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Interviste

A spasso tra musica e parole: un dialogo vivido con Francesco Bianconi

Francesco Bianconi, voce dei Baustelle, ha esordito lo scorso mese da solista con “Forever” (qui la nostra recensione), album prodotto da Amedeo Pace dei Blonde Redhead. Un disco corale, ricco di partecipazioni eccellenti (Kazu Makino, Michele Fedrigotti, Eleanor Friedberger, Rufus Wainwright, Enrico Gabrielli…), che ci ha mostrato un volto diverso del cantautore toscano, più essenziale, ma sicuramente non meno intenso. Lo abbiamo incontrato per approfondire la genesi di “Forever” e per scambiare qualche impressione sulla natura emozionale e simbolica della musica e sul suo potere espressivo.

“April is the cruellest month” scrisse il poeta T. S. Eliot. L’uscita discografica di “Forever” era prevista per primavera poi a causa del perdurare della situazione legata all’emergenza sanitaria è uscito il 16 ottobre. Ad oggi pensi sia stata opportuna la scelta di posticipare la pubblicazione del tuo primo lavoro solista?

È stato giusto così perché nel momento in cui sarebbere dovuto uscire eravamo proprio nell’occhio del ciclone totale del primo lockdown ed era impossibile il trasporto fisico dei distributori di cd, vinili nei negozi. Mi sarebbe molto dispiaciuto non assicurare a chi mi segue il piacere di avere “Forever” in versione anche fisica. Per cui abbiamo deciso insieme alla casa discografica di rinviare tutto all’autunno. Dopotutto i dischi si fanno anche per venderli. Sono la mia fonte di sostentamento. Adesso la situazione non è rosea ma almeno quando è stato pubblicato siamo  riusciti a portarlo nei negozi.

Tutte le canzoni del disco sono state concepite in un periodo pre pandemia?

Le canzoni sono state scritte nella primavera del 2019, registrate d’estate e l’ultima operazione del mastering è stata fatta a gennaio del 2020 ma il lavoro era già finito nel periodo estivo. È un disco vecchissimo.

“Forever” è il tuo debutto senza i Baustelle. Eppure è un progetto corale perché in questa avventura non sei solo ma accompagnato da personalità anche di respiro internazionale del mondo della musica. Che cosa stavi cercando esattamente?

Cercavo di sperimentare, divertirmi e provare esperienze che non avevo mai fatto. Io sono da anni il produttore artistico dei Baustelle e autore dei testi insieme a Claudio e Rachele ma mi viene riconosciuto anche dagli altri oltre al ruolo di produttore quello di coordinatore e arrangiatore. Desideravo stavolta scrollarmi di dosso questa veste di controllore così ho cercato un produttore artistico e dei musicisti che potessero costituire un valore aggiunto per le canzoni che avevo scritto e per il disco che avevo in mente.

Una buona parte del disco è costellata dalla presenza dell’eclettico polistrumentista Enrico Gabrielli (Calibro 35, The Winstons, Afterhours, Mariposa). Perché proprio lui?

Io e Enrico siamo amici, lo ammiro e abbiamo collaborato anche con i Baustelle è stato co-arrangiatore con me di “Fantasma” un lavoro monumentale. Ho pensato che un progetto di questo genere potesse interessargli. Questo disco è stato una sfida per me per uscire dalla mia confort zone. La parte musicale delle canzoni nasce da un mio intento di scrivere delle canzoni che avessero una matrice classica, nel senso di musica classica. Michele Fedrigotti eAngelo Trabace sono due pianisti di estrazione classica che mi hanno accompagnato in questa nuova avventura. Di solito i pianisti di musica classica sono degli ottimi esecutori ma se si tratta di improvvisare, creare o comporre sono un po’ meno adatti rispetto a chi fa jazz o rock ‘n‘ roll. Stavolta però con entrambi abbiamo disconfermato questa regola perché sono dei musicisti pazzeschi e sono già stati abiutati ad essere contaminati perché il primo ha lavorato con Battiato e l’altro ha avuto esperienze con il rock e riesce quindi a passare da un canale all’altro. Enrico Gabrielli non è un pianista ma anche lui ha una formazione classica e dei tre era quello che conoscevo meglio.

La collaborazione è un atto di fiducia?

Se stai in una stanza con un altro musicista lo capisci subito se hai fatto la scelta giusta. Se in un’ora e mezza non hai scritto niente allora vuol dire che non va. Enrico è bravissimo e mi fido ma anche gli altri sono stati una piacevole scoperta.  

La seconda traccia è L’Abisso. Ad un certo punto nel pezzo scrivi: “Eppure non riesco ad affrontare il Leviatano/ “A invitare a cena Babadoo”/A volte sogno il sangue /E poi mi sembra di impazzire /Di perdermi e non ritrovarmi più. Il filosofo T. Hobbes attribuì allo Stato politico il concetto di Leviatano. Qui chi è il mostro?

In realtà tutto il disco è personale. In questa canzone parlavo dei mostri interiori con cui devo fare i conti. Il verso non riesco ad affrontare il leviatano significa che ho passato tutta la vita ad aver paura del mondo e soprattutto di me stesso e mi sono stufato e per la prima volta nella mia vita voglio avere il coraggio di affrontare il leviatano che è dunque un simbolo.

