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Jeff Tweedy – Love Is The King

2020 - dBpm Records
songwriting

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Tracklist

1. Love Is The King
2. Opaline
3. A Robin Or A Wren
4. Gwendolyn
5. Bad Day Lately
6. Even I Can See
7. Natural Disaster
8. Save It For Me
9. Guess Again
10. Troubled
11. Half Asleep


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Dieci giorni in sala d’incisione e un budget di 3500 dollari bastarono a Jeff Tweedy e ai suoi Uncle Tupelo per realizzare “No Depression” ed inventarsi un genere suonando la country music con la ruvidezza purificatrice del punk e l’attitudine obliqua e visionaria dei Minutemen.

I primi due lavori della band mettevano d’accordo i discepoli di Gram Parsons e quelli degli Husker Dü, e non fu difficile riconoscerli come i padrini di quel movimento che ridava dignità al country prendendolo dai salotti buoni di Nashville per scaraventarlo nel mezzo delle badlands più grigie e desolate del Midwest. Per quattro dischi furono il suono arrabbiato della giovane America, finché Jeff Tweedy non ruppe con l’altra testa pensante del gruppo (Jay Farrar, che poi fondò i Son Volt), e decise di consegnare la band alla storia. Con quello che restava degli Uncle Tupelo mise insieme i Wilco, semplicemente una delle cose più belle capitate al rock’n’roll negli ultimi venticinque anni.

Con la nuova band Jeff Tweedy ha sfidato la fisica dei generi riuscendo a coaugulare, attorno al proprio songwriting, un suono avventuroso e seducente, maestosamente in equilibrio tra attualità e tradizione. Nelle loro pagine migliori (il seminale “Yankee Hotel Foxtrot“, ma pure “A Ghost Is Born” , “Being There” e “Summerteeth“) i Wilco hanno raccontato il disagio, lo spaesamento e l’alienazione del vivere nell’ormai distopico Sogno Americano. La declinazione in senso cantautorale e unplugged di quell’irripetibile suono in cui convivono il rumore e i Beatles, i Can e il chitarrismo chirurgico dei Television, Neil Young e i Beach Boys, i riff degli Stones e i Radiohead, le armonie dei Big Star e il Kraut-rock, definisce il perimetro nel quale si muovono gli album solisti di Jeff Tweedy, quattro con questo se consideriamo la prova col figlio Spencer sotto la sigla Tweedy.

Love Is The King” non ci dice molte cose su quest’uomo che già non sapessimo, se non che ora Jeff Tweedy sembra piuttosto più confessionale e riflessivo di quanto non sia mai stato, e comunque più disposto a concedersi al ruolo di moderno trovatore country-folk. Nate come antidoto al panico esistenziale da lockdown, quelle di “Love Is The King” sono ballate in pantofole che filosofeggiano sull’amore (la title track), sulla morte (A Robin Or A Wren), pescano nella borsa della malinconia (Troubled e Half Asleep) e c’è da immaginare che scrivendole Tweedy abbia voluto concedersi una prospettiva se non salvifica almeno consolatoria.

Il tono è quello confidenziale da chiacchiere davanti ad un caminetto con sopra le foto incorniciate di George Harrison e Bob Dylan, anche se sotto la placida superficie di queste ballate restano le cicatrici di un passato nemmeno troppo lontano. Così, le canzoni di “Love Is The King” sembrano falene in un negozio di lampadari, col loro saltare continuo dal senso di sconfitta a una possibile redenzione, dalla minaccia del presente alla ricerca di un brandello di speranza, dal terrore al conforto dei sentimenti, e alla fine riescono comunque ad offrire un’illusione di serenità anche se fuori potrebbe essere iniziata la fine del mondo.

Jeff Tweedy ci consegna il suo personale dossier dal fronte del disastro, e per farlo sceglie di sacrificare l’impeto emotivo della giovinezza col fascino della saggezza da mezza età. Con Guess Again e Gwendolyn (e relativo video, straniante e spassoso insieme) piazza i colpi che da soli valgono il prezzo del biglietto,con quelle melodie killer e un po’ frivole che ti inseguono senza lasciarti troppo scampo. Altrove, va lasciato al tempo il compito di catturare il senso delle canzoni,magari nel tumulto improvviso di una chitarra, negli angoli nascosti di una metafora, nel sollievo di un ritornello. E se spesso le canzoni di Jeff Tweedy erano sembrate una raccolta di pensieri a passeggio sul precipizio, stavolta sembrano indicarci quel po’ di luce che filtra dalle tenebre.

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