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Back In Time

“The Stooges”, la più grande smorfia del Rock’n’Roll

Innanzitutto Scott suonava con dei bidoni di gasolio come casse, Ron non ho idea di che strumenti possedesse, Iggy usava pezzi di aspirapolvere per cantare e collegarsi ad amplificatori grezzi ed economici. Così hanno cominciato a suonare gli Stooges, senza neanche il miraggio di un contratto discografico all’orizzonte. Poi aprirono per gli MC5 e un giornalista chiese a Wayne Kramer (o era Fred Smith?) se c’era qualche band promettente da intervistare e gli vennero indicati gli Stooges, all’approccio del giornalista, Iggy rispose: “Un’intervista? Chiedi al nostro manager” Quando un manager non ce l’avevano. Questa è storia nota e, anche se mi sembra di averla rimaneggiata un po’, la cito perché anche se i ragazzi della band volevano essere delle rockstar, il 22enne Iggy li rimetteva subito al loro posto dicendo che le rockstar vivevano Hollywood, stavano nei Grand Hotel, si lanciavano il caviale addosso, quindi loro non potevano essere rockstar, dovevano fare qualcos’altro, dovevano essere qualcos’altro.

Iggy ci ha lavorato parecchio su quel qualcos’altro, ci ha pensato tanto, tanto che ha finito per cambiare il corso della musica, e sono andati avanti del tempo con un sacco di strumenti a percussione fatti in casa, con manici di scopa e bottiglie d’acqua, poi, con l’acquisto dei primi amplificatori che con il riverbero facevano suoni strani, abbastanza fastidiosi, si inventarono cose, per esempio spingerli per terra e vedere che effetto faceva. L’intento era di fare qualcosa di diverso, era come dire, scuotere il pubblico che, immobile, si offendeva, e più il pubblico rimaneva impassibile, più Jimmy si graffiava, si tagliava, si sfracellava su di loro, loro che si aspettavano qualche riff uscito da Woodstock, qualche inno all’amore e droghe libere, come se i tempi che correvano fossero tutti già incanalati in una specifica corrente musicale, in un imbuto hippie, ma i Beatles erano quasi alla fine, e tutta l’onda dei ’60 si stava per infrangere, per di più Dylan non lo capiva più nessuno, e anche lui dovette arrivare ai tempi del Rolling Thunder per ripigliarsi, insomma, l’unica cosa da fare era stonarsi di acidi e suoni psichedelici ma quella parola “Psychedelic” venne presto tolta dal nome della band, che iniziò appunto con il nome di The Psychedelic Stooges, poiché era un’introduzione inutile, un’appendice superflua, superata, un bernoccolo da riassorbire. “The Stooges” era dunque un nome più che sufficiente. 

Photo: Glen Craig

Però, nel 1969, gli “Stooges” erano conosciuti come il trio comico di Larry, Moe e Curly, the Three Stooges, che in italiano mi sembra si chiamassero “I Marmittoni”: personaggi dalla mimica estrema, dita negli occhi, sberle, torte in faccia ecc… individui inclassificabili se trasportati nella vita reale ma perfetti sul palco o davanti a una cinepresa, e così erano anche Iggy, Scott, Ron e Dave ma quando hai davanti la copertina di “The Stooges” vedi quattro balordi dall’espressione minacciosa che guardano dritti allo spettatore e, grazie al contrasto con quel buffo nome, ecco che scatta la sinestesia: e quindi accade che inizi a sentire un album dalla copertina.

Pensate, se si fossero chiamati, che ne so… The Bad Guys o The Warriors, quell’elemento non ci sarebbe stato, ed è un elemento psichedelico, nel senso più psicologico: i Pink Floyd l’hanno capito subito, non puoi mettere una mucca in copertina e chiamare un album “Cow” bensì “Atom Heart Mother”, è lì la magia, è lì che inizi a sentire con gli occhi. Perciò, visto che siamo in ambito dei debutti su Elektra, se teniamo in mano il primo album dei The Doors non avvertiamo quella potenza, se poi lo accostiamo a “The Stooges” vediamo la differenza (la cosa funziona anche con la nuova copertina per il cinquant(un)esimo anniversario con il mix originale di John Cale). Così sono nate le migliori copertine della storia del rock, con quel contrasto, quella tensione. Provate a casa. Eppure il nome the Stooges si può leggere anche in un altro modo: era quasi onomatopeico, era come se a pronunciarlo si descrivesse una caduta, un incidente, un meteorite precipitato, qualcosa di forte e ineluttabile.

