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Interviste

Un presente buio, un futuro in fiamme: il mondo alla deriva degli O

Credit: Xavier Chavelu

Atmosfere rarefatte, un immaginario oscuro ma concreto e reale, capace di portarci mano nella mano dentro un inferno tangibile, fatto di odori, gusti, scene che si palesano come muraglie cinesi di fronte ai nostri sensi. E poi, quella consueta nebbia che è il marchio di fabbrica di una delle migliori band italiane in attività. Gli O arrivano da Biella, ma questo conta relativamente se non per una questione puramente patriottica. La loro musica o meglio, la loro arte, li pone al di fuori dei confini nazionali, relegandoli (fortunatamente) a vera gemma, una di quelle pietre preziose per le quali si spende sudore, fatica, difficili da trovare oggigiorno, ma estremamente gratificanti. Dieci anni di attività hanno portato questa band, caratterizzata da un nome tanto semplice quanto ricco di significati, a proseguire un ciclo artistico intriso di messaggi, prese di posizione contro un’umanità corrotta dal suo stesso senso di infinita potenza e perché no, a trasmettere odio viscerale verso i meccanismi che ci pongono al di sopra di tutto e tutti. La nuova fatica discografica degli O, intitolata “Antropocene”, ci consegna il progetto al massimo delle sue capacità, spaziando dai blast tipici del post-black, fino a una ricerca sonora “altra”, sperimentale e affascinante al tempo stesso. 

Abbiamo intercettato Samuele e Maurizio, relativamente voce e basso, per parlare di questa release dalle tante sfaccettature e per ripercorrere insieme i primi dieci anni degli O

Partiamo dal passato. La vostra prima release è ormai lontana nove anni. Come definireste ora, nel 2020, il progetto O? Cosa vi siete portati dietro, in questo arco di tempo, e cosa vi siete lasciati alle spalle? 

Samuele: Ottima domanda. Intanto ti posso dire che sono passati dieci anni dalla nostra formazione e dall’inizio di questo oscuro viaggio. E le cose che sono cambiate sono, come potrai immaginare, moltissime. Da qualche mese abbiamo un nuovo batterista, il nostro terzo finora nonché il migliore tecnicamente e umanamente. Da quando Nicolò, chitarrista, lasciò la band nel 2016, abbiamo passato gli ultimi quattro anni con una sola chitarra, scoprendo che il sound veniva fuori molto più diretto e cattivo. Inoltre il nostro storico chitarrista Edoardo, proprio mentre stavamo rodando il nuovo drummer, ha deciso di abbandonare il progetto e siamo stati davvero fortunati a trovare subito un ottimo sostituto. Tanti concerti, tante delusioni, tantissime prove e molti sviluppi a livello di sound. La band si è via via “sgrezzata” dalle tante, troppe influenze musicali che la permeavano e abbiamo lavorato a una compattezza sonora che ora come ora è ciò che si può sentire nel nostro ultimo lavoro. 

Maurizio: Aggiungo che sicuramente ci portiamo dietro un bagaglio di“umanità condivisa enorme”, infatti è, e sarà, un esperienza indimenticabile suonare in una band come la nostra per tutti questi anni. Penso ad esempio a tutto il tempo speso in saletta ma soprattutto al tempo speso in giro a suonare. Spesso sono i viaggi, gli infiniti aneddoti, le risate, le persone immerse nel concerto e i personaggi più assurdi che incontri in giro che ti fanno pensare che tutto quello che fai ha davvero un senso. Alle spalle ci siamo lasciati un po’ di ingenuità musicale e alcuni amici e compagni di viaggio che hanno deciso di mollare. Potremmo racchiudere questi anni in una parola: passione (anche nel suo profondo significato etimologico, ovvero qualcosa che nasce dalla sofferenza).

“Antropocene” è il titolo della vostra nuova uscita discografica. Parlateci un po’ del nome di questo album, e della splendida copertina che lo incornicia. Cosa rappresentano, e significano, per voi questi dettagli?

S: “Antropocene” era il titolo perfetto per rappresentare ciò che canzoni e testi esprimevano, lo trovavamo molto coerente e appropriato dato che stiamo vivendo un periodo storico atroce. La razza umana si è dimostrata schifosa, debole, inutilmente aggressiva, distruttiva nei confronti del bel pianeta che dovremmo rispettare. Come cazzo è possibile che viviamo in un mondo dove ancora insorgono movimenti esplicitamente razzisti? Dove le preoccupazioni massime delle persone sono i selfie e andare a rincoglionirsi nei supermercati o davanti agli schermi televisivi, inebriati da manichini parlanti, quiz del cazzo e quant’altro? La gente sta diventando superficiale, vuota e i livelli di idiozia rendono pericolosa la razza umana, perché l’ignoranza porta sempre del pericolo. Quando Maurizio, da sempre il nostro genio delle grafiche, ci propose la cover, ne fummo entusiasti. C’è tutta la furia della natura, tutto quello che noi umani arroganti non possiamo né potremmo mai controllare.

M: Oserei dirti che per noi non sono assolutamente dettagli, anzi, la copertina e il titolo erano stati decisi ormai da anni. Spesso scriviamo in sala pensando e domandandoci se quel tale riff possa vivere, o meno, con una copertina del genere. So che è un ragionamento astratto (e forse stupido) ma questa cosa ci ha sempre aiutato molto nella composizione e nella coerenza dei pezzi. La scelta dell’immagine ha preso molto tempo e una volta trovata, ci è subito piaciuta anche per il fatto che non ci siano esseri umani ma solo natura vista sotto una luce estremamente potente, fredda, inesorabile. Inoltre, elementi opposti tra loro quali la lava e l’acqua, e soprattutto la nebbia (da sempre nel nostro immaginario), non hanno potuto che farci innamorare di questa maestosa immagine di natura islandese.

