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Back In Time

“Down Colorful Hill”, la collina colorata non è un’immagine sorridente?

Down Colorful Hill” è un sorriso. Si ho iniziato così volutamente, non vorrei che il livello di noia/essere scontati possa raggiungere un certo livello. Il mio intento principale è sì quello di spiazzare perché “Down Colorful Hill” condivide il gradino più alto del podio del Gran Prix di ‘Album più “”triste”” della storia’ insieme a “I Could Live In Hope” dei Low, ma in fondo penso davvero che Mark Kozelek abbia creato un sorriso. Come cazzo fa l’album più triste della storia a far scaturire un sorriso? “Down Colorful Hill” è coraggio, quello di tradurre in note il tormento di un essere umano (il prima citato Kozelek). Chi è in grado di farlo? “Down Colorful Hill” come il compagno di podio, ti porta in una stanza chiusa dove ti trovi faccia a faccia con le tue angosce. “I Could Live In Hope” ti lascia li, “Down Colorful Hill” ti porta lì per abbracciarti, per farti capire in quei momenti in cui ti senti solo, che molto probabilmente non lo sei. Ecco perché alla fine “Down Colorful Hill” è un sorriso.

È un sorriso perché nonostante abbia un carico emotivo che pochi altri lavori possono vantare, è un album semplice. Quando la semplicità crea sentimenti di una certa portata, almeno io, ne sono compiaciuto, per usare un eufemismo. Sei tracce, tutte caratterizzate da arrangiamenti semplicissimi; eppure la maggior parte supera i 6 minuti di durata, due che si aggirano addirittura intorno ai 10 minuti. Potrebbero/dovrebbero facilmente stancare delle canzoni “”semplici”” di 10 minuti e invece no, ognuna di esse ti cattura e ti rimbocca le coperte di quel letto raffigurato in copertina, spoglio, povero, che ad ogni minuto diventa più comodo. Quel letto chiuso in quattro mura grigie che ad ogni minuto fanno meno paura. Quel letto che in fondo diventa semplice, essenziale, proprio come le canzoni che racchiude. Semplicità ed essenzialità, non sono due componenti che potrebbero tanto aiutare a far apparire un sorriso?

Kozelek non canta, sospira. Sospira via tutti i suoi fallimenti, i suoi problemi, la sua tossicodipendenza le storie fallite tutto. Battete un colpo se conoscete una voce passionale come la sua. Egli è una cristallina rappresentazione di una delle idee più belle che sta dietro la musica, quella di infondere prima un sentimento, un’idea, un’immagine, mettendo la musica stessa in secondo piano. Quello di Kozelek non è un esercizio di stile, è un tentativo di redenzione. E se quel “giovane che sognava il suicidio” in 24 era lui beh, adesso ha 53 anni, ne son passati quasi altri 24 e quel “sogno” non si è realizzato. Ecco, mi piace pensare che abbia sospirato i suoi incubi e trovare un sorriso in più.

Down Colorful Hill” è sentimento puro ed album che possono vantare questa purezza sono pochi. Così come pochi album possono vantare una simbiosi tra musica e canto come quella tra Kozelek e i brani della collina colorata. Che poi ecco, l’immagine della collina colorata non è un’immagine sorridente? La collina colorata in questione è la Nob Hill a San Francisco, luogo in cui Kozelek viveva durante la registrazione del disco. Forse è il desiderio di vedere quel posto non come un luogo di fatica, bensì un luogo per sospirare via, trovarsi infine in discesa con l’animo a gravità zero, senza pesi. “Down Colorful Hill” non fugge dalla tristezza, l’asseconda, è consapevole che la tristezza è una sensazione (più che) comune dalla quale fuggire o metterla sotto al tappeto può essere futile, qualcosa di cui vergognarsi. Assecondarla, per trovarsi finalmente con un grande sorriso, sulla collina colorata.

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