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Muzz – Muzz

2020 - Matador Records
indie rock

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Tracklist

1. Bad Feeling
2. Evergreen
3. Red Western Sky
4. Patchouli
5. Everything Like It Used To Be
6. Broken Tambourine
7. Knuckleduster
8. Chubby Checker
9. How Many Days
10. Summer Love
11. All Is Dead To Me
12. Trinidad


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L’irrefrenabile Paul Banks non smette mai di creare, talvolta stupire. Ancora in pista con i cari “vecchi” Interpol, chiama a sé due amici di vecchia data e (quasi) dal nulla dà vita al progetto Muzz. Il quasi deriva dal fatto che qualcosina nella testa di Banks è iniziata a circolare già nel 2015, ma i tanti impegni degli interessati hanno inevitabilmente rallentato le operazioni.

Ma chi sono i compagni d’avventura del biondo frontman newyorkese? Più che di supergruppo verrebbe quasi da pensare a una rimpatriata, visto che treamicidai tempi del liceo riallacciano i contatti e insieme iniziano a suonare in totale libertà. Il progetto Muzz prevede un trio, dove a Paul si affiancano il polistrumentista e producer Josh Kaufman (Bonny Light Horseman) e il batterista Matt Barrick, già in pista con Jonathan Fire*Eater e The Walkmen. Il nome del progetto è stato scelto da Kaufman, grande amante della musica vecchio stile: Muzz è un termine da lui usato per indicare l’alta qualità dei suoni analogici.

È noto che Banks e Kaufman siano stati compagni di liceo, meno pubblicizzato il fatto che i due avessero un amico in comune: Barrick frequentava il loro stesso giro, tra club nei dintorni della Grande Mela e sale d’incisione. Aveva suonato con entrambi, separatamente, ma mai c’era stata occasione per scrivere e comporre qualcosa insieme. Poi Paul ha costruito uno studio tutto suo a Philadelphia, aiutato da Josh, ed ecco che sono partite le jam sessions alle quali è stato sovente invitato anche Matt.

Nel momento in cui il progetto ha iniziato a prendere forma, l’idea di fondo è stata da subito quella di riprendere quei suoni profondi e genuini che hanno attraversato l’adolescenza dei tre in giro per New York. Niente post punk e dark wave alla Interpol, quindi. Niente folk rock in stile Julian Plenty – altro progetto a firma Banks – niente indie declinato in forma di folk, rock e vintage, come proposto (peraltro in modo molto efficace) da Bonny Light Horseman e The Walkmen.

Più che altro sprazzi di tutto ciò, ma concepiti e interpretati in maniera differente. L’iniziale Bad Feeling è un ottimo preludio di tutto il campionario di cui il trio dispone e che ha intenzione di sfoggiare di lì a poco: un assortimento abbastanza completo di corde, tasti e fiati. Il tutto interpolato dalla voce di Paul, non più baritonale e distaccata, ma libera di adattarsi alle varie sonorità, offrendo interpretazioni decisamente più intime rispetto allo standard della sua band d’origine. A proposito di fiati, al disco hanno collaborato i Westerlies, un autoctono quartetto d’ottoni.

Nelle dodici tracce che compongono il disco c’è un po’ di tutto, ma non per questo l’ascolto è dispersivo, né risente di un lavoro disordinato. E’ un album dal sapore antico, dove convivono in modo convincente romantiche ballads (Evergreen e Patchouli), sprazzi di pop-rock (Red Western Sky), folk d’impostazione classica e più rockeggiante (Everything Like It Used To Be e Knuckleduster), buoni esercizi di songwriting (Broken Tambourine e All Is Dead To Me), inaspettati echi shoegaze (Chubby Checker) e una buona dose di atmosfere vintage (How Many Days e Summer Love). Si chiude con un’altra sorpresa, Trinidad, un mezzo swing con tanto di spazzole e sonorità tipiche di un jazz club.

Complessivamente, il progetto Muzz mette a segno un colpo decisamente interessante. La produzione casalinga è di ottima fattura e le idee appaiono chiare sia nella composizione che nella lirica. Se con gli Interpol l’idea era quella di proporre nuove sonorità, rendendole nei fatti una fonte d’ispirazione per molte band nate nel decennio zero, in questo caso si avverte una maggiore urgenza di ricerca.

Banks e soci ci mostrano un nuovo lato di sé e del proprio modo di intendere la musica, sia dal punto di vista dei modelli di riferimento, sia su come reinterpretarli all’atto di metterli in pratica. Questo nuovo pezzo di storia si colloca negli ’80, soprattutto la seconda metà. Quando hanno iniziato a fare musica, gli Interpol avevano in mente i Cure e i New Order, ma più di tutto la volontà della band era orientata al revival di quelle atmosfere, al fine di dimostrare che quel tipo di sonorità non era morta e, anzi, poteva offrire ancora tanto.

Con i Muzz siamo in presenza di totem tutto sommato coevi, ma dalle fattezze più languide, più romantiche. Parliamo di David Bowie, dei Simple Minds, di Tom Waits, del Mark Lanegan che viene fuori dagli Screeming Trees. Il disco può essere letto – alla maniera degli Interpol – come un’ennesima rievocazione, un omaggio all’altra parte del cuore del terzetto guidato da Banks. Considerato che il risultato finale arriva a cinque anni dalle prime demo, è giusto il caso di rispolverare un vecchio proverbio: chi va piano va sano e va lontano.

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