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Back In Time

“Automatic For The People”, l’album di ricordi dei R.E.M.

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Ho sempre visto nella musica dei R.E.M. immagini di quell’America meno nota, crepuscolare, lontana dalle grandi città, fatta di lunghe lingue d’asfalto consumato e di paesaggi malinconici e sempre magnifici al tramonto. Linee di orizzonti sempre troppo lontani per essere attraversati e il rumore del vento a corredare il passaggio veloce di un auto con a bordo 4 ragazzi poco più che adolescenti in cerca di una loro connotazione in un mondo che non accetta sfumature, ma solo stacchi netti di colore.

In un contesto così superficiale, la musica dei R.E.M. non ha mai cercato nessuna collocazione. La missione dei 4 ragazzi di Athens, Georgia, è sempre stata quella di fare la loro musica. Di fronte a quest’affermazione si potrebbe banalmente contestare dicendo semplicemente “Ma perché? Non è per tutti così?”. No, non è per tutti così. Non lo è affatto. E quando dopo l’enorme successo, smisurato, proprio diAutomatic For The People nel 1992, la casa discografica li avrebbe voluti in tutto e per tutto come la risposta americana agli U2, loro risposero che non sarebbero andati neanche in tour. Così, mentre Bono iniziava i concerti facendo il passo dell’oca sullo sfondo di enormi schermi televisivi, Micheal Stipe e soci erano ancora li, seduti a guardare l’America, la loro America.

Automatic For The People è un disco meraviglioso. Di una bellezza ancora disarmante e della quale fortunatamente non ci si abitua mai. Ricordo l’uscita di “Out Of Time” nel 1991 e gli innumerevoli passaggi televisivi del video di Losing My Religion, che regalarono finalmente il meritato successo e la popolarità ad una band che forse non l’aveva mai cercata fino in fondo. E ricordo anche quando, appena un anno dopo l’uscita di quel disco, sulle prime note di Drive, primo singolo estratto daAutomatic For The People”, fosse chiarissima la volontà della band di azzerare tutto.

Non erano più la college band degli inizi, manifesto della scena indie americana, osannata dalle radio universitaria. O forse, invece lo erano ancora, ma proprio per questo, in un contesto di una possibile confusione identitaria, i R.E.M. continuarono ad essere loro stessi pur reinventandosi, continuando a negarsi agli assoli di chitarra in stile anni ‘70 e a quel suono di Seattle che però avrebbero abbracciato nel disco successivo, “Monster” del 1994.

Automatic For The People è un disco fuori dal tempo e proprio per questo ancora attuale. Divenuti star mondiali, Stipe, Buck, Mills e Berry scartarono una dopo l’altra tutte le idee in linea con i loro dischi precedenti in favore di nuovi spunti, ma a differenza di quanto successo agli U2 con “Acthung Baby”, furono pochi i fan della prima ora che finirono con lo storcere il naso. Il risultato furono 12 tracce bellissime e convincenti, capaci di traghettare l’indie rock sul palcoscenico mainstream e i numeri delle vendite del disco (18 milioni di copie ad oggi) sancirono senza dubbio la riuscita dell’esperimento.

Nessun altro disco di quell’anno suonava come quelle 12 canzoni. La loro carriera era decollata con “Out Of Time”, ma fu dopo quel 5 ottobre 1992, data di uscita diAutomatic For The People, che il nome dei R.E.M. divenne storia della musica rock. Un album crepuscolare, intimista e riflessivo, il cui tema, a detta di molti, è proprio la morte. Un disco che parla di ricordi, di luoghi interiori dell’animo umano, di abbracci struggenti, di perdite, ma che in definitiva, così come è sempre stato nella musica dei R.E.M., non smette mai di parlare di speranza.

Parlare nello specifico di ogni singola canzone significherebbe perdersi in mille risvolti emotivi che mi terrebbero qui a scrivere (piacevolmente) per ore e ore. Non lo farò. Per quante parole si possano usare per descrivere canzoni come The Sidewinder Sleeps Tonigt o Try Not To Breathe, o ancora Monty Got A Raw Deal e Sweetness Follows, ci si rende conto di come ogni traccia sia espressione diversa di uno stesso volto. Un volto segnato dalle rughe che il tempo scolpisce sulla nostra pelle.

Nessun episodio minore o meno significativo è presente in questo album, neanche le brevi Star Me Kitten o New Orleans Instrumental no.1 risultano meno ricche di pathos emozionale. L’atmosfera che lo pervade rimane invariata, mantenendo la stessa immutata essenza e tensione dalle prime note di Drive fino alle ultime di Find The River, passando attraverso inni struggenti e dolcissimi come Man On The Moon, Everybody Hurts e Nightswimming.

Segnata la strada, i R.E.M. hanno continuato il loro percorso sempre senza ripensamenti, neanche dopo che Bill Berry decise di uscire dal gruppo e di dedicarsi al suo orticello e alla sua famiglia 24 ore su 24. Altre band hanno avuto il coraggio di reinventarsi nel corso della propria carriera, ma a differenza di chi ha poi deciso di fare parziale marcia indietro, i ragazzi di Athens, una volta superate le colonne d’Ercole, hanno proseguito dritto senza nemmeno voltarsi a fotografarle come ricordo.

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