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Back In Time

“Heroes” di David Bowie, l’eroe senza maschere

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Ziggy Stardust è morto da tempo, il Duca Bianco ormai in pensione  e nella seconda metà degli anni Settanta è arrivato il momento di conoscere un Bowie essenziale e puro. Nel ‘76 David Bowie si rifugia a Berlino con l’amico Iggy Pop per disintossicarsi dall’abuso di cocaina; in quegli anni Berlino era una città divisa dal muro: triste, deprimente, ma una città desiderosa di cambiamento, nido di artisti in cerca di ispirazione e culla di nuovi generi e avanguardie artistiche come il krautrock.

Heroes” è il secondo album della trilogia berlinese, si colloca nel mezzo tra “Low” e “Lodger”. È l’unico dei tre ad essere stato interamente registrato a Berlino nelle enormi stanze degli Hansa Studios, studi storici della Berlino Ovest situati a ridosso del muro. Tony Visconti ha saputo valorizzare al meglio il sound unico di questa location: si accorse che nella stanza si creava un riverbero naturale e riuscì ad inciderlo su disco piazzando un solo microfono panoramico ad un’estremità dello studio. L’elettronica nobile di Brian Eno, la chitarra psichedelica di Robert Fripp e ovviamente la voce di Bowie, che in questo album sembra più in forma che mai, danno vita a un lavoro immortale e una pietra miliare della storia del rock.

La traccia d’apertura è l’accattivante e sofisticata Beauty And The Beast, brano che lascia spazio a innumerevoli interpretazioni ma la più accreditata è che la “beast” in questione sia proprio la cocaina. Si passa poi a Joe The Lion, probabilmente ispirata a Chris Burden, artista che si fece crocifiggere su un’auto “A couple of drink on the house and he said tell you who you are if you nail me to my car”. L’immaginifica ballata Sons On The Silente Age con il suo straziante sassofono e la futuristica Blackout chiudono il lato A.

Ma questi brani, seppur eccelsi,  sembrano fare da sipario a lei: la title track. Brano semplice ma potentissimo: i sintetizzatori di Eno, la chitarra di Fripp, la voce di Bowie, tutto in questo pezzo sembra essere in equilibrio mistico per regalarci  sei minuti di puro godimento. L’ispirazione nacque quando Bowie vide due innamorati dalla finestra degli studios, sotto la torretta di guardia del muro, la leggenda vuole che fossero proprio Tony Visconti e una sua compagna dell’epoca.

Sono in molti a considerare questo brano un inno alla vita e all’ottimismo, ma in realtà: “We can be heroes just for one day”, solo per un giorno possiamo essere eroi urla rassegnato Bowie nella seconda parte del brano; anche il titolo dell’album è tra virgolette proprio a sottolinearne il significato ironico.

È ora di girare il disco e lasciar cadere la puntina sul lato B, lato che ci trascina in un futurismo elettronico senza precedenti. Brani quasi completamente strumentali e sperimentali dove lo zampino di Eno e l’influenza kraftwerchiana si fanno sentire eccome!

Dalla fastosa V-2 Schneider a un viaggio tra le desolate vie di Berlino con la tetra e cupa Sense Of Doubt, segue la mistica Moss Garden; ma è Neukoln la traccia più sperimentale dell’album, con il suo sax semidistorto che duetta con una chitarra quasi impercettibile. Chiude il disco l’orientaleggiante The secret life of Arabia brano che anticipa le sonorità del successivo “Lodger”. Lato B per molti ma non per tutti.

Dopo mille volti, l’alieno diventa uomo, il nuovo David Bowie è in bianco e nero e senza maschere, tutto sembra fresco, e tutto terribilmente reale, le sue sensazioni, le paure di quel particolare momento storico ci vengono servite su un piatto d’argento; complice Berlino, complice un team composto dalla avanguardistiche menti, noi comuni mortali non possiamo fare altro che ascoltare estasiati e dopo l’ultima nota sperare che arriverà anche per noi il nostro unico giorno da “Eroi”.

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