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GOLDENGROUND: Toten Schwan Records

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Se vi piace la musica underground difficilmente potete prescindere dall’etichetta creata e cresciuta da Marco Valenti e Davide Rossi, che porta il nome di Toten Schwan. Si tratta di una realtà longeva che ha ospitato un numero incredibile di artisti come Petrolio, Hate&Merda, Zeit, Cani dei Portici e molti altri. Toten Schwan si occupa della scena indipendente con una sincera passione e un profondo bisogno di bellezza, ed oggi Marco ci racconterà la sua avventura in questa splendida realtà e nel profondo dell’underground italiano.

Inizio con un trittico di domande: perché esiste Toten Schwan? Come mai si chiama Toten Schwan? Chi sono gli artisti di Toten Schwan?

Toten Schwan è una creazione del compianto Davide Rossi, io sono subentrato a cose fatte affiancandolo nella gestione organizzativa un paio di anni dopo la sua nascita. Nel corso degli anni Davide ha iniziato a mostrare quei segni di insofferenza verso il mondo [in buona parte anche musicale] che lo ha poi portato al gesto tragico dello scorso anno. Ha fatto in modo di farmi prendere sempre più campo in ogni processo decisionale finendo per lasciarmi tutto in mano e ritirandosi in modo definitivo alcuni anni fa. Ho cercato di coinvolgerlo in ogni modo possibile per anni ma senza risultato. Pensavo di essere in grado di ritagliare uno spazio che potesse calzargli alla perfezione, ma non è stato così. È sempre rimasto fermo sulle sue posizioni. È ovvio che resta e resterà sempre parte di tutto ciò che Toten Schwan farà da qui al suo scioglimento. È come se fosse ancora qui con me che discutiamo sul che fare e sul come farlo. La sua è un’assenza esclusivamente “fisica” che non intacca minimamente il mio sentirlo vicino e complice. La scelta del nome è un’associazione di idee tra Schwan, cioè il cigno, il simbolo della Liguria e Toten inteso come morte e rappresentato dal teschio prima e dalla lametta a seguire. La scelta del tedesco mutua il fatto che in inglese avrebbe suonato come un inflazionatissimo Dead Swan. Estendendo il concetto possiamo interpretarlo come “la morte del cigno” più che con la traduzione letterale “cigno morto”, senza scordare l’associazione come l’omonima pellicola del 1917 di Yevgeni Bauer, con il suo ossessionante e lugubre inno alla morte scandito da interminabili incubi notturni. Che poi, altro non è che ciò che vado cercando oggi, nel momento in cui vado ad ascoltare tutto ciò che non conosco e che spero mi faccia innamorare. Concetto che si ricollega a ciò che mi chiedi nella terza e conclusiva parte della tua domanda. Gli “artisti” di Toten Schwan sono quelli che vorrei fossero in grado di suscitarmi proprio questi incubi, senza dover attendere l’arrivo delle tenebre, senza aspettare che il buio ricopra ogni cosa, dando del tu alla notte e a tutti i suoi misteri. Sono quelli che vorrei potessero creare la colonna sonora ai miei pensieri più arditi, più profondi, ai momenti più intimi dei miei ricorrenti deliri.

Che parte ricopre la musica nella tua vita? Quali sono gli artisti o i dischi che ti hanno avvicinato a questo mondo?