“Pietra” e “Antropocene” condividono un aspetto che mi ha colpito subito: i titoli delle tracce sono composti da una sola parola. Quale significato hanno, per voi, lo svuotamento, prima, e il successivo vuoto? Oltre ai testi, come sempre splendidi, cosa volete trasmettere con una tracklist così scarna ed essenziale?

S: Sai, fa parte di un discorso di maturazione che abbiamo intrapreso tutti. Sentire il nostro primo disco e quest’ultimo è come sentire due lavori di due band diverse. Apro una piccola parentesi: quando ero più giovane, avrei (come credo moltissimi cantanti) messo la voce ovunque, in ogni strofa, in ogni parte. Si è freschi e pieni di energie ma queste energie vanno a lenire talvolta l’aspetto musicale, soffocano le note. In “Pietra” c’è voce in ogni dove. Doveva essere così e va bene, ma la crescita e l’esperienza ti fanno evolvere ed ecco perché abbiamo proseguito un discorso più ermetico.

Credit: ShutterCvlt

Il vostro nome ha sempre suscitato grande interesse e anche una certa confusione attorno ai tanti messaggi che un cerchio possa passare. Cosa significa per gli O questo simbolo? Quanto, delle vostre esperienze e delle vostre vite, risiede proprio all’interno di esso?

S: È come dici tu, un simbolo più che un monicker. Siamo sempre stati attratti dal cerchio, poiché in esso c’è il percorso della vita, della morte, della trasfigurazione. C’è sempre qualcosa che capita nella vita, dopo un lungo corso di eventi o incidenti, che ti spinge a tornare al punto di partenza. Un nuovo viaggio in cui devi riassestare le tue idee e i tuoi piani, la fine di una relazione sentimentale che ti lascia distrutto o fiducioso di rimetterti in sesto, la fine o l’inizio di un esperienza lavorativa. Mi piace pensare che il cerchio sia un simbolo aperto, anche se poi si chiude, perché gli attribuisco il potere di cancellare l’idea presuntuosa di aver capito qualcosa o peggio, di aver capito la vita. Il cercare risposte secondo me è vivere, il mettersi perennemente in discussione.

Le sonorità degli O vanno sempre a sposare alla perfezione quello che poi, in sede live, è il vostro marchio di fabbrica: l’annullamento spettatore-band attraverso macchine del fumo e un muro post-black invalicabile. Come si è svolto il processo creativo di “Antropocene”?

S: Si cerca sempre di rendere al massimo in sede live. Conosco cantanti bravissimi che sono anche dei frontman esemplari, cantano, corrono, incitano il pubblico e sono ottimi a intrattenere. Noi siamo più monolitici, ci sono solo i nostri suoni e il nostro caos. Io non mi sento il cantante degli O, mi sento parte di un qualcosa che ruggisce e sfoga il suo nero tramite la musica. Siamo “una cosa”, informe, violenta e materica. Lasciamo parlare la musica. “Antropocene” è nato in anni tremendi per tutti noi, troppe cose brutte sono successe e nessuno è rimasto privo di ferite purtroppo. Anche per questo suona cosi terribilmente incazzato.

Era, traccia che chiude il vostro nuovo album, supera il concetto di “canzone” andando a esplorare un universo sonoro ben più ampio e complesso. Quali sono le fonti di ispirazione degli O? 

S: Il brano Era venne scritto da Nico, il vecchio chitarrista, un riff unico e devastante che abbiamo trasformato in quella sorta di cacofonica marcia funebre. Una sepoltura finale e soffocante dopo tutto quel treno di blast. Le influenze variano da cinema, libri, realtà quotidiane. Diciamo che siamo tutti appassionati dell’arte e delle sue sfumature più nere e cruente.

M: Era è stato anche un ottimo modo per sperimentare quello che volevamo provare da tempo, ovvero fare un pezzo estremamente astratto dove l’idea di riff svanisse per poi esplorare territori atmosferici e irreali. Molti ci hanno detto che è il loro pezzo preferito del disco perché dà un’impressione di caduta nel vuoto: suggerire con la musica sensazioni di questo tipo non può che renderci soddisfatti del lavoro fatto.

I vostri testi ci portano dentro un mondo in rovina, sospeso tra quanto di futile ci ritroviamo fra le mani e un futuro a tratti sgradevole, sporco e opprimente. Quali letture, film, artisti si celano dietro all’O-pensiero?

S: Amiamo alla follia molte band come Amenra, Godspeed You! Black Emperor, Celeste e moltissimi gruppi della scena italiana, ma sarebbe un suicidio elencartele tutte. Come scrissi prima, i nostri interessi derivano da tutte le forme artistiche che ci trasmettono qualcosa di importante. Izo, l’opener di “Antropocene”, ad esempio, è liberamente ispirata all’omonimo film del regista nipponico Takashi Miike. 

M: Puntando molto (troppo) in alto, se penso all’immaginario che viene buttato dentro gli O, posso dirmi grande fan di Richard Serra, Anish Kapoor, Hermann Nitsch e di tutti quei territori artistici dove massimalismo e minimalismo si incontrano, esattamente come un cerchio che si chiude. 

Credit: ShutterCvlt

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