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Back In Time

“Glee” dei Bran Van 3000, ovvero come ho imparato ad amare la mescidanza e a non preoccuparmi.

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Se oggi ci sembra normale vivere in un suq musicale del tutto non convenzionale, dove illimitate e caotiche librerie streaming illuminano la nostra testa, per lasciarci confusi al termine dei nostri interminabili viaggi musicali notturni, nel 1997 non era esattamente così. La confusione proveniva da altro: And I say, what the hell am I doing drinking in L.A. at twenty-six? Ecco uno dei luoghi dove abbiamo imparato la confusione. Anche se non abbiamo ventisei anni, non più. E non siamo neppure a L.A.

BranVan 3000 nasce improvvisamente, non progettato, come uno schieramento musicale serrato e casuale di nove personalità collegate tra loro da più di sei gradi di separazione. Dodici simili e diversi esecutori che si annullano perché l’armonia dell’insieme sia perfetta. Mille riflessi degli specchi della cultura multietnica canadese. E partorisce “Glee”,diciannove cavalli di razza che infuriano sospinti da cinque cantanti, tre DJ, un tastierista e un power trio.

Svegliarsi sbronzi su un prato a Los Angeles, è solo l’inizio del viaggio onirico, gentilmente offertoci da James Di Salvio, un sogno per nulla arrogante, ma semplice da amare: un cofanetto di cioccolatini per un pubblico che più trasversale non si può. Venato da un dolce gusto europeo, “Glee” è un disco che solo un regista/DJ avrebbe potuto realizzare. È scritto su un canovaccio cinematografico, diviso in sequenze che raccontano storie di genere e sentimenti ed è al servizio di un universo composito e perfettamente calzante al senso di libertà che si respirava negli anni novanta. Forza ragazzi, si torna a casa!!!

Photo: Michael Owen Baker

L’anima dei Bran Van 3000 è James Di Salvio che, prima di trovarsi catapultato dal nulla a spalla a spalla con Anthony Kiedis, Marilyn Manson, Billy Corgan e Mike D., era un DJ in seconda istanza che girava video musicali. Le sue radici affondano nelle notti magiche di Montreal dove suo padre Bob, aka l’architetto della notte, gestiva uno dei locali di punta della vita notturna della città: il Nuit Magique era frequentato dal meglio della vita artistica cittadina. Ora, se quando hai sette anni, Leonard Cohen, un caro amico di tuo padre, canta alla festa del tuo compleanno, quando ne avrai ventisei non è così strano che le stelle del tuo cielo si allineino e tu abbia uno di quei colpi di fortuna rari nella vita che ti permette di illuminare tutto. Presente e futuro saranno mutati per sempre, in un fantastico meglio. Esperienza e orecchie tese, non solo la fortuna, hanno permesso a Di Salvio di maturare una sensibilità speciale che, a posteriori, si vede chiaramente in “Glee”.

È l’amico Jean Leloup (lui sì musicista), con cui collaborava, a innescare la combustione con una semplice domanda. E se facessi un disco tuo? Non appena il conto bancario passa dal rosso al nero, James coinvolge un terzo amico perché lo aiuti a spendere i soldi; a New York, insieme a E. P. Bergen recuperano dei campionatori e scelgono un nome. Sfruttano le loro conoscenze per unire mondi diversi in un unico flusso musicale: l’idea è coinvolgere quanti più artisti e stili possibili, unire, costruire e ri-generare facendo affidamento sulla voglia dell’ascoltatore di seguirli. O almeno di ballare a tempo. Di Salvio esce dalla foresta degli amari rimpianti, dei dubbi senza remissione e dopo aver completato il collettivo (con Gary McKenzie, Jayne Hill, Nick Hynes, Rob Joanisse, Sara Johnston, Stéphane Moraille, Steve “Liquid” Hawley, Jean Leloup) i Bran Van 3000 creano una bizzarra, ma elegante miscela di musica da club, techno, hip-hop, lounge e kitsch-pop, jazz, rock e soul, voci hardcore e melodiche che arriva diretta allo stomaco.

