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Back In Time

“Badmotorfinger”, un cuore che pompa benzina

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Il mondo nel 1991 era un posto sporco, triste e pericoloso. La Guerra del Golfo appena conclusa, quelle Jugoslave pronte a detonare, l’eroina dilagante, la Strage del Pilastro, la morte di Freddie Mercury, la nascita del TG4. Il grunge mette le radici nel male, nell’insicurezza, nel buio e porta la luce nera del malessere sotto i riflettori di MTV. Una rivoluzione è in atto, le vittime più di quelle che potremmo accettare, i dischi sono splendidi e il loro grido echeggia ancora oggi, nel 2020.

Quattro ragazzi si chiudono in studio con Terry Date, pronti a donare al mondo la colonna sonora perfetta per il terrore che dilaga nei vicoli e nella mente delle persone, c’è bisogno di una voce di cristallo e acciaio che si porti via tutto, che lenisca le ferite mentre ci getta sopra sale e gasolio. I Soundgarden possiedono quella voce. I Soundgarden stanno per imprimerla su disco. I Soundgarden sono pronti a conquistare il mondo e darlo ulteriormente alle fiamme.

Badmotorfinger” è il terzo lavoro della band, è l’album che li porterà fuori dai cunicoli dell’underground ed è, a tutti gli effetti, il loro disco più efferato, potente, violento, splendido. A loro di raggiungere il successo con quattro o cinque canzoni facilotte non frega un cazzo. Non vogliono tagli netti, ma muscoli laminati di metallo e ruggine, vogliono che il cuore pompi benzina quando Rusty Cage entra storta nelle casse e la voce di Chris irrompe sulla scena, sempre più lontana da quanto i loro colleghi stanno facendo nello stesso identico istante. Johnny Cash non può aver sbagliato a metterci sopra il cappello.

A scriverne a posteriori della perdita, quando su Somewhere intona “And I die to die, and I cry to cry. But I know why” colpisce lì dove non vorresti lo facesse, però è troppo bella per incupirsi, è come volare senza pantaloni. I riff ora plumbei, ora scintillanti di Kim e quelle autostrade infinite asfaltate da Ben e Matt sono inscindibili, arrivano da così tanti posti e confluiscono qui, sorvolano il bipolarismo grezzo di Outshined o la disperazione psicotropa di Searching With My Good Eye Open. Dita puntate sui Cristi pop, lancio di coltelli sulla croce fasulla di dèi danarosi, Jesus Christ Pose è così seria che diviene immortale, oltre l’odore di santità verso un demone interiore che striscia tra le ossa arrugginite a contatto con l’acqua santa, Holy Water come veleno.

Tutto è spiritual, tutto è dissacrante, quando il doom è così peso che il metal s’incrina e del termine grunge non rimane nemmeno una cicca di sigaretta pestata da migliaia di passanti distratti da una vita che comincia ieri, invece è il domani che grida come fa Chris su Room With A Thousand Year View, col sassofono che ricorda Iggy e i suoi Stooges e li saluta con un cenno. Santi subito perché Slaves & Bulldozers è metallo durissimo e pop d’antan, psicato duro su Mind Riot, allucinato come solo gli allucinati veri sanno essere. Come solo i giganti svettano su tutti e bruciano presto le tappe verso il cielo, bucano le nuvole di modo che tutti possano vederli dimenarsi per poi cadere.

Fuori piove ma io non sono triste. Perché i Soundgarden continuano a vivere ed esistere. Oltre la tragedie, fregandosene della fredda terra del camposanto. Immortali, essi ritornano e risorgono, ogni volta, col miracolo della tecnologia e il supporto di quello che ci sente crescere in petto ad ogni grido, ad ogni graffio elettrico, ad ogni respiro impresso su nastro. Distrugge le sbarre e corre fuori, impazzito. Libero. Non smetterà mai di farlo.

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