L’ elemento psichedelico, destinato ad infrangersi, è interamente esaurito con We will fall che fu un’ idea di Dave Alexander, il membro più vicino ad alcune correnti alternative dell’epoca, e quindi We will fall è l’unico elemento che rende l’opera “datata”; neanche 1969 o Real cool time con quell’eccesso di wah-wah riescono ad essere datate come We will fall, che è quindi da considerare come è il pezzo che rimane un po’ indietro, l’unico episodio che si è dato da fare per rimanere obsoleto ma Iggy e gli altri furono comunque felici di inciderlo e ache oggi Iggy non lo disdegna, a differenza di molti ascoltatori.

Ma tornando all’omissione dell’elemento psichedelico, “The Stooges” è un pugno secco, dritto sul naso dello “scopiamo via la morte” di Re Lucertolone e il suo magic trio proto-New Age. No, cazzo, la morte è qui, la miseria è qui, è in mezzo a noi e vogliamo vederla, è sui muri, nei tombini di Detroit, e non c’è bisogno di andarsene a “irrompere dall’altra parte” per avere una vita migliore, il mondo è questo, non puoi rinnegare l’orrore e pensare ci sia solo amore, devi farlo venir fuori, non puoi continuare ad evadere con gli acidi. D’altro canto, ogni persona dotata di un minimo di buon senso e convalescente dai postumi dell’alienazione può invece cercare un po’ di conforto nell’eroina, perché vuole solo stare bene e ama il mondo e ci vuole vivere, non vuole fluttuare nell’iperspazio colorato in cui stavano scivolando anche i Rolling Stones nel periodo arcobaleno, ma dov’era finito Dio in quel periodo?? L’arte deve prendere dal reale, altrimenti è imitazione, e l’imitazione è noiosa, vero Jimmy?

E quindi, per concepire un album come “The Stooges” ci vuole una certa dose di tensione e questa tensione va veicolata con elementi di realtà: la noia, le ragazze, le avventure di quartiere, le perversioni catartiche, Now I wanna be your dog!  Sono quei sentimenti così semplici ma così potenti dall’essere tirati fuori fino all’esacerbazione, è questo che ha influenzato il rock a venire, urlare la propria vita, urlare questi pochi elementi per farli uscire dall’oscurità e dire finalmente “Hei ragazzi, siamo noi e qui è una merda! No Fun!” e cibarsi delle ostilità di pubblico e critica.

Quindi cos’è “The Stooges”? Il declino della società occidentale? Il manifesto narcisista, nichilista, masochista di una generazione? Un’idiozia adolescenziale? Niente di tutto ciò. “The Stooges” è il coraggio di venir fuori sul palco e fare la figura dell’idiota, farsi chiamare Iggy Stooge per attirare a sé qualsiasi tipo di beffeggio (e di oggetti sul palco). È la decostruzione della mascolinità divina Zeppeliniana verso una dimensione più terrena, corporea e apocalittica, è l’annullamento di qualsiasi tipo di spossatezza, di noia, di boriosità da grandi star del rock. È la più grande smorfia che sia mai stata incisa su vinile.

Infine, tornando a come suonare come gli Ashton: sappiamo che “The Stooges” ha insegnato a molti ragazzi a suonare pezzi senza dover prendere lezioni di solfeggio ma quello che stupisce è che se sentiamo una cover di quest’album, nessuno si avvicina a quell’alchimia che creavano Ronny e Scottie, quel groove che c’era tra i due non lo sa spiegare neanche Iggy oggi. Era il modo in cui Ron toccava quegli accordi scarni come se ci ballasse sopra uno swing, e la postura di Scott non era affatto rock, bensì jazz; stava dritto come seduto sul trono, impassibile e minaccioso, stava così quando registrava “The Stooges” sotto gli occhi di Danny Fields e stava così quando li vidi a Torino nel 2003, dove al basso c’era nientemeno che Mike “Tagliaboschi” Watt. E fu durante quel concerto, in cui suonarono praticamente solo i pezzi dei primi due album, che capii che gli Stooges non erano mai stati né al posto giusto, né al momento giusto, ma era l’incontro tra quelle quattro anime a produrre il capolavoro, riconosciuto anni dopo come tale, il disco che influenzerà pressoché tutti, a prescindere dal genere. E quell’”I love yyyou!” nel finale di Ann è tutto ancora nelle band che oggi valgono qualcosa, riconoscetele, sono poche ma ci sono e sono nate 50 anni dopo “The Stooges”.

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