Anche se non impeccabile nella produzione, quello che nasce è “Glee”, un disco dannatamente serio, che contiene non meno di quattro capolavori e la cui prima parte (diciamo le prime nove canzoni) merita di essere portata sulla prossima missione di terraforming del pianeta rosso. Un pastiche saporito di elementi jazz, funk, rap, R&B, ma anche reggae e disco, accompagnati da un sostenuto utilizzo di melodie campionate e ritmi creati ex-novo dal già esistente. Ruvide chitarre metal e ballate che anticipano Carla Bruni in un dindolare di ritmi sincopati e oscillanti, voci melodiose e potenti, rullanti meccanici. Niente Lucano, per oggi siamo a posto così. Vorrei dirvi una cosa: “Glee” è un tutt’uno, collegato e intrecciato, un blocco artigianale univoco con pregi e difetti tutto sommato evidenti. E per capirlo basta una manciata di canzoni, il resto viene con l’ascolto che a sua volta è influenzato dalle singole esperienze musicali del ricevente. La prima delle quattro meraviglie lo sanno tutti che è speciale. Drinking in L.A. è stata l’ultima a essere completata ed è diventata la punta di diamante del disco, la summa del tutto, come se lo scopo non fosse altro che arrivare fin qui. In grande equilibrio, dipinge armonie con rarefatte chitarre e ha un hook indimenticabile, da campionato del mondo. È una canzone che parla del tempo che scorre, in modo divertente e glamour, perché lo stile Di Salvio è di fare le cose con sense of humour. Drinking in L. A. dà l’occasione a chiunque di sognare una passeggiata sotto il sole, di andare a una festa e bere fino a dimenticare l’angoscia esistenziale che ci pervade.

Ecco, giusto per capire, gustatevi questa versione.

La seconda chicca è Rainshine, stratificazione di tre brani diversi come da manifesto di stile: una ballata dalla voce vellutata per farci sentire bene, un mantra reggae che ci promette il perdono del signore e un brandello di hardcore/metal con un giro di basso mortifero che sfoga la nostra disperazione. Mi sento bene, ma la bocca è amara, perché la birra è una stout, ma il Signore avrà pietà di noi. Cosa aggiungere d’altro? Il terzo segno è la bellezza ambient di Problems: in apparenza musica per ascensori, diventa un martello cadenzato nella nostra testa. Semplice e ficcante come solo un loop post rock inarrestabile sa essere. Il quarto rubino della corona è Forest, che con un tocco lisergico e un paio di linee di testo in francese seduce con facilità irrisoria, come solo alcuni nasi all’insù. Trip-hop, canti gregoriani e chitarre alla “Sabotage”, e allora sì che la foresta la vediamo davanti ai nostri occhi, in uno sfarfallio di colori freddi. Ma è un’immagine tranquilla che non spaventa, nonostante ci dicano che la nostra pazzia avrà il sopravvento. Si esce da tutto, anche dalla foresta in cui viviamo.

Gli altri brani rappresentano il corpo, la base portante e fondamentale. Spiccano Afrodiziak, che è un ritmato hip-hop con un’apparizione di Poetic di Gravediggaz che lancia più di un rimando ai Fugees. Una linea di basso ipnotica che prende la testa e le caviglie e una morbida melodia a creare un’atmosfera di un’epoca di sogno. Gimme Sheldon , l’apertura dell’album, è al tempo stesso routine di riscaldamento e manifesto, uno spaccato predittivo di quello che l’ascoltatore troverà. Da notare le trombe davisiane all’interno di questo patchwork. E poi Couch Surfer, Everywhere, Supermodel e Old School ognuno dei quali racconta un pezzo differente di Bran Van 3000, mostrando riferimenti e omaggi.

“Glee” è una grande mescolanza di stili che, inevitabilmente, dà origine a un lavoro complesso, ispirato per la maggior parte, anche se non sempre puntuale. Nei suoi momenti migliori è un amalgama contagioso, imprevedibile e selvaggio che non mostra nessun rispetto per le convenzioni e che illumina gli ascoltatori, nei momenti peggiori diventa musica da sottofondo, che fa pensare di essere stata fatta per permettere di tirare fiato nel mezzo della serata (parliamo pur sempre di serate top). La lezione che questo disco ci lascia è che il talento che sta alla base della nostra capacità di emozionare gli altri si fonda sulla condivisione e sul continuo esercizio dell’espressione di noi stessi, che a loro volta sono collegate all’abilità altrui di capire quello che proviamo noi e che vogliamo esprimere.

Con questo disco Di Salvio e il suo ensemble hanno mostrato in maniera estremamente chiara come la capacità di capire gli altri, cioè l’empatia, sia fondamentale nella costruzione di un disco di successo. Le loro connessioni, conoscenze e condivisioni hanno fatto maturare la loro empatia e la loro capacità predittiva rispetto a quello che avrebbe potuto avere successo. O forse hanno avuto solo fortuna. Quello che alla fine rimane è che “Glee” è un viaggio musicale da godere nella sua interezza. Che sia stato fatto a tavolino o meno, assemblato o che sia il frutto della capacità percettiva di antenne magiche di alcuni fortunati e talentuosi musicisti, non importa. Come nelle migliori fiabe, quando tutto finisce, il bene vince sempre sul male.

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