Impatto Sonoro
Menu

Classifiche

ALLA NOSTRA ETÀ: un viaggio tra i migliori dischi del punk rock italiano

Non sono mai stato fissato con la nostalgic wave, ma quando ancora oggi ri-ascolto questi dischi (e succede spesso) mi prende un magone, misto a uno strano senso di serenità e rimpianto, che mi strappa il cuore a morsi. Perchè il punk-rock, il punk-rock italiano è stato una cosa seria. Per certi versi lo è ancora, almeno nella testa e nel cuore di alcuni irriducibili che sopra e sotto al palco non hanno mollato di un centimetro. 

Ad esempio, più o meno un anno fa di questi tempi, sul palco – il secondo palco, un palco molto più piccolo di quello principale, posto sotto una specie di mini-tenda da circo che solitamente funge da improbabile pista da ballo – dello Sherwood Festival di Padova, c’erano i Derozer. Era la giornata più afosa dell’estate, uno schifo a cui in Pianura Padana siamo purtroppo ben abituati. 36 gradi, percepiti 72, un tasso di umidità da impallidire, impreziosito da un puzzo di ascella terrificante. Sopra, un’ora e mezza buona di concerto senza sostanziali attimi di tregua. Tutti i vecchi cavalli di battaglia, ovviamente, ma anche i brani dell’ultimo album “Passaggio a Nord-Est” uscito un paio d’anni fa (eh sì, amici miei). Sotto, un pogo veramente da tempi andati, animato con ardore commovente da un grande ammasso di stronzi la cui età media, ahimè, temo superasse abbondantemente i 30 anni suonati. In alcuni frangenti confesso di essermi dovuto prendere una pausa per evitare un collasso cardio-respiratorio – non sono sicuro fosse presente un defibrillatore, ma sono certo che tra gli astanti qualcuno dei ragazzi di un tempo oggi sarà il fantomatico e provvidenziale medico in sala. Per vecchi punk in giro da più di 30 anni, e che se ne stanno lì sopra un palco a suonare musica che molti oggi definirebbero morta, e che ai ragazzi di oggi suona tragicamente aliena, credo che assistere a questo spettacolo surreale ma entusiasmante significhi ancora tantissimo.

Inutile ora cercare di sfuggire alla retorica e di sprofondare nei sentimentalismi: in quei momenti tornano a galla ricordi indelebili di tempi che credevamo andati, ed è bello ritornarci sopra, anche fisicamente, svegliarsi con lividi su braccia e gambe e ripensare ai cd letteralmente consumati, ai chilometri macinati a piedi, in bici, in auto, in autobus, in treno, in qualsiasi modo per raggiungere le location o i festival più disparati, la band messa in piedi con 3 amici per provare a far parte di qualcosa che sembrava enorme ma allo stesso tempo a portata di mano.

Se state leggendo questo articolo vuol dire che ci siete passati tutti, chi più e chi meno, chi un modo o nell’altro, chi sfoggiando la cresta d’ordinanza, chi mantenendo un profilo più basso, un abbigliamento e un look più ordinario, ma imparando a memoria ogni singolo secondo di ogni singolo disco di quegli anni, di quell’epoca. E ancora oggi, alla nostra età, vi giuro che non è cambiato niente. 

Provare per credere: abbiamo ideato questa sorta di viaggio nei ricordi, passando attraverso i migliori dischi che hanno segnato l’epoca del punk-rock italiano. 

Nota: un solo disco per band, giusto per rendere le cose più complicate e divertenti.