Sono figlio degli anni settanta per cui nasco musicalmente con lo stereo inteso come piatto giradischi, amplificatore, radio e piastra per le cassette. Solo in un secondo tempo sono arrivati la doppia piastra per duplicare le cassette e il lettore CD. Nasco quindi con i vinili e le audiocassette che inizio ad acquistare nei primissimi anni ottanta. Il primo salto musicale è il passaggio dai Frankie Goes to Hollywood e Billy Idol al metal. Sono arrivati infatti dischi come “Shout At The Devil ” e “Theatre Of Pain” dei Mötley Crüe, “Powerslave” degli Iron Maiden, “Fly On The Wall” e “For Those About To Rock” degli AC/DC. Acquisti e scelte che sono ovviamente da contestualizzare a quel momento storico, in cui molte delle realtà odierne non erano neanche lontanamente immaginabili. Il secondo salto avviene nel momento in cui scopro gli Slayer. Da lì in poi è una rincorsa dietro al thrash metal prima e al death metal e grindcore dopo. La cosa che più mi rallegra e mi regala soddisfazione è il fatto di aver avuto la possibilità di godere di quei dischi (oggi considerate pietre miliari del genere) nel momento stesso della loro uscita, aver quindi visto cambiare il mondo musicale disco dopo disco. Nel momento migliore e nel formato migliore visto che non esistevano gli mp3 e tutto il discorso del digitale era pura fantascienza. Ho iniziato a comprare dischi nella prima parte degli anni ottanta e non mi sono ancora fermato, ed oggi, indipendentemente dal fatto di avere Toten Schwan, la musica continua a rivestire un’importanza fondamentale nella stesura delle mie giornate. Sono cresciuto con la musica e non riuscirei a privarmene, per nessuna ragione al mondo. Cerco di ritagliarmi ogni spazio libero possibile durante il giorno per potermi dedicare ai miei ascolti. Anche perché non ammetto l’ascolto “in sottofondo” mentre mi dedico ad altro. Quando penso di volermi mettere ad ascoltare qualcosa non voglio avere distrazioni, la musica non è un jingle che senti distrattamente mentre fai altro, è dedicarsi completamente a quello che si sta ascoltando per poterlo assaporare al meglio.

Ogni disco, ogni artista ha la sua identità, se Toten Schwan fosse un artista invece di una label che musica farebbe? Voglio il titolo del disco di debutto.

Non è facile rispondere. Ogni momento fondamentale della mia vita ha avuto un suo particolare sottofondo. Ragion per cui se fossi un progetto musicale probabilmente sarei indirizzato verso una libertà sonora che mi permetta di cambiare disco dopo disco. Un progetto che non si pone limiti sonori e che sperimenta quello che sente di dover sperimentare, senza tenere conto del giudizio altrui o delle dritte che il mercato suggerisce o ancor peggio impone. Libero di fare un disco acustico e subito dopo un album rumorista fatto di soli campionamenti, a seconda del sentimento dominante e della necessità di dire quella determinata cosa in quel particolare contesto temporale. Dovendo provare a racchiudere eticamente il contesto interno al quale far ruotare tutto posso dirti che, essendo figlio di una città affacciata sul mare, ancor prima di entrare in contatto con le acque del golfo resto connesso ad un’estetica cementizia che racconta di palazzi spettrali e di condomini tanto freddi fuori quanto carichi di umanità all’interno, e di siringhe impiantate nel verde che cerca di riappropriarsi del proprio spazio. Il silenzio di questi edifici spogliati delle anime dei loro abitanti, la monotonia degli spazi cementificati, l’assenza di spazi sociali reali potrebbero indirizzare il progetto verso quelle sonorità algide che sposano alla perfezione la mia cronica malinconia. Il titolo potrebbe essere un gioco di parole che verta in questa direzione, senza dimenticare una buona dose di delirio lessicale che serva ad incasinare e rendere più ermetico possibile tutto quanto.

Come sono i tuoi rapporti con le altre label italiane? Con chi collabori e con chi ti trovi bene?

