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Back In Time

“The Maggot”: un bombardamento per il nuovo millennio

È il 1999, i Melvins esistono ormai da una quindicina di anni e hanno già sfornato una lunghissima serie di album storici, generato un seguito non indifferente e rivoluzionato largamente il mondo della musica “heavy”. Quello che per la maggior parte delle band potrebbe costituire un ottimo punto di arrivo è invece per Buzz Osborne e Dale Crover l’ennesimo punto di ri-partenza.

Reclutato il nuovo bassista Kevin Rutmanis il gruppo entra a far parte dell’appena nata Ipecac, label fondata dall’amico e collega Mike Patton, e si prepara a un anno estremamente denso. Nel 1999 infatti i Melvins danno alla luce ben tre dischi, soprannominati “The Trilogy”: “The Maggot”, “The Bootlicker” e “The Crybaby”. I tre lavori, accomunati solo da tre copertine floreali, non potrebbero essere più diversi tra loro (se c’è una cosa che di certo non manca ai tre è  la poliedricità), l’ultimo è una lunga carrellata di bizzarrie e cover, dai Nirvana a Hank Williams, con un gran numero di ospiti, dai Tool allo stesso Patton; “The Bootlicker” vede il trio accantonare le distorsioni e sfornare un piccolo capolavoro psych. Ma è il primo capitolo della trilogia a lasciare prepotentemente il segno, come pochi altri dischi dei nostri, passati e futuri.

La partenza è fulminante. Dopo pochi secondi la distorsione ci entra nelle vene e sembra catapultarci a gran velocità in un tunnel melmoso e umido. Senza bussare i Melvins sfondano direttamente la porta con amazon, e al posto dell’ariete hanno riff prepotenti e pesantissimi e cori intrisi di riverbero che ci lasciano piacevolmente storditi e frastornati. Senza un attimo di respiro si passa immediatamente a AMAZON; il tempo rallenta considerevolmente, il tunnel lascia spazio a una fabbrica dove le macchine seguono il ritmo dei tamburi di Crover. Lo stesso pattern, ripetuto fino allo sfinimento, incede marziale e inarrestabile, la chitarra spiana la strada a colpi di acido fuzz, e lentamente feedback urlanti si impadroniscono della scena fino a seppellire ogni cosa.

Non c’è tempo per riposarsi, parte subito We All Love JUDY e siamo dalle parti dello stoner più “canonico” ma non dimentichiamo nemmeno per un secondo di essere preda degli attacchi sonici dei Melvins. Il pezzo finisce all’improvviso lasciando il posto a un sommesso drone elettronico, che lentamente cresce e ribolle, non facendo presagire nulla di buono. Dopo due minuti l’attacco di Manky prende alla sprovvista e sparge nuovamente elettricità e caos in ogni dove. La batteria è indomabile e si abbandona a fill martellanti e straripanti, uno dopo l’altro, facendo lievitare ulteriormente il brano che come è iniziato termina di colpo, tornando al sinistro drone iniziale.

A metà disco arriva The Green Manalishi (With the Two Pronged Crown), cover dei Fleetwood Mac “melvinizzata” a dovere e resa una acida e metallica cavalcata, minacciosa al punto giusto e perfettamente in linea con il resto dell’album. The Horn Bearer è la compagna ideale di amazon, velocissima e ancora più incazzata, che finisce per perdere le staffe fino a implodere in uno scoppiettio di frastuono e rumore puro. È il turno di Judy e della sua cassa dritta, che sorregge un basso granitico e sfrigolante. Nulla ci si può aspettare di meno dell’ingresso di una chitarra dal puro sapore black metal, ma il tutto funziona alla perfezione, una dancehall inondata dal fango.

In un attimo si cambia totalmente atmosfera e arriva il momento di See How Pretty, See How Smart. Fa il suo ingresso la chitarra, avanza lenta e maligna come un blob ultraterreno, si fonde con il basso e la batteria dando vita a una creatura capace di far tremare i muri e per un tempo che sembra un’eternità prosegue dritta e inarrestabile. Mettere il freno ai bpm è da sempre una delle caratteristiche primarie dei Melvins, che hanno contribuito alla nascita dello sludge e dimostrato che chi va piano va sano e va lontano, e questa canzone è l’ennesimo granitico promemoria che in questo campionato non sono secondi a nessuno.

“The Maggot” è un disco claustrofobico e sfiancante, che gronda sudore dall’inizio alla fine al punto di fartene avvertire l’odore. È una palude salmastra e torbida nella quale veniamo gettati violentemente, dalla quale sarà molto difficile uscire. Con The Trilogy questi tre ragazzoni compilano un campionario pienamente esaustivo del loro arsenale sonico, ma è il primo capitolo che più prepotentemente si impone a suon di schiaffoni come nuova pietra miliare per gli anni a venire. Dopo la trilogia i Melvins ripartono e per l’ennesima volta si dirigono verso nuovi lidi, e così seguiteranno a fare, ancora e ancora, anno dopo anno, lasciandosi ogni volta terra bruciata alle spalle.

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