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“Painkiller” dei Judas Priest, ovvero la pesantezza

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Non fatevi troppe illusioni. A salvarci dalla fine del mondo non sarà un vaccino o qualche altro tipo di prodigio scientifico. A tirarci fuori dalle grinfie del quarto cavaliere dell’Apocalisse sarà una creatura angelica dalla pelle cromata che, a bordo di una mostruosa motocicletta d’acciaio, piomberà sulla Terra alla velocità di un proiettile, pronta a schiacciare il male sotto le sue ruote letali.

Le tremende seghe circolari montate sul bolide infernale che campeggia sulla copertina di “Painkiller” vi preoccupano? È perché non vi siete ancora sottoposti al brutale assalto percussivo che caratterizza i primi secondi della straordinaria traccia d’apertura di questo album. Una scarica pazzesca di doppio pedale, piatti e rullante gentilmente offertaci dal batterista Scott Travis: i Judas Priest decisero di far partire con il suono di una carneficina un lavoro che, a distanza di trent’anni dalla pubblicazione, resta impresso nel cuore di ogni appassionato di heavy metal che si rispetti.

La dodicesima fatica in studio partorita dalla band britannica sbarcò nei negozi di tutto il mondo pochissimi giorni dopo la fine di un assurdo processo che vide coinvolti in prima persona Rob Halford e soci. Nel 1985 due ragazzi americani, Raymond Belknap e James Vance, decisero di togliersi la vita per motivi apparentemente oscuri. I genitori, giustamente disperati, accusarono del fattaccio proprio gli idoli musicali dei loro poveri figli: i Judas Priest, naturalmente. La colpa? Aver nascosto un messaggio subliminale in grado di spingere gli ascoltatori al suicidio in Better By You, Better Than Me, un brano uscito alla fine degli anni ’70.

I giudici statunitensi, senza particolari sorprese, si rivelarono più assennati della maggior parte dei loro connazionali; per la gioia della comunità metallara, il quintetto fu assolto con formula piena. Lo sfregio, tuttavia, restò. Tutte le offese subite nel corso di una vicenda tanto paradossale, unite al veleno accumulatosi a seguito di decisioni non comprese appieno dai fan (vedi il sound sintetico di “Turbo”, o la non riuscitissima cover di Johnny B. Goode su “Ram It Down”), segnarono in maniera indelebile il percorso creativo che portò alla nascita delle dieci tracce di “Painkiller”.

Se volete, consideratele pure delle valvole di sfogo. Al mio orecchio suonano più come bombe pronte a esplodere. Questo disco va oltre i confini tradizionali dell’heavy metal: è l’epitome stessa della pesantezza. Il sound è grosso, spesso, granitico e rovente; un suppostone di piombo modellato con l’obiettivo di dilaniare il condotto uditivo (senza stare a scomodare orifizi ben più delicati). E l’impatto è devastante sin dalla prima frazione di secondo.

La possente batteria di Travis, all’epoca new entry della formazione, regala alla title track quel tocco di cattiveria che l’ha resa leggendaria. In Hell Patrol le chitarre di Glenn Tipton e K. K. Downing, contorniate da una sezione ritmica marziale, cesellano riff potenti ma melodici, perfetta cornice per lo stile epico del pezzo. Da qui in poi, riprendendo il titolo della formidabile All Guns Blazing, i Judas Priest procedono “ad armi spianate”.

C’è da farsi male: Leather Rebel e Metal Meltdown avanzano con la potenza di un rullo compressore, mentre un Rob Halford quanto mai in forma si diverte a farci sanguinare le orecchie con i suoi acuti disumani. Le sfumature dark di Night Crawler ci traghettano verso i cieli plumbei della diabolica Between The Hammer & The Anvil, contraddistinta da “leggerissimi” rintocchi di incudine e martello. Si respira aria di grandiosità in A Touch Of Evil, il secondo singolo estratto da “Painkiller”; i ritmi rallentano, le tastiere di Don Airey aggiungono un’atmosfera “kashmiriana” e il ritornello si stampa in testa già dal primo ascolto.Il breve intermezzo Battle Hymn fa da introduzione a quella che è una vera e propria chiamata alle armi: One Shot At Glory, la mazzata finale. Una chiusura titanica per un album monumentale.

Se la musica di oggi vi fa schifo e cercate un qualche tipo di conforto, andate a ritroso fino al lontano 1990. Solo così troverete il vostro “antidolorifico”.

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