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Aspic Boulevard – Memory Recall Of A Replicant Dream

2020 - Blow Up Records
Indietronica / Retro-futuristica

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Tracklist

1. Interference
2. En plein air
3. Akragas
4. Les Étoiles de Lascaux
5. Aerial steam horse
6. Electromagnetic playground
7. Kubernetikós
8. M42 nebula
9. Refraction, diffraction, polarization
10. Urania
11. Fractals
12. Akragas (Reprise)


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Dal cuore della Sicilia a Londra, con un passaggio obbligato e immaginario per la Germania, patria dell’elettronica moderna. Dopo sette anni di studio e perfezionamento nell’uso della strumentazione torna Marco Barrano, che nel 2013 aveva dato vita all’interessante progetto Daiquiri Fantomas insieme a un altro siciliano, Dario Sanguedolce: “MHz Invasion” portava avanti in modo efficace il concetto di retro-futurismo, vale a dire elettronica suonata con strumenti vintage raccattati in ogni dove. Per Blow Up Records – la stessa che aveva creduto nel progetto precedente – esce “Memory Recall Of A Replicant Dream”, ma questa volta l’alter ego di Marco è suo fratello Alessandro. Il moniker scelto dal duo è Aspic Boulevard.

La strumentazione è imponente, soprattutto se parliamo di un duo. Voci, chitarre, bassi, tastiere (rigorosamente analogiche), synth, ma anche banjitar, theremin, circuit bending, e questo solo per la parte melodica. Poi c’è la sezione ritmica, composta da drum machine, tammorra, cajòn, darbuka, djambe, bongos, rainstick e wind chime. Il tutto completato da una serie indefinita di aggeggi fatti in casa, messi a punto assemblando scatole di legno, molle e microfoni a contatto.

Rispetto a Daiquiri Fantomas, la maturazione è evidente. C’è un uso più consapevole e maturo dei dispositivi e la varietà – e qualità – dei suoni ne risente positivamente. “Memory Recall Of A Replicant Dream” è un viaggio nel tempo, che inizia in modo inequivocabile con la breve intro Interference. Le dodici tracce rappresentano un continuo scorrere di diapositive risalenti ai primordi dell’esperienza elettronica, viste con gli occhi di due musicisti del ventunesimo secolo.

Elettronica di ogni epoca e di ogni tipo insomma, purché vintage. I fratelli Barrano si destreggiano molto bene in mezzo ai dancefloor psichedelici di fine anni ’60 (En plein air), tra coretti lisergici, tastiere distorte e mani che battono. Una sorta di portale, attraversato il quale è possibile rivivere la notte dei tempi e pian piano, a proprio piacimento, girare le lancette in avanti. Il disco porta dentro di sé praticamente tutta l’esperienza elettronica della prima ora, caratterizzata da quella grezza purezza di elementi non ancora violati dalla perfezione dei supporti digitali e dei moderni software.

Non mancano i riferimenti all’universo cinematico e il perché è presto detto: musica elettronica e genere fantasy – quasi horror – vanno a braccetto. Quindi quale occasione migliore per sfoggiare l’accoppiata composta da Akragas e Urania? Tra rumori di fondo, organi distorti, vocine ossessive, suspense che si taglia con il coltello, il ricordo dei Goblin di Claudio Simonetti si impone in modo quasi obbligatorio.

Una batteria meno invadente avrebbe invece proiettato Les etoiles des Lescaux dritta nell’orbita chillout. Si sfiora come non mai l’ambient suadente di Brian Eno, la sensualità data ai suoni non farebbe sfigurare un padrone di casa che invita il partner per una romantica cenetta a lume di candela. In una sorta di breve interludio, con Aerial steam horse i Barrano non dimenticano un (obbligato) passaggio in zona concreta.

A proposito di romanticismo: cosa succede se Giorgio Moroder e i Tangerine Dream entrano in sala di registrazione e insieme iniziano a comporre? La risposta è Electromagnetic playground, dove non manca una seria virata verso i canoni prog. Un prog di natura elettronica, come un pezzo che Emerson, Lake & Palmer hanno messo giù senza l’ossessione per la musica classica, che si manifesta con pienezza in Fractals. Un masticatore del genere su base italica non faticherà a trovarci qualcosa dei Maxophone e del Balletto di Bronzo.

C’è poi un mini-concept composto dal trittico Kuberneticòs, M42 Nebula e Refraction, Diffraction, Polarization. Il filo conduttore sono le percussioni, che spesso e volentieri tracciano sonorità mediorientali coadiuvate dal banjitar e dal synth appositamente settato. Poi via di elettronica, quella cosmica e senza canoni dei Faust: battiti lontani fanno da sfondo a suoni di tastiere che implodono e si dilatano dentro claustrofobiche stanze sonore, irrorate da fasci di luce inquieta. E sempre in tema di strani ma meravigliosi sodalizi, sul finire dell’immaginaria tripletta i Kraftwerk scoprono l’uso dei bongos. Si chiude con la seconda parte di Akragas, un riuscito esperimento che miscela la musica popolare e l’avanguardia elettronica.              

Memory Recall Of A Replicant Dream”, nel complesso, è un disco passatista e intransigente, tuttavia non sconfina mai nel revival fine a se stesso. E’ denso di citazioni, omaggi, richiami, impreziositi però da un tocco personale che rende l’opera sufficientemente originale. Sul piano dell’ascolto, il risultato finale è un lavoro camaleontico, che si adatta alle più disparate volontà dei potenziali ascoltatori. Si alternano in modo equilibrato atmosfere cupe, distese, angosciate, serene, che portano ad un ascolto ora complesso, ora semplice, in alcuni tratti addirittura pregevolmente orecchiabile. 

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