In linea di principio non mi precludo alcun tipo di collaborazione. Ovvio però che debba esserci una logica in quello che facciamo. Che non significa, ci tengo a precisarlo, guardare le cose da un punto di vista “economico”, ma provare a creare qualcosa con criterio. Per logica intendo la fattibilità concreta di mettere in piedi un discorso che possa portare benefici a tutti, nessuno escluso. Mi spiego meglio: se siamo otto etichette a fare un disco io spesso mi defilo e rilancio la mia idea di scremare il numero dei partecipanti. Perché dobbiamo fare un disco in otto quando quattro sono più che sufficienti? Senza contare che le quattro non partecipanti potrebbero fare un altro album con il risultato che anziché un disco ne vengono pubblicati due? Questo è ciò che io chiamo collaborazione, che va al di là della semplice partecipazione economica alla cosa. I soldi sono importanti ma non sono tutto nel momento in cui vogliamo produrre un album. Ci sono altre priorità. Non ultima quella di ritrovarsi la mansarda invasa da scatoloni di dischi che non si riesce a dare via perché siamo in otto a distribuirlo e rischiamo di vendercelo tra di noi. La collaborazione sta anche nel fatto di dare spazio a più realtà possibili e non pubblicare l’ennesimo disco dell’ennesimo progetto coi soliti noti. Collaborare significa guardare “oltre” e cercare di cambiare lo stato delle cose. Tutto cambia, continuamente, perché solo noi etichette dobbiamo restare sempre vincolati a schemi stantii? I rapporti sono tendenzialmente ottimi, non faccio fatica a dirti che negli anni mi è capitato raramente di incontrare persone squallide. Raramente non significa purtroppo mai. Fortunatamente sono persone che conto sulle dita di una mano. In ogni caso non dimentico il modo in cui hanno mostrato la loro miseria, convinto che prima o poi il tempo metterà come sempre le cose al proprio posto. Detto questo, passando al “lato buono della forza”, credo che in giro ci sia davvero tanta gente che si mostra per quello che è realmente, senza ostentare uno spessore che poi alla lunga rivela non avere. Porsi con sincerità aiuta a crescere ogni tipo di rapporto che si intende porre in atto, per quello che mi riguarda, chiunque lo faccia con me avrà sempre la porta aperta. Qualunque possa essere il livello di coinvolgimento emotivo del nostro rapporto e il tipo di collaborazione che vogliamo creare e nutrire.

Cosa cerchi in un artista? Quali sono le qualità necessarie per far parte di Toten Schwan?

Partendo dall’ovvio presupposto che un disco mi deve piacere altrimenti non si va da nessuna parte, cerco di sposare progetti che abbiano un approccio mentale quanto più possibile condivisibile e sovrapponibile al mio. Non mi basta avere un buon disco tra le mani. Cerco altro, cerco di più. Cerco uno specchio in cui potermi guardare e trovare ciò di cui ho bisogno. Non faccio dischi per un riscontro che sia esclusivamente economico. In parte ti ho già risposto prima. Provo a instaurare un rapporto con le persone che non sia solo finalizzato alla pubblicazione del disco. Un album deve, come detto, piacermi, ma devono piacermi anche le persone che me lo propongono. Considero l’aspetto etico ed umano superiore a quello strettamente artistico. È ovvio che così facendo rischio di perdere occasioni che, economicamente parlando, possono rivelarsi uniche ed irripetibili, ma sono fermamente convinto di questa mia posizione. Anche a costo di andare incontro a “insuccessi” commerciali. Credo che ci debba essere un principio che lega tutto quello che mi circonda e penso che possa essere individuato proprio nell’approccio libero e sincero che ricerco. Detto questo, come puoi ben capire, chiunque può far parte di questa giostra, a patto che si proponga con la massima spontaneità e che nel tempo mantenga questo tipo di atteggiamento. Non voglio creare una sacca di resistenza all’ipocrisia dilagante [sarebbe bellissimo ma capisco perfettamente io per primo che si tratta di un obiettivo irrealizzabile] ma solo godere dei rapporti, al di là di quella che resta la sola componente musicale legata alla pubblicazione di un disco. È evidente come la mia posizione si presti e in certo senso sposi l’ingenuità di chi pensa di poter aver sempre a che fare con persone intellettualmente oneste. E infatti ci sono stati momenti in passato in cui ho sopravvalutato dei rapporti pensando che si potessero aprire le porte per situazioni più durature. Ci ha pensato poi il tempo, giudice ultimo e supremo a svelare le persone per quello che sono in realtà, senza filtri di alcun tipo. Soggetti spariti nel momento stesso [o poco dopo] in cui i dischi sono stati recapitati a destinazione, dopo mesi in cui non mancavano di farsi sentire quotidianamente millantando “amicizia”, “fratellanza”, “sostegno”. Ci sta anche questo, sono ad oggi centoventi le uscite di Toten Schwan, non potevo pensare che fossero tutte “umanamente” strutturate come piace a me, ma è anche vero che tutte le volte che qualcuno scompare mi resta sempre addosso quel senso di alienazione, di incompletezza, di delusione. Dovrei forse essere meno “umano” ma non ci riesco ancora…