“Forever” è un progetto universale. Il brano Fayka Llil Wnhar ospita la vocalità sorprendente di Hindi Zahra. Che significato c’è dietro questo componimento?

Io volevo fare un disco ultra italiano ma con un afflato universale, oltre i nostri confini. Mi sono un po’ stancato di questa cosa del noi italiani, del pensarci italiani questa sorta di nazionalismo però cattivo che è diverso da quello dei francesi loro almeno sono riusciti a renderlo un nazionalismo positivo. Inanzitutto con “Forever” volevo dimostrare che sono un musicista e non è vero che sono solo un paroliere. All’inizio la regola era quella di scrivere i testi in italiano lasciando però alcune musiche aperte, chiamavo questo materiale pezzi esca, brani che avrei poi mandato a delle persone non italiane che stimo o che mi sarebbe piaciuto coinvolgere nella realizzazione di “Forever”. Ad esempio a Rufus Wainwright avevo mandato la musica con un testo in italiano in lavorazione. L’idea inziale era di farlo cantare in francese ma lui ha detto che preferiva l’italiano perché adora l’Italia e ama l’opera. Così è stato. Mentre Hindi Zahra ha scritto lei i versi in arabo e poi lo abbiamo cantato insieme è venuta appositamente da Parigi. Mi piaceva il fatto che ci fosse all’interno delll’album una lingua non occidentale che noi non conosciamo per niente. Sono molto soddisfatto della canzone Fayka Llil Wnhar realizzata con Hindi Zahra. È una musica primoridiale, appartenente a tutti i luoghi del mondo e a nessuno contemporaneamente.

L’ascolto di un pezzo è un’esperienza personale. Tutti rincorrono l’emozione…

Io ascolto e mi commuovo ascoltando canzoni in inglese di cui non capisco fino in fondo il significato. Nel momento dell’ascolto mi emoziono e so che in quel momento sto decodificando qualcosa di importante. Noi italiani siamo un popolo strano perché ci entusiasmiamo per le canzoncine commerciali usa e getta e allo stesso tempo abbiamo il mito della grande canzone d’autore in cui il testo deve per forza avere un grande senso. Pensa che il disco di Fabrizio De Andrè più famoso e ammirato – David Byrne lo ha inserito tra i migliori dieci al mondo – è “Crêuza de mä” che è tutto cantato in dialetto genovese e nessuno capisce cosa stia dicendo esattamente De Andrè. Questo non vuol dire che il contenuto non sia importante, lo è però credo che le parole nella musica devono avere anche suono e se non lo possiedono allora non funzionano.

L’ottava traccia Certi uomini ha un testo un po’ forte. Puoi spiegarmi il verso: “Io vivo perché ho voglia di morire”?

Certi uomini parla della ricerca di una sorta di principio universale. Esistono dei momenti in cui raggiungi questo stato e capisci che ami così tanto la vita da essere disposto a rinunciarci. Ci sono alcuni mistici che arrivano a Dio senza passare attraverso la religione. È come una lampadina che si accende e in quel preciso momento vedi tutto perfettamente. In Zuma Beach ad un certo punto spunta il verso: E vorrei disintegrarmi nella luce insieme a te. Ci sono attimi di felicità che vivi così intensamente che non ti importa più nulla di morire perché tutto è al suo posto e vedi tutto più chiaramente. Il Bene anche segue questo filone tematico.

Scrittura, poesia, cinema, teatro e ovviamente la musica… sono tanti i settori che ti competono. Qual è però quello a cui non rinunceresti mai? 

Non potrei mai rinunciare alla musica. È la musica ancora di più delle parole che mi fa vivere.

Volevo domandarti se secondo te un cantautore può essere considerato un poeta?

Penso che la poesia e la canzone per quanto d’autore siano due concetti diversi e separati. Il cantautore non è un poeta ma colui che ha raggiunto un livello tale di valore poetico e artistico scrivendo le parole di quella melodia da avvicinarsi molto a questa dimensione. Figurati a me già infastidisce la definizione artista…la detesto. L’arte è un qualcosa di così elevato a coloro che si autoproclamano artisti dico va bene l’ego ma occore prudenza.

Ad oggi come vedi la situazione dei concerti post-Covid-19?

Male. Io purtroppo sono riuscito a fare solo un paio di firmacopie. Inoltre c’erano anche in lavorazione dei mini concerti confidenziali, di breve durata e con pochi musicisti ma anche quelli al momento non sono fattibili. “Forever” è il mio primo disco solista e non ho mai avuto così tanta voglia di suonare e cantare queste canzoni dal vivo. Dobbiamo tutti attenerci alle regole con la speranza che si trovi presto una soluzione. I cosiddetti artisti possono ancora tirare la cinghia, me compreso, ma il mondo dello spettacolo è composto anche da tutti i lavoratori che operano nel settore dei live, i dietro le quinte che hanno tutti una famiglia sulle spalle e non sono attivi da marzo. È questa la vera tragedia del mio settore.

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