per rotolarcisi, da mostro a totem, da antieroe ad attore. Tipo Vegeta in Dragon Ball che da cattivo senza possibilità di recupero si è trasformato in un buono scontrosetto. Nei salotti dei Late Night Show si sentiva a proprio agio, era quello che ha cercato per tutta la vita: diventare una rockstar. Liberatosi dell’unico altro membro della band che avrebbe potuto condividere con lui la scena si prese tutto e questo album è proprio l’emanazione di quel “prendersi tutto il proscenio”.

Tim Skold dei KMFDM andò a tappare il buco bassistico, ma non quello compositivo. Sì, scrisse i brani e coprodusse, ma fu uno zampino impalpabile. Tutto ruota attorno a questa età dell’oro del pop grottesco, come se Scott Fitzgerald si fosse reincarnato in un dark con la sindrome da MTV e con quella mai irrisolta voglia di mostrificare Disney, con tanto di make up topolinesco, un sacco di riferimenti che vanno dagli anni ’20 ai ’40, giocando pericolosamente con il dualismo tra la sua figura sessualmente ambigua e l’estetica nazi propria dei metallari. Un modo come un altro per far girare le palle a tutti. Missione compiuta, e quando gli chiedevano se fosse più odiato lui o Eminem dai conservatori, rispondeva che l’altro MM non aveva le palle di prendersela con la religione, lui sì. Come dargli torto.

Eppure di pezzi che funzionano ce ne sono. Pensiamo sempre alla prospettiva: appena quattro anni dopo uscì “Eat Me, Drink Me” e fu un triste epilogo. Oggi MM cerca di tornare a galla, ma non ci riesce. Quindi sì, “The Golden Age Of Grotesque” funziona, e forse è pure figo, seppur musicalmente plastificato, tutto tranne che artistico. D’altronde su (s)AINT dice “I’m not an artist / I’m not a fuckin’ work of art”, ed ha ragione da vendere. John 5 anche godette dell’uscita di Twiggy, potendo mettere in mostra tutte le sue estreme doti chitarristiche imponendo il suo stile, e questo è un punto a favore del risultato finale. Innegabile, mOBSCENE rapina nel refrain i Faith No More di Be Aggressive, ma è una delle hit diventate classiche. Fin troppo. Si balla tutto sui giochi di parole, sul jazz trasmigrato pop-metal di Doll-Dagga Buzz-Buzz Ziggety-Zag (Marinetti ringrazia), sui cavalli di battaglia para-sessuali di Slutgarden, sfoghi al vetriolo per anni di insulti su Better Of The Evil, per la prima volta anche i piagnistei proto-amorosi si palesano con Spade, gli strali politici brucianti se si è appena arrivati alle scuole superiori di Use Your Fist And Not Your Mouth (ma se spacca ‘sto pezzo) o i manifesti d’intenti con tanto di cliché del dito medio sparati su Vodevil (“This isn’t music and we’re not a band, we’re five middle fingers on a motherfucking hand”).

Il punto focale? Un miliardo di ritornelli, un sacco di potenziali singoli. Un disco pop coi chitarroni. La fine dei giochi, ma in fondo buona idea fu inserire in coda la cover di Tainted Love, il cui video ancora oggi è vero sollazzo ripensando quanto da teenager noi strambi volessimo rovinare la festa ai fighetti esattamente a quel modo. La cover è in sé è quel che è.

Non osò oltre, Marilyn Manson, rifugiandosi nella summa della sua fino a quel momento fulminea carriera da mostro pop, capace di far infuriare tutti i genitori d’America, proprio come aveva preconizzato Reznor. Ma fu la sua decadenza a fare scalpore, incarnata nel perfetto album di una fine che non pareva proprio annunciata ma che infine arrivò. Io ci ho lasciato il cuore, lui l’arte. Insomma, la giusta fine, se solo lo fosse stata.

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