Derozer – Alla nostra età (1998)

È il disco che dà il titolo a questo articolo, è la band a cui sono più affezionato e che, lo avrete capito, continuo a seguire infrangendo le più banali leggi della convivenza civile e del buon senso. Oso dire che, nonostante negli anni i miei ascolti si siano ovviamente variegati, i Derozer siano la mia band preferita di sempre. Un disco perfetto di sano e semplice punk rock, rabbioso ma ironico, pieno zeppo di passaggi iconici e di brani che si sono infilati nel cuore di tutti passando illesi i decenni, ripresentandosi per giunta in forma smagliante ad ogni nuova occasione, nel 2020 come nel 2000. E alla nostra età invece noi suoniamo punk

Punkreas – Paranoia e potere (1995)

Ci ho pensato fino all’ultimo secondo a quale disco della pazzesca discografia dei Punkreas inserire in questa lista. Voglio Armarmi (che apre “Pelle”) è più o meno il primo pezzo punk-rock che ho ascoltato in vita mia, ed è vero che negli anni a venire i nostri non hanno fatto altro che migliorarsi, e proprio con “Pelle” hanno raggiunto l’apice di creatività e popolarità. Ma “Paranoia e potere” è il sunto perfetto della proposta della band di Parabiago, veri e propri eroi e padrini di un movimento che da qui in poi ha spiccato il volo. È il disco con cui la mia coscienza politica ha cominciato a prendere forma e vi sfido a trovare un pezzo che qui dentro non funzioni e che non suoni ancora oggi leggendario. Il mio pensiero è sempre lo stesso..

Pornoriviste – Codice a sbarre (2001)

Il disco perfetto non esist….e invece “Codice a sbarre” è perfetto, niente da dire. Un disco lungo, intenso, sempre a mille, splendido l’alternarsi della voce sbracata di Tommy con quella più emotiva di Dany che regala un suggestivo contrasto tra ribellione e introspezione, con quel sottotesto di arroganza e cazzeggio che dona al tutto un’atmosfera familiare. Rimasti sempre un po’ defilati rispetto alle dinamiche di una scena che ovviamente non esisteva, e per questo motivo forse più di qualcuno non li ricorda con autentica simpatia. Ma chi se ne frega, ucciderei per sapere a chi ho prestato il cd 20 anni fa senza riaverlo mai indietro. 

Persiana Junes – Puerto Hurraco (1999)

Non sono mai stato un grandissimo fan dei fratelli Carruozzo e dello ska-core in genere, ma i Persiana Jones sono una parte davvero importante della storia del punk-rock italiano, inutile negarlo. Presenza fissa sui palchi di tutta Italia, i torinesi ci hanno regalato alcuni dei brani più iconici del movimento, tra cui Spacco tutto, che in questo disco fa la sua porca figura assieme alla cover pazzesca di Tremarella di Edoardo Vianello, appuntamento fisso e apprezzatissimo di ognuno delle centinaia di “concerti di Persiana Jones”. 

Shandon – Fetish (2000)

Molti li definivano i “più bravi della scena”, forse perchè Olly a differenza di altri sapeva cantare nel vero senso della parola (ma ci sarebbe da discutere), o forse perchè il loro punk-rock / ska-core era infarcito di una certa atmosfera alternative che conferiva loro un’aura diversa, forse perfino più alta. “Fetish” era semplicemente un gran disco, e quel circle-pit su Janet, che tanto faceva incazzare i metallari dell’epoca, ancora me lo sogno la notte.

Klasse Kriminale – I ragazzi sono innocenti (1993)

Alfieri indiscussi dell’universo street punk/Oi! all’italiana, i Klasse Kriminale hanno scritto pagine trasversali e fondamentali del genere, ottenendo un seguito importante anche fuori dai convini. È forse riduttivo inserirli nel movimento punk-rock, ma non importa. “I ragazzi sono innocenti” è un disco di punk vecchio stile da manuale del genere, un inno senza tempo, assolutamente da ricordare o recuperare.

I Fichissimi – Mondo Fichissimo (1994)

Mi sono innamorato di una tipa di una casa occupata è la dichiarazione d’amore più bella della storia del punk-rock italiano. Sta nel mezzo di questo 7” de I Fichissimi, registrato malissimo, che comincia con un estratto (quello delle polpette, chiaro) dell’omonimo film con Diego Abatantuono e Jerry Calà e che include anche due cover clamorose, Perdono di Caterina Caselli e Ricominciamo di Adriano Pappalardo, e un paio di pezzi memorabili come Tricolore, un sentitissimo oltraggio alla bandiera italiana da querela immediata. Indispensabili. 

