Impatto Sonoro
Menu

Recensioni

Cults – Host

2020 - Sinderlyn Records
chamber pop / shoegaze

Ascolta

Acquista

Tracklist

1. Trials
2. 8th Avenue
3. Spit You Out
4. A Low
5. No Risk
6. Working It Over
7. A Purgatory
8. Like I Do
9. Masquerading
10. Honest Love
11. Shoulders To My Feet
12. Monolithic


Web

Sito Ufficiale
Facebook

A tre anni di distanza da “Offering”, tornano con un nuovo long i newyorkesi Cults. Il duo composto da Madelin Fallin e Brian Oblivion ha ormai un modus operandi consolidato: polistrumentisti, compositori, autori di testi e producer, non serve altro. In rigoroso stile indie, “Host” è self made, sebbene a sto giro qualche grande nome nei credits si affacci: si va da Shane Stoneback alla produzione – che aveva già collaborato con i Cults agli esordi – al leggendario mixer di John Congleton, passando dal master di Heba Kadry.

Dodici tracce, un lavoro concepito di fatto in tre anni, nel bel mezzo del quale Madelin si è rivolta a Brian dicendo più o meno: “Sai che ho scritto un pacco così di canzoni? E se ne mettessimo qualcuna nel nuovo disco?”. Non si sa quale sia stata la reazione di Oblivion a queste parole, fatto sta che aprire quel “pacco” ha dato una svolta definitiva all’album.

Storicamente, i dischi dei Cults hanno sempre quel retrogusto vintage, che consente di compiere un viaggio convinto e convincente attraverso le sonorità tipiche dei vari decenni del XX secolo. La proposta musicale, in un mondo che pullula di revival in qualsiasi salsa, non ha mai preso le sembianze di una banale rimpatriata per nostalgici. Soprattutto, ha sempre mantenuto al centro del progetto quelle atmosfere dreamy tipiche di uno shoegaze nato negli anni ’80, ma che si rinnova ad ogni decade che passa. In questo primo decennio di vita si può dire che le sonorità effimere e la voce eterea di Madelin rappresentino il caposaldo del duo.

Non fa eccezione “Host”, che affronta la fatica del vivere moderno, a maggior ragione se ci si trova a spendere i propri giorni in una metropoli come New York, tra stress, alienazione, solitudine: un mix che gli abitanti della Grande Mela trasformano ben presto in paranoia. Le tracce sono brevi, si superano a fatica i tre minuti e mezzo: una scelta stilistica che strizza l’occhio da un lato all’inserimento in pianta stabile di taluni pezzi nelle rotazioni radiofoniche, dall’altro ad una tendenza alla sperimentazione, racchiusa in pochi ma essenziali trame.

Il primo singolo e starting-track, Trials, è un pop confidenziale che profuma di anni ’80, sulla cui falsa riga ma in salsa slow funk si muove la successiva 8th Avenue. Con Spit You Out, pezzo sorretto da una bella drum machine, si fa un salto nel decennio novanta, confermato pienamente in A low.

Dopo i primi quattro brani tipicamente impostati per una fruizione di massa, superando la trascurabile Working It Over, i Cults si prendono qualche libertà compositiva. Dallo spoken word di No Risk allo stranissimo giro armonico di A Purgatory, dal clubbing di Like I Do – contraddistinta da un bel cambio di tempo – al trip hop di Honest Love e dell’ancor più destrutturata Shoulders To My feet. C’è appena il tempo per l’indie più classicheggiante di Masquerading e per la conclusiva Monolithic, che chiude il disco così come Trials lo aveva iniziato.

Detto con accezione assolutamente positiva, con “Host” ritroviamo i soliti Cults: variegati, poliedrici e con sufficiente voglia di sperimentare. Non stiamo parlando di un capolavoro, ma “Host” è un disco compatto, che va dritto al punto pur con qualche sbavatura. Dopo dieci anni sulle scene e quattro album pubblicati, possiamo quindi parlare di uno stile ormai acquisito e ben delineato. Un piccolo mattone, che però fa ben sperare pensando al futuro del movimento indie d’oltreoceano.

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Altre Recensioni