Anche tu ti metti in gioco con Cameraoscura, ci spieghi di cosa si tratta?

Cameraoscura è ad oggi il mio unico progetto concreto e reale musicalmente parlando. Ne ho un altro [Les Filles de la Mort] a cui però non mi dedico con costanza e che vedrà la luce tra non molto nel momento in cui riuscirò a completare il mio album di tributo a Davide. Ma questa è una cosa di cui parleremo a suo tempo. Tornando a Cameraoscura tutto nasce come sublimazione del mio rapporto epistolare con Eugenio Mazza di Pavor Nocturnus [del cui nuovo sentirete parlare tra poco – spoiler]. Abbiamo iniziato a scambiarci delle registrazioni giusto per avere un riscontro reciproco a quello che stavamo facendo nella solitudine delle nostre stanze e ci siamo pian piano resi conto di avere tra le mani un qualcosa che se plasmato adeguatamente poteva assumere una forza davvero interessante. “Quod est Inferius” è nato esattamente in questo modo. Da quel momento le cose sono andate avanti praticamente da sole, con partecipazioni a varie compilazioni, nella quasi totalità dei casi con brani inediti registrati per l’occasione. È da alcuni giorni attiva la pagina Bandcamp del progetto https://cameraoscura451.bandcamp.com dove potete trovare tutto quanto realizzato finora, compreso il recente 7″ lathe cut realizzato insieme alle Lilith Le Morte, di cui restano veramente una manciata di copie. Nell’autunno che sta per arrivare ci dedicheremo al nuovo album, abbiamo già le idee piuttosto chiare su quello che vorremmo realizzare. Penso che entro fine anno dovremmo essere in grado di avere l’album pronto per un primo ascolto e capire come promuoverlo al meglio nei primi mesi del duemilaventuno.

Toten Schwan non è la tua unica occupazione, so che sei un operatore sanitario. Come si sposa questa tua vita “reale” con la tua etichetta?