Los Fastidios – Noi contiamo su di voi (1998)

Un manifesto del pensiero e dell’estetica Oi! con tutta la retorica del caso, “Noi contiamo su di voi” dei veronesi Los Fastidios era stranamente apprezzato sia dagli affezionati dello street punk, dell’universo S.H.A.R.P. – che all’epoca ammetto mi aveva abbastanza confuso – e via dicendo sia dai semplici appassionati di punk-rock. Il motivo: era un disco davvero buono, e insieme alla loro Birra, Oi! e divertimento di qualche anno prima rimane una pietra miliare del movimento.

Banda Bassotti – Figli della stessa rabbia (1992)

Impossibile non citare la Banda Bassotti in questa rassegna, sebbene siano più inquadrabili nella scena combat-rock che in quella punk-rock e i loro slogan grevi, sempre impegnati, espliciti e decisi, non abbiano mai nulla di leggero e non sembrino mai comunicare la voglia di staccare e divertirsi almeno un pochino. D’altronde, ve l’ho detto, il punk-rock è (anche) una cosa seria. E Cararo sindaco è una bomba atomica. 

Meganoidi – Into The Darkness, Into The Moda (2001)

Qui si va sul pesante, sento già le lamentele: all’epoca la parola d’ordine al solo nominarli era commerciali. E con tutta probabilità al momento non era nemmeno poi sbagliata. Però questo disco era davvero bello e divertente, e non solo per i due singoloni Supereroi e Meganoidi che li hanno lanciati nell’inesistente star system del punk-rock. La carriera e la discografia dei Meganoidi si è poi evoluta prendendo tante direzioni diverse, alcune davvero controcorrente e convincenti, e forse limitarsi a definirli commerciali era davvero da stronzi. 

Prozac + – Acida (1998)

Altro giro, altra corsa: i Prozac + sono stati i primi a fare il balzo al di là della barricata dell’underground, anzi quella barricata l’avevano già schivata con il debutto “Testa plastica“. Erano visti ovviamente con sospetto da un po’ tutti gli appassionati, ma questo disco era di ottima fattura e il successo non era certo immotivato. L’unica voce femminile in questa rassegna, praticamente l’unica voce femminile del punk-rock italiano, per altro una delle più riconoscibili e particolari dell’intero panorama italiano. Un disco, e un’intera carriera, destinati a raccontare la droga e il disagio, alcuni pezzi memorabili, altri meno, ma un disco che di fatto ha segnato un’epoca.

Moravagine – Per non crescere (2000)

Forse la mia passione per i padovani Moravagine è puro campanilismo – erano gli unici della mia città ad “avercela fatta”. “Per non crescere”, il loro album di debutto, è tuttavia divertente, ben pensato e, salvo qualche momento di down qua e là, cazzaro, ingenuo e disimpegnato al punto giusto da risultare spesso un necessario ascolto leggero tra le canzoni più rabbiose degli altri. Inoltre, all’epoca andava di moda dire “i -gruppopunkrockitaliano- sono i -gruppopunkrockamericano- italiani” e i Moravagine erano per molti “i Lagwagon italiani”. E fu così che scoprii i Lagwagon. Win win.

Gambe di Burro – Senza via di scampo (2000) 

Avevo – e ho tuttora – un fetish inspiegabile per questo disco, ad oggi pressochè introvabile. Una specie di concept sbagliato sull’adolescente sfigato e i suoi piccoli problemi con la scuola, le ragazze e via dicendo. Una cosa del tipo 3 brianzoli (per altro tutti parenti, il cui cognome era appunto Burro) che cantano di amori sbocciati in biblioteca, pozioni d’amore finite male, vicini di casa serial killer, mostri nell’ombelico e altre misteriose e terrificanti storie di ridicolo raccapriccio che in una serie tv americana di serie C sarebbero incredibili e che in questo disco sono incredibili lo stesso. Giganti assoluti.

