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Paul Weller – On Sunset

2020 - Polydor
pop / soul / songwriting

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Dopo due anni di assenza, e un piccolo rinvio causa lock down, riecco the mod-father. Paul Weller ritorna all’ovile, a quella Polydor che lo ha musicalmente allevato ai tempi dei Jam e degli Style Council e che oggi gli dà l’opportunità di pubblicare “On Sunset”.

In questi giorni, leggendo qua e là notizie sull’uscita del disco, mi sono imbattuto in un articolo del Guardian nel quale, con la solita e flemmatica ironia tutta british, l’autore si chiedeva come mai un nostalgico passatista come Paul, nel presentare un’antologia (“Hit Parade”, del 2006), bacchettasse i suoi fan dicendo loro che la strada da seguire guarda al futuro e non al passato. A parere di chi scrive risiede proprio qui l’incommensurabile grandezza di Paul Weller.

Una grandezza che si palesa ogni volta nell’immensa poliedricità del songwriter di Woking. Dopo quell’antologia – in modo abbastanza profetico – Weller ha pubblicato sei dischi (sei!) di rara bellezza, alternando senza soluzione di continuità soul, pop, rock e cantautorato di gran classe. Venendo ai tempi più recenti, se con il precedente “True Meanings” abbiamo conosciuto il Weller più intimo, in “On Sunset” ascoltiamo le sue storie, racconti di vita di un uomo – classe 1958, è bene ricordarlo – che spesso e volentieri si esprime con metafore.

Al tramonto, il protagonista delle varie storie ripensa al giorno che sta per terminare. E’ da qui che si sviluppa il tema musicale che poi si dipana attraverso le varie tracce: tutto si ispira al passato. Molto più Style Council che Jam a dirla tutta, prova ne sia la collaborazione con Mick Talbot, che all’occorrenza presta il suono del suo Hammond.

Il trait d’union tra il recente passato e il presente è Mirrorball, scritta ai tempi di “True Meanings”: sette minuti e mezzo di alternanza tra languido songwriting, dance anni ’80 ed elettronica ai limiti della musica concreta. Poi eccoci in territorio soul, il cuore e i polmoni della recente produzione Welleriana: Baptiste si appoggia su una batteria a metà tra swing e una certa dance di inizio anni ’80. Un po’ Isaac Hayes, un po’ Barry White, anche se sarebbe più corretto dire un po’ Eric Burdon, un po’ Van Morrison.

Il dancefloor apre i battenti con Old father tyme, con un Weller in versione MC che si concede persino qualche urletto propiziatorio. Con Village si torna decisamente sui sentieri del songwriting. Poi ancora un pezzo lungo, More, peraltro con un inciso in francese cantato da Julie Gros de Le Superhomard: gli ottimi fiati sottolineano strofe che sembrano estratte da un pezzo trip hop.

Si arriva così alla title-track, ispirata a My sweet lord di George Harrison e a Walk on by di Dionne Warwick: On sunset ha dalla sua una bass-line avvolgente e le percussioni che ne impreziosiscono la sezione ritmica. Sorprendente nel suo profumo di swinging London è Equanimity, resa ancor più magicamente nostalgica dal violino dell’ex Slade Jim Lea. Il leitmotiv sixties prosegue con Walkin’, che sfoggia un piano “Supertrampeggiante”.

In Earth beat, forse l’unico pezzo debole dell’album, si torna al decennio ottanta: il moog che spunta lì nel mezzo non ha molto senso. Si chiude con Rockets, una struggente ballad che attinge a piene mani da certe sonorità Bowiane. Peraltro, il Duca Bianco – il cui rapporto con Weller è stato oggetto di non poche controversie – era stato già celebrato con l’omonimo brano inserito in True Meanings.

In definitiva, “On Sunset” non è lo stanco e sterile revival di un cantautore che ha da poco superato i sessanta e tira a campare (e a suonare) per forza d’inerzia. Tutt’altro: il disco è gradevole, presenta molte sfaccettature, quasi tutte interessanti. In altre parole, Paul è vivo e lotta in mezzo a noi, sperando che il tramonto non diventi mai notte.

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