Quello di Toten Schwan è un mondo che probabilmente alla fine nemmeno esiste. È una proiezione della mia mente e di quello che mi piace pensare. La vita “reale” è un’altra cosa, molto più seria e molto più difficile da fronteggiare e da gestire. Cerco di far andare avanti le due cose in contemporanea, con tutte le difficoltà del caso e ti confesso che non è semplice. Soprattutto per quello che riguarda le tempistiche. Col lavoro che faccio (infermiere) spesso quando torno a casa non mi passa nemmeno per il belino di mettermi lì e di ascoltare musica o rispondere alle mail. Ho solo bisogno di riposare il cervello dopo lo stress accumulato al lavoro. Cosa che non tutti riescono a capire e continuano a tempestarmi di sollecitazioni. È ovvio che dal loro punto di vista sia il comportamento più adatto, quello di cercare un riscontro quanto più immediato possibile. Ma, purtroppo, per i motivi di cui sopra, per me ci sono momenti in cui la musica diventa giocoforza l’ultimo dei pensieri. Ovviamente, inquadrando le cose in modo globale, non posso non ammettere che Toten Schwan rivesta un ruolo fondamentale nell’evasione dell’apatia quotidiana. Se non l’avessi probabilmente starei molto peggio a livello mentale di quanto non stia già così. Però, è bene che mi ricordi sempre che si tratta di un qualcosa di accessorio e non del fulcro della mia esistenza. Se non sto bene io, non posso mandare avanti Toten Schwan e non viceversa, questo me lo ripeto come un mantra per cercare di restare ancorato alla concretezza di un’esistenza fatta di privazioni (tante) e soddisfazioni (poche). Probabilmente a condizionare le mie scelte o anche i miei semplici pensieri c’è il fatto che sono trent’anni che sono a contatto diretto con la sofferenza e la morte altrui. Non riesco a ritrovare quella spensieratezza dei miei vent’anni, l’ingenuità nel lanciarmi a costruire rapporti con gli altri. La vita mi ha segnato in modo indelebile. È un rapporto strano quello con la mia professione. Spesso penso che mi piacerebbe cambiare e dedicarmi a tutt’altro, di completamente differente. Poi però mi rendo conto che sono quello di oggi (al netto delle psicosi gratuite con cui condisco le giornate) è anche merito delle esperienze che mi sono fatto grazie al mio lavoro. Per cui metto da parte le velleità di cambiamento e mi concentro su quello che sto facendo per farlo nel modo migliore possibile, cercando di empatizzare sempre e comunque chiunque il destino pone sul mio cammino. Di conseguenza, tornando a Toten Schwan, le scelte che riguardano l’etichetta e tutto il resto che gravita intorno a questo carrozzone, subiscono l’influenza di quelle che sono (e sono state) le mie esperienze di vita. L’aspetto “sociale”, inteso come interazione tra pari, ha una sua chiave di lettura fondamentale nell’approccio “emotivo” dei rapporti che si creano e che cerco di mantenere in vita. La mia idea è quella di provare a tenere vivo ogni rapporto al di là dei conformismi di facciata dettati dalle transazioni musicali che poniamo in atto. Non posso investire emotivamente in modo unidirezionale, non è per questo che porto avanti Toten Schwan. Ho la necessità di un riscontro che vada sempre nella direzione dell’onestà intellettuale, altrimenti lascio appassire le relazioni e non ci torno più sopra. Ho poco tempo da dedicare a tutto questo e preferisco farlo con chi mi accresce non con chi mi rende sterile.

Non posso non parlarne, come hai vissuto l’emergenza sanitaria e il lockdown?

Come puoi immaginare non è stato per niente facile affrontare la prima parte dell’anno. Il mio lavoro mi ha posto a stretto e diretto contatto con il Coronavirus, e, per non farci mancare niente, mia moglie (infermiera anche lei) si è infettata a metà marzo ed è rimasta in isolamento con tampone positivo per 65 giorni. In pratica al lavoro cercavo di non infettarmi e una volta arrivato a casa l’obiettivc era lo stesso. Ho vissuto il virus per sei mesi in modo continuativo, giorno e notte, senza sosta. È stata dura soprattutto mentalmente, perché non avevo modo di staccare il cervello una volta che uscivo dal reparto, ogni gesto, anche il più banale tra quelli di casa, era pensato e ripensato, soprattutto per le conseguenze, non c’era modo di godere dell’immediatezza e della spensieratezza del lasciarsi andare. Il lockdown in senso stretto è stato il periodo migliore degli ultimi ventanni. La quarantena obbligatoria a cui stiamo stati sottoposti mi ha impedito il contatto diretto con qualsiasi essere umano al di fuori di quelli che incontravo in ospedale. Era esattamente quello scenario immaginario e fantastico che ho sempre sperato. L’assoluta assenza di forme di vita non richieste. Strade deserte, scaffali dei supermercati semivuoti, gente impaurita che guarda da dietro i vetri delle finestre sprangate. Un’apocalisse meravigliosa, un mondo perfetto, come non sono stato in grado di concepire nemmeno nei miei sogni migliori. Non essendo più da il viveur che ero un tempo, quando la gioventù scorreva nelle mie vene, non mi è minimamente pesato il fatto di dover restare a casa. Sostanzialmente non mi sono nemmeno accorto delle restrizioni cui siamo stati sottoposti, la mia voglia di uscire era già ai minimi termini prima del Covid-19, figuriamoci durante ma soprattutto dopo, non appena hanno riaperto le gabbie degli animali e si sono riversati tutti in strada. Allora sì che mi sono chiuso in casa a doppia mandata. Ho guardato da lontano la corsa isterica a riappropiarsi del nulla, la frenesia di ricominciare a fare tutto di corsa, come prima, peggio di prima. Ho chiuso le finestre e tirato le tende per essere sicuro di essere quanto più impermeabile alla presenza altrui, e ho alzato il volume dello stereo.

