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“Una cosa divertente che non farò mai più”

(c) Travis Shinn

Quella sensazione di eccitazione a bassa ed alta intensità che ho sempre provato ad un concerto, nell’attesa che i vari gruppi della serata uscissero sul palco e cominciassero il loro show, inconcepibilmente l’ho provata anche mentre il countdown sullo schermo del mio computer scorreva fin verso lo zero, in alto a sinistra la dicitura “Puscifer Live”. Divorato dai dubbi, non andavo davvero ad un live da un secolo, fino ad oggi tornavo nei locali solo per scattare le foto d’ordinanza, mi godevo quel poco mentre lavoravo, per poi tornare a casa, né vuoto, né pieno. Vecchio, dentro più che fuori. Forse troppo abituato. Magari annoiato. E sì che non erano cose da poco. Il problema ero io.

Mi chiedevo, in quei 45 minuti di pre-show, mentre scorrevano i video della band di Carina Round, Mat Mitchell e Maynard James Keenan, se valesse la pena essere emozionati. Viviamo in una situazione oggettivamente inusitata, che ci obbliga (o dovrebbe) a starcene a casa, dunque ci si è adattati, e hanno cominciato a fioccare i “concerti” in streaming. Perché tra virgolette? Perché forse non è nemmeno questa la dicitura corretta. I Puscifer avrebbero suonato live? No. Quindi? Non lo so.

Dicevo, i dubbi, sì, perché tante sono le domande che si può porre dinnanzi ad una forma performativa di fatto nuova, ma che potrebbe avere un suo sviluppo, un’evoluzione specifica, che passa attraverso tappe specifiche. Quella più imponente non può che essere: “Potranno tutti rendere una performance digitale interessante come un concerto vero e proprio?”. Il responso ha preso forma nella mia mente mentre osservavo il quintetto muoversi sul proscenio di uno spettacolo in tutto e per tutto lontano da quello che comunemente intenderemmo come evento musicale tout court. Per comprendere la scelta fatta dal gruppo bisogna andare alla base della concezione del luogo selezionato da Mitchell e soci per l’evento in questione.

Arcosanti è un esperimento architettonico facente riferimento al termine arcologia, neologismo inventato dall’architetto italiano Paolo Soleri, che racchiude in sé le parole architettura ed ecologia. Nella sua mente le strutture da lui progettate e create avevano l’utopica finalità di accogliere una comunità autosufficiente che potesse anzitutto coabitare con l’ambiente circostante traendone fonti riciclabili di energia, nel modo più ecosostenibile possibile. Non solo, Soleri immaginava che le comunità abitanti le sue città futuribili dovessero aderire a quello che, a mio modo di vedere, si avvicina molto al socialismo anarchista malatestiano, in uno scambio continuo, culturale, lavorativo e umano. Per l’architetto nato a Torino: “Il concetto di arcologia racchiude in sé l’idea della necessità di un cambiamento di coscienza e di atteggiamento – la percezione del fatto che il nostro attuale modo di vita è, probabilmente, non sostenibile e forse persino non etico (…). Qui, dove vita e lavoro sono una sola cosa, non puoi isolare l’uno dall’altro. In molti aspetti, le persone che stanno lavorando qui sono eroi.” Questa citazione dovuta rende il luogo perfetto per ciò che ci troviamo, nostro malgrado, ad affrontare nel 2020, un cambiamento che a conti fatti si sta rendendo un percorso obbligatorio da scegliere, ma anche una scelta per il futuro che, nel momento in cui scrivo, è incerto.

(c) Ivan Pintar

I Puscifer dunque non scelgono solo un posto visivamente delizioso, circondato al deserto dell’Arizona, ma anche in linea con il proprio pensiero etico che trova il suo apice nelle liriche di Grand Canyon, uno dei singoli di “Money Shot”:

Lost as I may be
In the fog of my own noise and triviality
Grand holy mother, grant me clarity
I am standing on the edge of forever
Forever

