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Back In Time

“Zen Arcade” e la continua ricerca su quegli anni

La stanza del concerto era stretta, sembrava una palestra in miniatura e ci avevano fatto firmare una tessera prima di entrarvi, pagando poche Lire. Forse aveva avuto anche un passato, da palestra. Il palco era inesistente ed alcuni si erano già seduti per terra per poter assistere al concerto. Ci ero andato in treno, con alcuni miei compagni di classe. Un’ora e mezza di viaggio per fare trenta chilometri, cambio a Rho appena in tempo per prendere la coincidenza per Varese e per poi, una volta scesi a Gallarate, cercare il posto del concerto per un’altra ora, come se fossimo in trasferta a seguire la nostra squadra.

Avevo sedici anni, andavo allo stadio e i Sottopressione suonarono appena in tempo per finire a mezzanotte: non mi ricordo molto di quel concerto, aprì il solito gruppo locale e presi tante botte. Andai addosso a molte persone, pogavo praticamente da solo, come uno scemo. Ero minuscolo, avevo i capelli lunghi, intorno a me c’erano ragazzi con la cresta, c’erano skinheads, c’erano altre persone con le Airwalk come le mie. Avevo una maglia dei Pennywise, quella con il logo di “Full Circle”, per intenderci, infuocato. C’erano persone adulte con i tatuaggi e il gruppo milanese aveva appena finito uno dei suoi ultimi concerti. Mi ero fatto copiare su cassetta il suo ultimo disco, qualche giorno prima, giusto per non arrivare impreparato, ma nei giorni successivi a quel sabato sera di novembre, mi diedi da fare.

Aveva già nevicato, si preannunciava un inverno freddo e mi stavo armando, per affrontarlo nei dovuti modi. Nella loro discografia c’era una canzone degli Hüsker Dü, gruppo che non avevo mai nemmeno sentito nominare, che credo avessero suonato anche in quell’occasione, in quel loro concerto, anche se non ne sono sicuro. Non se lo ricordavano neanche i miei compagni. I Will Never Forget You era il titolo di quella canzone, forse i Sottopressione la presentarono come “una canzone d’amore”, prima di suonarla, forse no. Fatto sta che non mi apparì, di primo impatto, così hardcore. Volevo suonassero le loro canzoni, quelle che avevo imparato due o tre giorni prima. Andai allora a cercare questi Hüsker Dü e appresi che quella canzone risalisse al 1984 e che faceva parte di un album intitolato “Zen Arcade”, un doppio disco uscito per la stessa etichetta per la quale avevano inciso i loro dischi migliori i Black Flag. Conoscevo e ascoltavo i Black Flag, erano uno di quei gruppi che andava ascoltato e persino al concerto dei Sottopressione a cui partecipai c’era gente che ne indossava le magliette. Doppio disco, più di undici pezzi, per iniziare. Molti di più a dire il vero. Ventitré brani in tutto, una cosa che non avevo neanche mai provato ad immaginare. Lo trovai grazie ad alcuni miei amici, altri amici, che ascoltavano tutt’altro che punk e hardcore e che non ne volevano sapere di concerti. Lo trasportai da vinile (doppio vinile) a cassetta durante un pomeriggio di studio e iniziai a ricercarne la giusta portata emotiva, che risultò sin dall’inizio distante anni luce sia dall’hardcore new school che ascoltavo, sia dalle anodine cantilene profuse dal cosiddetto punk ’77, violento e muscolare. Sapevo che sarebbe stata una pagina di svolta per ciò che la musica in generale e il punk rock avevano rappresentato, per me, sino a quel momento. Come un’infinita recherche, sapevo che non avrei dovuto soffermarmi sulle singole canzoni che, al primo ascolto, ebbero più impatto. Una vera recherche si deve comporre di più tomi e più capitoli, anche se ammetto che durante la prima settimana in cui avevo quella TDK Normal Position da novanta minuti tra le mani, ascoltai praticamente solo I Will Never Forget You (che riportai su entrambi i lati) e Never Talking To You Again. 

Avevo considerato, sino a quel giorno, la musica punk come un perfetto solipsismo, credendo che tutto avesse potuto tranquillamente basarsi solo su quei suoni e su quei percorsi. Autosufficienza e testardaggine sarebbero bastate per sempre, seguendo un innato principio di inerzia. “Zen Arcade” poi sconvolse questa convinzione, ribaltando i canoni morali di un genere che aveva, sino a quel momento, avuto pochissime band capaci di smuovere l’aspetto emotivo e affettivo di un ascoltatore immerso nella sua epoca.

Erano passati quindici anni, quasi, dall’uscita di “Zen Arcade”, ma i brani che lo componevano descrivevano alla perfezione non solo la mia vita, bensì anche quella dei miei coetanei. Indecision Time e The Biggest Lie, per esempio, avrebbero potuto essere applicate a ciò che, a livello politico, stava succedendo in Italia, con l’ondata delle occupazioni e la necessità, avvertita ad ogni concerto e ad ogni assemblea, di autogestire e autoprodurre. “Back and forth between the good and the bad, it’s indecision time. You’re so natural, you’re so free. So don’t decide what’s best for me.” 

Alle volte, tornando a casa dal lavoro, prendo una scorciatoia. Percorrendo una strada sterrata, riesco ad arrivare a casa prima, superando un passaggio a livello immerso nei campi di mais. Così facendo, evito il larghissimo percorso della tangenziale esterna, che si perde in rotonde, semafori e precedenze. 

In inverno la cosa mi riesce più semplice che in estate, in quanto le piante di mais sono tagliate e posso così capire, dalla strada principale, se le sbarre del passaggio a livello siano alzate o meno. I campi sono brulli e duri, rinsecchiti dal clima freddo. Da maggio a settembre, invece, è sempre una scommessa, in quanto il mais è così alto che non riesco a scorgere né le sbarre né il semaforo del passaggio a livello, rischiando di dover aspettare che si alzi, nonostante abbia preso la scorciatoia.

“Zen Arcade” ci insegna che la strada più lunga, in realtà, sia quella più importante per la nostra crescita, da percorrere e che per comprendere la maggior parte delle sfaccettature della cultura musicale che ci circonda, non si debba mai smettere di studiare. Non esiste alcun lavoro paragonabile a questo disco in merito a portata culturale e influenza storica: “Zen Arcade” lascia all’uomo libertà di scelta tra una perpetua ricerca occulta di nuovi suoni e versioni e una fossilizzazione innaturale su un movimento musicale nato dalla diversità. Gli Hüsker Dü, con “Zen Arcade”, preconizzano la ventata hardcore post 1985: ne anticipano il lato romantico e spingono molte band ad abbandonare un totalizzante impegno politico per dedicarsi alle descrizioni e alla ricerca.

Il successivo album, “New Day Rising”, ne completa, in qualche senso, lo sviluppo musicale, incentrandosi però più sui ritornelli che sulla velocità e la furia. Quello uscito nel 1984, il secondo in ordine cronologico, per i tre ragazzi del Minnesota, è un disco che grazie alle sue atmosfere accorate e dirette ci fa capire il significato reale dei nostri dialoghi con gli sconosciuti. Soffermarsi ad osservare le persone non è mai stato abbastanza.   

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