Secondo te, perché il settore musicale e chiunque ci lavori non sono considerati come una priorità dallo Stato? Secondo te è giusto che sia così? Molti artisti hanno scritto un sacco in quarantena, altri invece hanno preferito il silenzio. Cosa credi che succederà quando le cose si sbloccheranno?

L’idea che il musicista (e l’artista in genere) sia sostanzialmente un fannullone è ancora ben radicata in Italia. Logico quindi che per il “sentire comune” da una parte e dalle istituzioni dall’altra, non ci possa essere alcun tipo di equiparazione a livello di dignità, di compenso economico, di previdenza sociale e via dicendo. Siamo figli di una visione arcaica che i progressi degli ultimi trentanni non sono ancora riusciti a scardinare. Alla fine se pensi che ancora non siamo riusciti a superare scogli ben più grandi come la parità di genere o la discriminazione razziale, come possiamo pensare di riuscire a superare un ostacolo che riguarda arte e spettacolo? Ognuno ha impiegato il tempo del lockdown come meglio ha pensato. Per me, dal momento che non è cambiato praticamente niente, visto il mio lavoro, non ci sono stati grossi scossoni. Ne ho approfittato, (grazie all’assenza di novità discografiche) per riascoltarmi alcune cose cui non avevo dedicato la giusta attenzione in passato. Quando, e se, le cose dovessero sbloccarsi (situazione secondaria a scelte impopolari che non spettano a noi musicofili incalliti e che non possiamo escludere che vadano in una direzione meno gradita rispetto a quanto auspichiamo) ci ritroveremmo in un contesto del tutto atipico. Spetterà a noi scegliere se adeguarci o trovare delle contromosse. Potrebbe per assurdo diventare uno spartiacque. Se è vero (come sento dire da quando sono bambino) che la musica di un certo tipo è sinonimo di ribellione, la riapertura potrebbe essere il momento per dimostrarlo coi fatti. Ad oggi la situazione, dal mio punto di vista, è quantomeno paradossale. Siamo tutti in prima linea a chiedere concerti, come tossici in astinenza nel boschetto di Rogoredo alle porte di Milano. E ci siamo già dimenticati che fino a pochi giorni prima del lockdown ci si lamentava perché “ai concerti non viene più nessuno”. La mia è ovviamente una provocazione ma è anche la constatazione di una dicotomia isterica che sarebbe il caso di approfondire. Un pò come durante la quarantena, quando tutti rivendicavano il diritto alla corsa quotidiana mentre oggi che non ci sono più restrizioni in questo senso, lungo l’argine del fiume sotto casa mia non c’è più nessuno a correre. Dobbiamo trovare la giusta misura in tutte le cose, musica compresa. Vedere tutto bianco o tutto nero è un atteggiamento adolescenziale, la vita è fatta di sfumature e di cambiamenti. Anche nelle grandi questioni, figuriamoci nella musica.

Il Covid ci dà la possibilità di uscirne migliori” vero o falso?