Thee S.T.P. – Troublemakers #1 (2002)

Esponenti dell’ala glam e garage, brutti, sporchi e stronzi, ma avevano anche dei difetti. Al contrario di questo disco, che era un’autentica bomba, senza un secondo di pausa, filava via come un razzo. Per forza di cose un po’ estranei al giro, anzi, godevano di un discreto e meritato seguito al di fuori dei confini.

Senzabenza – Peryzoma (1992)

Il gruppo pop-punk italiano più famoso al mondo“: basterebbe solo questo per descrivere l’importanza della band laziale. Seppur sostanzialmente estranei alla stragrande maggioranza delle band qui citate, i Senzabenza furono e sono di fatto una realtà internazionale, in grado di tenere tranquillamente testa ai giganti del settore. Si trascinarono dietro altre band come Manges, Crummy Stuff, Peawees, creando di fatto una sorta di sotto-scena (o come volete chiamarla) di cui andare più che fieri.

Latte + – Guerriglia urbana (2002)

Qualche tempo fa ho scoperto che i Latte + sono ancora vivi e vegeti, per giunta con un seguito di tutto rispetto in giro per l’Europa con il loro punk-rock schietto e sincero alla Ramones, nulla di trascendentale, ma molto divertente. Mi ha fatto molto piacere, perchè nel 2002 questo disco suonato benissimo, pieno zeppo di cori da stadio e l’anthem immortale della splendida e spaccona title-track mi avevano conquistato oltremodo: “E pensare che mio padre mi voleva calciatore, e pensare che mia madre mi vedeva già dottore, ed invece sono qui ad urlare a squarciagola […] e come ogni fine settimana, guerriglia urbana”.

Gli Impossibili – Impossimania (1997)

Da sempre tra i maggiori esponenti dell’ala romantica della compagnia, gli Impossibili hanno regalato perle inossidabili – Ritardato, La mia ragazza è diventata un robot, Odio Brenda e Melrose Place e chi più ne ha più ne metta – sia in questo disco che nel successivo “Contro tutti”. Ho scelto “Impossimania” perchè molto semplicemente non ha un brano anche leggermente sottototono. Peccato solo che in tracklist non ci sia la leggendaria e senza tempo Cani blu, uscita solo 3 anni dopo. Nei secoli fedele.

Razzi Totali – Qualcosa accadrà (1999)

Direttamente da Trento, dove credo che qualcosa raramente accadesse, e forse proprio per questo, ecco i Razzi Totali. Velocissimi, e non poteva essere altrimenti, grezzissimi, e non poteva essere altrimenti. Pur prendendo in prestito sonorità e attitudini di un po’ tutti gli eroi del movimento, dovessi aderire ad uno degli stupidi tormentoni di cui parlavo prima, i Razzi Totali potrebbero essere i Queers italiani, ma fate come se non l’avessi detto. Anche qui le tematiche sono leggere, si va dalle delusioni d’amore all’ovvio odio per i truzzi, fino alle stragi del sabato sera e qualche amico che se ne va a vivere alle Hawaii. Tutto nella norma, ma entusiasmanti. 

Pensione Libano – Costume rosa (2001)

Sostanzialmente dei cloni dei Pornoriviste, soprattutto nel cantato, anche i Pensione Libano si sedevano comodi tra le band più disimpegnate della scena. Nulla di indimenticabile, è vero, ma paradossalmente me li ricordo ancora benissimo: qualche ritornello azzeccato, una mezz’oretta di serenità e musica per le orecchie di tutti gli amanti degli Screeching Weasel (“i Pensione Libano erano gli Screeching Weasel italiani?” no, non direi).

Le Formiche Atomiche – Cercasi Monica disperatamente… (2001)

Di atomico ne Le Formiche Atomiche c’era onestamente ben poco. Quello dei liguri era un pop-punk veloce e senza pretese, con tematiche leggere leggere, parecchio grezzo, ma a conti fatti piacevole, soprattutto per merito di un paio di pezzi davvero azzeccati, su tutti Monica è rimasta sola e Mogol, quest’ultima un’invettiva immotivata ma necessaria contro il guru della canzone italiana. 

