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Back In Time

“Junkyard”, una splendida festa troppo grande e irripetibile

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L’anno è il 1978, anzi no, è il 1973. Oggi 2 Maggio (giornata in cui comincio a buttare giù un embrione di quello che sarà l’articolo sui The Birthday Party, niente di meno che Nicholas Cave, yes! lo sciamano guida delle anime musicali perdute e non, sì stiamo parlando di Nick Cave, l’indimenticabile ma purtroppo poco noto Rowland Stuart Howard alla sei corde, Phillip Calvert alla batteria e il sobrissimo Tracy Pew al basso) non è una giornata fiacca ma avevo il desiderio di rimanere spento e stonato, cosa che solitamente non mi si addice.

C’è un bel sole ed esco fuori al balcone a fare un po’ di fotosintesi, senza nemmeno leggere qualcosa, con solo un po’ di musica in sottofondo.Dopo una gradevolissima mezz’oretta contraddistinta forse da una singola immagine, un altro pensiero comincia a farsi strada… i Birthday Party! Fondamentalmente ho mantenuto la mia condizione di “essere spento”, ma la loro immagine nel profondo subconscio ha smosso qualcosa ed è la miglior azione che la loro musica compie: smuovere.

Sì, il 2 Maggio ok, hai fatto la fotosintesi volevi essere spento tutte cose interessanti(?), ma perché l’anno è il 1973 e non il 1978? Perché Nick Cave, Mick Harvey e Phil Calvert erano dei bravi ragazzi che cantavano nel gruppo corale della scuola e cominciarono a proporre loro cover di gente come David Bowie e Lou Reed. Nel ‘75 approdò il signor Pew al basso per fornire un’altra iniezione di punk ruvidissimo e nacquero i The Boys Next Door. Poi arriva il 1978. Immaginate di stare in spiaggia, clima perfetto e mare piattissimo. Mentre i vostri bimbi stanno giocando che ne so, a fare i sub, costruire castelli in riva se la spiaggia è sabbiosa, in tre secondi si alza uno tsunami che trasforma una piacevole giornata al mare in un macello. Questo macello per i Boys si chiama Rowland Howard, personaggio e chitarrista micidiale che non riesce a raggiungere la fama dello sciamano suo amico, anche se son convinto non fosse tra i suoi obiettivi. Howard porta uno stile ed un taglio musicale unico, trasformando il punk prodotto dai boys in un funk versione punk, con un suono che di più tagliente io non conosco. I The Boys Next Door sono finiti, nascono i The Birthday Party.

Carino notare anche il perché della scelta di questo nome; ci sono varie storie a riguardo, Rowland in un’intervista affermò che il nome nasce dall’intenzione da parte sua e di Nick di produrre musica come fosse una celebrazione, una festa di compleanno appunto e avevano un’idea molto chiara di come festeggiarlo. I due insieme a Tracy Pew divennero perfetti compagni di merenda e la loro preferita si chiamava droga; l’ultimo citato soprattutto, amava fare merenda ad ogni ora del giorno. La parabola dei bimbi al compleanno durò poco, dal 1978 al 1982, con tre album rilasciati a cadenza annuale dall‘80 all’82. La loro fine è narrata nella litania finale del primo (e più grande per il sottoscritto) lavoro di Nick Cave, “A Box For Black Paul“. Troppa merda spalata su di loro. L’ultima grande festa, fin troppo grande, è stata “Junkyard“.

La copertina è un chiaro messaggio, una macchina presa da “Wacky Races” guidata da un simpatico esserino la quale lingua è più grande della sua faccia, avente una torta in mano pronto a spiaccicarla sulla faccia degli spalatori di pupù, e la scritta Birthday Party stilizzata alla Looney Tunes. Festa, follia e un “prendetevi questa, stronzi”.

Blast Off, amici, benvenuti alla festa. Con tanto di tromboni, Rowland che blasta ad ogni pennata di chitarra e Nick indemoniato come non mai. Mr. Pew è lieto anche lui di darvi il benvenuto con She’s hit, un giro di blues a ritmo di lumaca, tanto lento quanto ipnotizzante. L’accompagnamento gutturale di Nick è la rappresentazione migliore di quanto sia bello avere amici fidati con cui fare merenda. I ritmi si fanno nuovamente alti con Dead Joe, dove gli amici sono felici di suonare all’impazzata per quasi tutta la canzone creando un caos monodimensionale se non per lasciare spazio alle schegge di Rowland durante il verse.

Dim Locator è il momento del circo, l’arrangiamento creato può essere scelto da un clown come sottofondo per le sue sgraziatissime gag. Molto sgraziate. Paradossalmente divertenti, come cercano di esserlo gli amici. Con Hamlet possiamo sentire l’esserino simpatico che gira divertito per la casa, pronto a spiaccicare la sua torta. Il tappeto è stato steso per lui da Mr. Pew, con Rowland che detta il ritmo di luci stroboscopiche. Several Sins è un siparietto, una danza lenta che viene quasi naturale da ritmare con uno schiocco di dita. I giochi riprendono con Big Jesus Trash Can, una sigla per la versione “demoniaca” di Tom & Jerry. Mr. Pew torna a farsi sentire in “Kiss Me Black” e Nick decide di dedicarsi a quello che più piace fargli: divertirsi, esponendosi a risate grottesche. “6” Gold Blade” è una Several Sins pt.2, “Kewpie Doll” è la canzone che dice “ci mettiamo da parte per la bravata finale, ma continuiamo a suonare lo stesso”. La voce di Nick è “otturata”, così come le chitarre sembrano stiano suonando da lontano.

Junkyard amici, e siamo arrivati alla fine. Questo è il nostro deposito di rottami, abbiamo preso il blues e l’abbiamo reso tale. A noi piace divertirci così, rendere tutto demenziale e “rovinato”. Una scena che ho adorato in un film di Bela Tarr, Werckmeister Harmoniak, sentenzia “nelle rovine si cela la ricostruzione”. I Birthday Party hanno rovinato volutamente il blues per creare una nuova festa. Non piacerà a tutti, ma chi si trova dall’altro lato si divertirà sicuramente un casino. La title-track è una sintesi quasi perfetta della loro musica. Demenziale e grottesca. Mr. Pew incalzante con il suo giro di basso, accoltellato dalle sei corde e Nick che si presenta lacerando letteralmente le sue corde vocali, placarsi nel verse per poi effettuare un’assurda escalation nel ritornello.

Junkyard” è stata una festa troppo grande, produrne un seguito non era cosa semplice. Vuoi la stampa con giudizi non teneri nei confronti degli amici, vuoi le troppe merende consumate da loro, questi ultimi intrapresero strade diverse. Eppure, in così poco tempo, sono stati il nido perfetto di personalità musicali e non, che negli anni a venire hanno segnato la storia della musica alternativa.

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