Dal mio punto di vista questa frase è tutto tranne che falsa. Il Covid-19 ha permesso di tracciare un solco tra ciò che era superfluo e ciò che era essenziale. È stata un’ottima occasione, se si è voluto e saputo coglierla, per fare un punto delle nostre esistenze. Ci ha permesso di scremare tutte quelle frequentazioni figlie dell’opportunismo ma su cui il tempo iper-veloce dei nostri rituali quotidiani ci impediva di riflettere. Fermarsi ha significato dare il giusto peso ad ogni cosa e ad ogni persona. Tendenzialmente è vero che ne siamo usciti peggiorati, ma ciò deve essere visto e inquadrato nella giusta prospettiva. Il Covid-19 ci ha fatto gettare la maschera e ci siamo mostrati per quello che eravamo, non più adesi a modelli comportamentali dettati da altri a cui abbiamo prontamente aderito per non restare esclusi. È stato facile a questo punto capire chi davvero aveva interesse nel mantenere i rapporti con me e chi invece era orientato a prendere senza mai dare, chi restava ancorato a un certo tipo di etica che nel mio piccolo provo a sradicare. Per chi come me ha visto e vissuto il Covid-19 in modo diretto (e continua a farlo vista la mia professione) non ricevere nemmeno un semplice “come stai?” ha significato mettere una pietra tombale su tutta una serie di rapporti che erroneamente stavo sopravvalutando. È in questo che mi sento migliorato dall’esperienza Coronavirus. Essere cioè riuscito a scremare l’inutile (e per assurdo, ma non troppo, anche il dannoso) ed averlo fatto grazie a tutti coloro che in quei momenti di maggiore difficoltà hanno mostrato la loro totale assenza di empatia. Che cosa vuoi pensare di costruire con persone di questo tipo? Non posso quindi che ringraziare il virus per la sua azione snellente e per avermi permesso di ricalibrare le priorità nelle mie conoscenze.

Sappiamo che contribuisci a recensire libri su Libroguerriero, come hai iniziato? E davvero c’è qualcuno che legge ancora i libri?

Posso dirti che in giro c’è davvero tanta, tantissima gente che ama leggere e che fa un grande lavoro di ricerca per trovare quei testi e quegli autori che possano colmare quelle lacune dell’anima che non riescono a sanificare in altro modo. Nonostante le librerie facciano fatica ad andare avanti, soprattutto quelle indipendenti che puntano alla qualità delle pubblicazioni, i libri restano nel sentire comune un oggetto che dobbiamo tenerci particolarmente stretto. Sono il nostro passaporto per il domani, o meglio per quel domani che auspichiamo. Senza cultura non si va da nessuna parte. Questo è fin troppo chiaro. Personalmente faccio una grossa fatica a non farmi condizionare, quando entrando per la prima volta in casa altrui, mi guardo intorno per vedere quanti e quali libri animino e colorino le pareti di quell’abitazione. Ma qui si entra diretti nelle mie fissazioni patologiche, per cui lasciamo stare e andiamo oltre. Sono entrato in contatto con Libroguerriero diversi anni fa quando intervistai Marilù Oliva per il Tritacarne in merito ad un libro in cui cercava, insieme ad altri autori, di sfatare l’ennesimo tabù a carico delle donne, quello secondo cui la prostituzione è il mestiere più antico del mondo. Oltre a demolire questo mito incrollabile, gli autori nei loro racconti cercavano di mostrare il lato più nascosto (ma soprattutto più duro e terribile) che si cela dietro alla prostituzione. Da lì restammo in contatto e dopo alcuni mesi mi propose di recensire qualcosa per il suo blog letterario Libroguerriero. Iniziai con un romanzo di Ilaria Palomba nel duemiladiciotto e sono ancora lì con la mia rubrica “Grandangolo”. E sono ben felice di proseguire in questa esperienza estremamente formativa sotto tutti i punti di vista.

Che cos’è il Tritacarne?