L’invasione degli omini verdi – Veniamo in pace (2001)

Forti influenze melodic hardcore nella proposta de L’invasione degli omini verdi, che già dal nome suscitava almeno curiosità. Un mix di brani tra il serio e il faceto, su cui spiccano l’ottima Stella, la cupa Giorni instabili, Solo te e l’inno universale Masturbati

Peter Punk – Peter Punk (2001)

Ho avuto un rapporto di odio sostanziale con i Peter Punk, non lo nego. Nessuna delle loro canzoni mi ha mai conquistato, non ne ricordo nemmeno una, eppure me li trovavo davanti ad ogni concerto partecipassi, in apertura a qualcuno dei miei eroi preferiti, come un’erbaccia o una sorta di maledizione haitiana. Fanno comunque parte della mia vita.

Talco – Tutti assolti (2004)

Impegnatissimi, forse troppo, sulla scia di Ska-P e Banda Bassotti, “Tutti assolti” è una sorta di concept ska-core sulle ingiustizie della storia e del mondo, che saltella a piè pari dal Nicaragua alla Palestina, dalle guerre imperialiste al fascismo, dalle morti per amianto ai misteri d’Italia. Mi rendo conto che questa descrizione possa avervi annoiati, ma cosa posso farci?

Pay – Provate Ammore Ynutile (2000)

I Pay erano matti, “Provate Ammore Ynutile” era un concept su una specie di barattolo che avrebbe dovuto garantire l’amore eterno o qualcosa del genere, ai loro concerti li vendevano perfino. L’attitudine è quella degli Skiantos, anche se poi la proposta musicale si limitava a un classico punk-rock, molto ben, fatto, che è proprio ciò di cui parliamo in questo articolo. 

I Melt – Bravi ragazzi (1997)

Prima di rimanere folgorati sulla via di Davide Toffolo e seguire a ruota la scia musicale dei Tre Allegri Ragazzi Morti – con risultati a tratti strepitosi, è bene sottolinearlo – I Melt, da Vicenza, si dedicavano ad un punk-rock velocissimo e senza alcun tipo di fronzolo e di cui “Bravi ragazzi” è un esempio piacevole e perfetto, con tanto di brano sulla Vivisezione, trend topic di quegli anni nella scena. Si captavano già in qualcuno dei testi le prime tracce della strada che i nostri negli anni a venire avrebbero intrapreso ma che nessuno si sarebbe aspettato.

Marsh Mallows – Qualcosa di nessuno (2002)

I Marsh Mallows saltarono fuori ad inizio dei 2000, e tutti ne parlavano perchè erano dei metallari prestati al punk. O perchè comunque erano molto amici dei metallari. I suoni in effetti ci apparivano più pesanti e scuri del solito, la cassa assomigliava tremendamente ad un doppio pedale (non lo avevamo mai sentito, si andava ad intuito), c’era qualche assolo un po’ strano e cose del genere. Questo disco, che ancora oggi ascolto con piacere, in mezzo a qualche momento di imbarazzo evitabile, aveva un paio di pezzi sinceramente clamorosi, la title-track su tutti, provare per credere. Li vidi una sola volta dal vivo e si sciolsero come neve al sole dopo pochi minuti in un’esibizione molto anonima, che non reggeva minimamente il confronto con quanto prodotto in studio, ma va bene lo stesso.

Beerbong – Fast And Confortable (1999)

Dei Beerbong all’epoca si diceva avessero il batterista più veloce o del mondo, o d’Europa, non ricordo bene. Non so dirvi con certezza quanto ci fosse di vero, fatto sta che il loro skate punk molto poco italiano era effettivamente molto veloce e, cosa forse più importante, alquanto piacevole. Ah, nel mezzo c’è pure una immotivata versione ska-core della sigla finale del Pinocchio di Comencini.

Bonus track


Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Articoli correlati