Il proscenio è imbastito come se entrassimo in una galleria d’arte postmoderna, tra William Gibson e Bill Viola, imballata di strutture in acciaio e schermi pulsanti, luci al neon e non, fari che illuminano il cielo come a richiamare “chi sta là fuori”, per stare al gioco. La storia che si snoda è quella del concept di “Existential Reckoning”, una narrazione di quelle che da sempre – e sempre di più con il passare degli anni – stanno a cuore a MJK, piena zeppa di riferimenti ad abduction, complottismi, energie superne ed interiori, filosofia orientale e x-fileismo spiccio. Ormai troppo in là con gli anni per pensare ad un trolling vero e proprio, Maynard veste di nuovo i panni di Billy D, assieme a quelli del nuovo personaggio Dick Merkin, man in black pasticcione, e infatti l’evento si apre sulle note di Theorem, il cui video mostra Mitchell e Merkin ricevere da un uomo misterioso la famosa Valigetta, mentre i due liberano il biondo e baffuto redneck dal bagagliaio dell’auto, facendolo fuggire nel deserto, confuso, non si sa per sua natura intrinseca oppure se per il rapimento da parte degli uomini dello spazio, cosa che continua a non essere chiara, né mai lo sarà. Gli agenti Round e Merkin ne studiano così il contenuto per scoprire l’immagine di Maynard divisa in quattro diverse entità, forse proprio Matematica, Passione, Arte e Ordine, più altre due come Speranza e Prova. Oppure niente di tutto questo, ed è il solito giochino maynardiano.

Più il “live” si srotola, più si fa chiaro (o almeno così credo) che la vena ridicola che battezzò la nascita del gruppo, è rimasta intatta, nascondendo dietro la serietà e il gelo che avvolge i nuovi brani, un modo di porsi sempre comico, se non proprio satirico. Le movenze di Carina e MJK sono meccaniche – che se le facessimo io e te che stai leggendo risulteremmo solo un po’ cretini mentre quei due hanno una loro credibilità -, come se la loro umanità venisse meno di brano in brano. Ad un certo punto, proprio su Theorem, torna a palesarsi la storia, in un afflato di multimedialità che riaccende in me la dubbiosità iniziale. Ci troviamo dinanzi ad un film, musicato dall’interno, i cui protagonisti si comportano ognuno a modo proprio, con pose studiate e precise: Gunnar Olsen alla batteria sembra il più umano, seguito a ruota da Greg Edwards. In un altro angolo si staglia l’imperscrutabile figura di Mat Mitchell, plastico e perfetto.

La perfezione, ecco il punto. Non che in una situazione normale il gruppo non fosse a dir poco impeccabile, ma qui potrebbe benissimo non esserci, tanto è certosino l’apporto e lo svolgimento in sé. La regia e le inquadrature selezionate fanno il resto, ed è tutto tremendamente studiato e preciso. Il quesito torna a farsi strada prepotente in me. Potrebbe una qualsiasi altra realtà, senza il pensiero profondo dei Puscifer e, soprattutto, le loro capacità economiche e tecniche, capaci di trasformare un concerto in una storia vera e propria. Storia che si snoda consumandosi, tramutando l’inumanità metallica della scenografia in umanità che smaschera il trucco cinematico con l’arrivo dell’alba, le cineprese catturano tutto, anche ciò che vi si nasconde dietro. L’ultima scena mostra i nostri (i due cantanti sul palco, sbronzi, mentre risuona un inedito) in un pub-karaoke in cui i pochi astanti sono distratti dai tanto odiati smartphone. La valigetta ricompare, abbandonata. Finale aperto, come nelle migliori occasioni.

Un concerto che concerto non è, nel quale tutto si mischia: realtà, finzione, metanarrazione, medialità e artificio, il tutto bagnato da una doccia di gelo che confonde. Il futuro è terrore nel presente, che presto questi eventi soppiantino parte del tutto, del calore umano, sempre più assente. Certo, conoscendo Keenan sembrava non aspettare altro che questo, il non confronto con un pubblico indisciplinato, spesso incapace di seguire la storia di cui sopra. Ma quando a farlo dovranno essere altri cosa succederà? Sento il fallimento dietro l’angolo, ma qualcosa di buono potrebbe arrivare. Siamo sicuri di voler tornare tutti quanti sottopalco? Che gli artisti ci vogliano tutti ancora lì? Siamo ad un crocevia.

Per quanto riguarda me, mi trovo a pensare solo a “una cosa divertente che non farò mai più”. Forse. Di sicuro, il senso di scrivere di un live ha preso e perso senso una volta per tutte. Per dire che i dubbi restano il leitmotiv di questo momento storico. Ai posteri l’ardua sentenza.

(c) Tim Cadiente

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