Possiamo pensarlo, guardando al passato e alla sua genesi, come l’organo di stampa ufficiale di Toten Schwan, ma in realtà sarebbe riduttivo, oggi, vederlo così. Negli anni si è trasformato, in modo lento ma costante, finendo per inglobare contenuti sempre più distanti dal mondo Toten Schwan come provenienza, ma comunque sempre affini a quelle che sono le esigenze etico morali di ciò che cerco di portare avanti. Nato come pdf in free download l’ho poi trasformato in formato cartaceo nel corso degli anni. La versione digitale, pur avendo numeri importanti (i download erano tutti oltre il migliaio), iniziava a starmi stretta, rischiavo la stasi creativa e il fatto di giocare con la grafica per renderlo sempre più accattivante non mi bastava più. Così ho deciso di fare il grande passo e dedicarmi al cartaceo. Scelta che rifarei, nonostante il grande lavoro che questo formato impone. Come puoi immaginare è completamente un’altra cosa. Sia a livello di preparazione che di fruizione e distribuzione. Come spesso accade però, nel momento in cui si passa da un formato gratuito ad uno a pagamento, pur se concreto, tangibile, cala inesorabilmente il numero dei fruitori. Per ragioni dal mio punto di vista inspiegabili, visto che io per primo da amante della carta, sono andati a scemare i numeri mentre io avrei auspicato un loro aumento, fosse anche solo per la tangibilità dell’oggetto. Evidentemente siamo una società che non riesce a staccarsi dalla vacuità del digitale nonostante i proclami di ribellione “dalle macchine” e dalla loro spersonalizzazione. Ma non è e non sarà il numero di copie vendute a determinare se e per quanto ancora andrà avanti il Tritacarne. Resterà vivo finché ci sarà qualcosa da dire, da raccontare, da approfondire. Finché sentirò la necessità di fare luce su tutto ciò che a mio avviso staziona da troppo tempo al buio. Altra certezza è quella che resterà aperiodico. Anche perché non potrebbe essere altrimenti. Non ho la possibilità di gestire le tempistiche rigide determinate da scadenze fisse. Ma forse, alla fine, è proprio questo il bello del Tritacarne. Esce quando sento che è il momento per alzare la voce, quando penso che le cose da dire non possano più attendere, quando è tempo di interrompere il silenzio.

Questa è una domanda vuota ma dedicata a te, alle iniziative che stai portando avanti in questo momento. Grazie Marco, buon lavoro e lunga vita a Toten Schwan

Grazie a te Matteo per il tempo e lo spazio che hai deciso di dedicarmi. Guardarsi dentro e cercare di capire che cosa sto portando avanti grazie alle tue domande è (stato) un esercizio di autoanalisi che dovrei ripetere periodicamente per non diventare quello che più detesto e più fuggo. Il mio incubo peggiore infatti è quello di trasformarmi in ciò che cerco di combattere quotidianamente. Le prossime tappe per Toten Schwan sono quelle legate all’uscita degli album di Naresh Ran (12″), Paolo Spaccamonti e Daniele Brusaschetto (tape), a seguire lo split CD tra Albiren e Zeresh, oltre al programmato e mai portato a compimento, causa ritardi da Covid-19, album di Attualità Nera (CD). Come detto, il lockdown ha imposto uno stravolgimento dei piani precedentemente programmati, con la conseguenza che le priorità che mi ero imposto sono andate a puttane. Ho dovuto per forza di cose procrastinare alcuni progetti, pensare di portare avanti tutto quanto contemporaneamente era una follia che ho messo immediatamente da parte. Anche lo stesso Tritacarne ha subito notevoli ritardi nella scelta dei contenuti che andranno a formare il prossimo numero. Non c’è stato nulla che non sia stato a suo modo “contaminato” dal virus in questi mesi, e anche se pare che il peggio a livello organizzativo sia passato (cosa a cui non mi sento di credere in modo così netto), la storia insegna che gli inconvenienti sono sempre dietro l’angolo pronti per saltare fuori quando meno te lo aspetti. In tutto questo cerco di non perdere la voglia di proseguire con le attività letterarie di Libroguerriero e con la collaborazione che ho iniziato con FangoRadio, dove curo “L’ora del lupo”, un programma mensile attraverso le sonorità non convenzionali, realizzato mediante monografie dedicate alle etichette discografiche e alle loro scelte per indagare la mente. Insomma, non ho tempo per annoiarmi…

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