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The Ocean : Phanerozoic II: Mesozoic | Cenozoic

2020 - Metal Blade Records / Pelagic Records
post metal

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Tracklist

1. Triassic
2. Jurassic | Cretaceous
3. Palaeocene
4. Eocene
5. Oligocene
6. Miocene | Pliocene
7. Pleistocene
8. Holocene


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Sarà decisamente impossibile dimenticare questo infame 2020, anche quando parliamo di musica. Per me sono giunte delusioni dove prima c’era amore indefesso e sorprese che hanno rimpiazzato precedenti disinteressi, se non antipatie vere e proprie. Ecco tornare i The Ocean, ed ecco che il secondo caso di cui sopra prende forma, come un’onda, qualcosa di inaspettato.

È così che un’iniziale diffidenza (leggo The Ocean Collective e penso “non di nuovo”), di ascolto in ascolto si è tramutata in altro. Interesse, stupore, comprensione. Non è l’effetto che mi fece “Phanerozoic I: Paleozoic” (“non di nuovo”), anche se qualcosa si stava muovendo, sia in me che nel collettivo di stanza a Berlino, è qualcos’altro. Discutendone con il mio eminente Maestro evisceriamo ciò che “Phanerozoic II: Mesozoic | Cenozoic” è in realtà: il passo in avanti che serviva, la necessità e l’urgenza. Un potere descrittivo che sorvola le ere terrestri e le liquefà per solidificarle in una massa di duro acciaio senziente, che si muove tra passato remoto, prossimo, presente e, forse, futuro.

Mostri che si muovono lentamente, lasciando indietro nella propria evoluzione le vestigia che li rendevano inappropriati per il passare del tempo. Da qui a dire che l’immensa creatura di Robin Staps abbia acquisito un’originalità che non ha mai posseduto ne passa, ma ecco che le influenze spostano l’asse delle composizioni verso territori più a fuoco, anzi, a ferro e fuoco, perché la prepotenza con cui il Collective raddrizza le svisate prog acquisendo un’urgenza propria di altri lidi (si sentono Tool e Rush dappertutto), e l’urgenza, che in campo post metal spesso è una chimera, qui si definisce, prende forma, è reale.

Complice il magistrale lavoro di Loïc Rossetti, la cui voce è al massimo della forza, i brani hanno continuità e le progressioni prendono il corso del fiume. È una potenza strabordante quella che li investe, il furore e l’assalto sono compagni di viaggio ideali, districano le matasse di chitarra e sbattono sul -core, l’impatto doloroso fa esplodere le finestre (Palaeocene, Triassic), galassie vocali costellate di melodia si espandono oltre l’incredibile durezza di un impianto strumentale labirintico e inferocito (Jurassic | Cretaceous racchiude in sé un universo adamjonesiano di pregiata fattura abbellita dalla presenza di Jonas Renkse, Holocene è una foto di Geddy Lee nel deserto, Miocene | Pilocene rallenta nello spazio) quando non sono impegnate a indossare vestiti pop-progressive che danno allucinazioni (Eocene e Pleistocene si affrontano a colpi di grazia e synth da lontano) e si scompaiono nel nulla in affrante suite strumentali (Oligocene è una passeggiata in un mondo nuovo). Il tutto vortica fino alla vertigine per poi assestarsi e ricominciare a girare in una rotazione impazzita.

Il livello toccato è di quelli davvero alti, adeguato ad un concept che prende in esame l’evoluzione del nostro pianeta che, infine, è arrivata anche per i The Ocean. Che batosta mi sono preso.

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