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En Minor – When The Cold Truth Has Worn Its Miserable Welcome Out

2020 - Housecore Records
blues

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Tracklist

1. Mausoleums
2. Blue
3. On The Floor
4. Dead Can’t Dance
5. Love Needs Love
6. Warm Sharp Bath Sleep
7. Melancholia
8. This Is Not Your Day
9. Black Mass
10. Hats Off
11. Disposable For You


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Sin da quando, in imberbe età, scoprii i Pantera dei prodigi vocali di Phil Anselmo pensai ad uno spreco, se accostati al solo metal, in qualsiasi veste ed accezione pensabile e possibile. Poi venne il momento di ascoltare i Down e già qualcosa cambiò. Quel che sentivo era la venatura di radici che affondavano lontano, in una cultura fatta di rituali dimenticati, chitarre suonate sul Delta del Mississipi. Ma non bastò. Fu solo con la collaborazione assieme a Jarboe che mi resi conto che avevo ragione. Phil poteva molto altro ancora, ma i tempi non erano maturi. Ad un certo punto ho pensato non lo sarebbero mai stati.

Ecco affiorare, allora, dalle nebbie delle paludi un nome: En Minor. Finalmente il sogno si compie, è ora. A sentire il cantante, la cui anima (e il corpo) coincide con quella di New Orleans, quello che sentiamo in “When The Cold Truth Has Worn Its Miserable Welcome Out” ha cominciato a prendere forma quando, a nove anni, gli fu regalata la sua prima chitarra. Poi nel 1988, con il suo primo quattro tracce. Poi nel 1993 a NOLA e con un nuovo registratore. Katrina spazza via tutto. Ma nel 2012 l’incontro con l’ex-16 Horsepower (chi non li ricorda, bacchettata sulle mani) Steven Taylor riporta tutto a galla. L’uragano non ha piegato lo spirito, lo ha rafforzato. Il dolore ha fatto il resto. L’anima nera anche. Nera e spietata.

Che disco, questo disco. Che spirito profondo e inquieto, freddo come le acque del fiume in inverno, scaldate dal sangue che vi scorre dentro, fino al Delta, per perdersi, anzi no, per tornare, risalendo la corrente, stagnando, divenendo un vortice che attorciglia budella, cuore e anima assieme. Che voce, la voce di Phil, così indebitata col delta blues, così corrotta dall’outlaw country, così toccante, concupiscente. Nascosto dai muscoli del golem ecco quell’animo vellutato in apparenza, ruvido nelle intenzioni, corroso dalla vita.

Se il doom smette di essere un genere e si tramuta in una mera sensazione e va ad infestare come uno spettro le mura di una casa costruita con mattoni scarlatti, le pareti tappezzate di morbose delizie acustiche, con i cavi nei muri a far passare elettricità quel tanto che basta per far accendere fioche luci che rendono il tutto più a fuoco che mai. Un fuoco che non abbaglia ma che brucia dentro. Strali di epica roots che investono come cavalier serventi nelle vene, momenti di asfissia abissale asportano l’animo in cimiteri sospesi tra sogno e realtà, ballate scheletriche per il giorno dei morti sbattute da ottoni pesanti, esangui coltellate western al crocevia col Diavolo in persona, con il suo codazzo di servitori a tener banco su cori che ascendono al proibito in disperate richieste d’amore che si accostano timidamente a dolci pennellate di un folk che nulla ha di americano (ma di certi antenati irlandesi sì).

Se, tra un colpo di scure e uno di fucile vi sembrerà di sentire Tom Waits nel suo periodo “Blue Valentine”, perché se imbastisci scenografie urbane notturne, tra strade bagnate e insegne (de)cadenti è inevitabile, come quando rendi il blues una chiazza di plasma su un completo richiamerai alla mente nientemeno che Lanegan, quello migliore che richiama il finimondo con la gola, arte che a Phil riesce meglio che a chiunque altro.

E visto che alla fine del mondo pare ci sia da un po’ di anni che ci sia almeno una signora colonna sonora. Questa lo è.

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